1884: L’orazione nell’orto e la Cattura

Francesco Daniele Miceli
7 Min Leggere

Ci sono annate che fanno cambiare volto a un’intera processione.
E spesso, mentre le si attraversa, non si ha la minima consapevolezza di stare dando forma a qualcosa che durerà ben oltre il proprio tempo.

Il 1884 fu uno di quegli anni.

Allora nessuno parlava di “svolta”, nessuno immaginava che quel Giovedì Santo avrebbe inciso una linea netta tra un prima e un dopo. Eppure accadde. In un solo anno, due vare furono completamente rinnovate: Gesù all’Orto e la Cattura. Due scene consecutive nel Vangelo, due passaggi della notte più lunga, nell’orto più buio della storia.

Ma per capire davvero cosa significò il 1884, bisogna fare un passo indietro.

Per oltre quarant’anni, sin dalla prima processione del 1840, Gesù all’Orto aveva mantenuto un primato assoluto. Era la prima vara a uscire, quella che apriva il cammino. C’era già, in forma rudimentale, tra le prime sette vare improvvisate dall’Alesso. E proprio lì si vedeva l’ingegno semplice, quasi istintivo, di quegli inizi.

Accanto al Cristo modellato dallo stesso Alesso, compariva un putto, prelevato dalla chiesa di Santa Maria la Nova, che reggeva un calice. In quella chiesa ce n’erano cinque, tutti intenti a raccogliere il sangue dalle ferite di Cristo Crocifisso. Uno di quelli bastò per completare la prima vara, anzi, sembrava fatto apposta per quello. L’anno seguente, lo stesso Alesso aggiunse un altro angelo, questa volta con calice e croce. Il gruppo cresceva, si stratificava, seguendo più il bisogno che un disegno unitario.

La Cattura, sempre nella prima processione, invece, era una scena scarna e violenta: due sole figure. Gesù e Giuda.
Giuda nell’atto del bacio, brutto fino all’eccesso, quasi deformato, perché il male doveva essere riconoscibile a colpo d’occhio. Nessuna sfumatura psicologica, nessun dubbio: il tradimento aveva un volto preciso.

Quando gli Alesso affidarono ai ceti cittadini le Vare, i primi ad avere una vera vara furono i pastai e i fornai, che scelsero proprio Gesù all’Orto. Non potevano immaginare però che quel privilegio — sfilare per primi — sarebbe stato messo in discussione dagli stessi equilibri interni al ceto. Intanto, intorno al 1846, a San Cataldo viveva un palermitano che lavorava la cera. Non era uno scultore: ricopriva i volti dei defunti, restituendo loro sembianze per conservarli. Fu lui, intorno al 1847, a intervenire sulla vara, abbellendola. Nello stesso anno, anche la Cattura cambiò volto: furono aggiunti due giudei con lancia e turbante. Le scene si popolavano, il racconto si faceva più denso.

Ma tutto questo, ormai, apparteneva a un altro tempo.

Nel 1884 si decise di cambiare davvero.

Pastai e fornai si rivolsero ai Biangardi per rifare Gesù all’Orto. Ottocento lire di spesa, per un gruppo che ancora oggi colpisce per la delicatezza e l’armonia dei volti. I colori sono morbidi, le espressioni sembrano vive, quasi colte in un respiro.

E poi c’è l’angelo. Basta fermarsi lì per capire il salto. I ricci mossi dal vento, le gote arrossate, quel sapore inconfondibilmente napoletano che sembra uscire direttamente da una bottega di San Gregorio Armeno. Il mantello scivola su un muretto e suggerisce il volo, mentre i piedi restano sospesi, come se l’angelo non avesse mai toccato terra.

Biangardi aveva già tentato qualcosa di simile vent’anni prima, a Cittanova. Là il cherubino, tutto in legno, era accovacciato su una nuvoletta. Qui, a Caltanissetta, l’idea si fa più ardita, più matura.

Nello stesso anno, per 1100 lire, fu rifatta anche la Cattura. Un gruppo complesso, studiato nei minimi gesti: Giuda, Gesù, due soldati e un manigoldo. Un soldato chiede silenzio, l’altro dà l’ordine di arresto. Il manigoldo tende la corda, mentre Gesù guarda l’amico nel momento esatto del tradimento. Tutto è in equilibrio, tutto si tiene. È una scena che non urla, ma stringe.

La vara rimase agli ortolani, con un brevissimo passaggio ai falegnami negli anni Novanta, per poi tornare stabilmente ai suoi custodi. Oggi è affidata a un’associazione di eredi di Biagio e Calogero Giunta, composta da cugini e discendenti diretti, che continuano a portarla in processione come si porta avanti una promessa.

Attorno a questa vara, per anni, camminò anche Pippo Baudo. Amicizie, legami, affetto. Da lì nacque una voce: che avesse una vara sua, che potesse portarla via da un momento all’altro privando la città di una delle sedici sicure bellezze, le vare. Nulla di vero. Ma in una città piccola, le voci corrono veloci, e in un’epoca senza smentite immediate, le leggende si accendono in fretta.

Eppure, la vera sorpresa doveva ancora arrivare.

Gesù all’Orto, nonostante la sua nuova bellezza, non avrebbe conservato a lungo il primato.
Mugnai, pastai e fornai la commissionarono insieme, la pagarono insieme, la portarono in processione con orgoglio. Ottocento lire, un’opera splendida, un angelo che sembrava vivo. Tutto lasciava pensare a una consacrazione definitiva.

E invece durò un anno soltanto.

Perché l’anno successivo accadde qualcosa che, a rileggerlo oggi, ha il sapore di qualcosa di misterioso: i fornai si staccarono. Sciolsero l’alleanza, lasciarono mugnai e pastai, alzarono una nuova bandiera. E fecero ciò che nessuno si aspettava: commissionarono una nuova vara, tutta loro.

Dopo decenni in cui Gesù all’Orto aveva aperto il cammino, improvvisamente non era più il primo. L’ordine cambiò. Le abitudini di generazioni si spezzarono in un solo colpo.

Scelsero la scena che precede l’Orto. Scelsero di anticiparlo. Scelsero di passargli davanti.

Nacque così la Cena.

Davanti a tutti, adesso, c’era la Cena.

Ma questa è un’altra storia.

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