Caltanissetta è una città costruita sulla memoria.
Quando arriva la Settimana Santa, i nomi tornano a galla come reliquie: i Biangardi, Capizzi, Emma… artisti, scultori, uomini. Sono loro ad aver dato forma alle Vare e alle Varicedde.
Ma prima della forma esiste l’idea.
Prima della scultura esiste il gesto.
E prima ancora, qualcuno deve aver immaginato che una città intera potesse camminare insieme dietro una storia.
Giuseppe e Michele Alesso, padre e figlio, farmacisti.
Non erano artisti. Non erano confrati.
Eppure furono loro a ridare vita a ciò che la città aveva perduto.
Sappiamo che la processione esisteva già nel Settecento: lo raccontano le tracce lasciate nel tempo, lo conferma il silenzio improvviso del 1801, quando la processione scompare.
La guidava la congregazione dei ‘parrini e dei galantuomini’ , quella di San Filippo Neri.
Cinque vare appena, rudimentali, più intenzione che spettacolo.
Poi il vuoto.
Finché nell’Ottocento qualcuno decide che quel vuoto non poteva restare tale.
Gli Alesso ottennero il permesso del Re.
E nel 1840 la città tornò a camminare.
Non sedici vare.
Nemmeno quattordici.
Sette.
Sette improvvisate con ciò che si trovava: statue prese in prestito, basi adattate, supporti sottratti ad altri santi.
Sembrava quasi che il proverbio popolare prendesse vita:
“Spoglia Cristo e vesti a Maria, spoglia San Pasquale e vesti Sant’Antonio”, quando serve, la fede si arrangia.
E si arrangiò davvero.
La prima partenza fu dalla chiesa di San Sebastiano.
Negli anni successivi le vare diventarono quattordici — gli episodi a cui siamo abituati più l’incontro tra Gesù e sua madre.
La Cena, la Scinnenza, il Sinedrio non esistevano ancora nell’immaginario cittadino.
Prima dei grandi maestri, prima dell’arte monumentale, esisteva già la processione.
Esisteva la città che camminava.
Tra quelle antiche vare una sola sopravvisse senza rinnovarsi: la Traslazione.
Testimone silenziosa di un’epoca in cui tutto era ancora provvisorio e proprio per questo autentico.
Fu anche un’intuizione degli Alesso affidare ogni vara a un mestiere: gessai, pastai, ortolani.
La processione diventò popolo.
Non più solo rito, ma appartenenza.
Le Vare non nacquero dunque da un artista, ma da una comunità organizzata da due uomini pratici, concreti, quasi moderni: farmacisti che seppero curare la memoria prima ancora del corpo.
Oggi ricordiamo chi scolpì il dolore.
Dovremmo ricordare anche chi rese possibile il cammino.
Perché senza Giuseppe e Michele Alesso, probabilmente, le Vare sarebbero rimaste solo un ricordo del Settecento.
E invece sono ancora qui.
Ogni anno.
A insegnare che la tradizione non nasce quando qualcuno crea, ma quando qualcuno decide che vale la pena ricominciare.
Nella foto l ‘Ecce Homo della chiesa della Madonna della Catena, una delle sette ‘ vare’ della prima processione


