1885: Cena e Scinnenza

Francesco Daniele Miceli
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Ci sono anni che aggiungono un tassello.
E poi ci sono anni che cambiano davvero il volto di una tradizione.

Il 1885 fu uno di quelli.

L’anno precedente aveva già scosso gli equilibri della processione: due nuove vare, Gesù all’Orto e la Cattura, avevano segnato una svolta importante. Ma il movimento non si fermò lì. Nel giro di pochi mesi la processione cambiò ancora, e questa volta la novità fu tale da modificare perfino l’itinerario tra le vie della città.

Per capire cosa accadde bisogna tornare a quel momento di frattura.
Fino ad allora i fornai avevano una vara propria: condividevano Gesù all’Orto insieme ai mugnai e ai pastai. Poi arrivò la separazione. I fornai decisero di formare un ceto autonomo e commissionarono una nuova vara tutta loro.

Nacque così la Cena.

I Biangardi tradussero in forma plastica il celebre Cenacolo di Leonardo. Quando apparve, la città rimase stupefatta. Le cronache raccontano che la gente la guardava avanzare tra le vie dicendo:
«È un palazzu ca camina».
Un palazzo che cammina.

E davvero lo sembrava.

La vara era concepita come una vera architettura: un grande portico a cinque archi, con colonne, bassorilievi marmorei, cornici dorate e, sopra la cornice, una fila di globi opachi. Al centro pendeva un ricco lampadario. Tutto contribuiva a dare alla scena un’imponenza teatrale che non si era mai vista prima.

Ma non fu l’unica novità.

Nello stesso periodo entrò nella processione anche la Deposizione dalla Croce, realizzata per i minatori. È quella che il popolo ha sempre chiamato la Scinnenza: il momento in cui il corpo di Cristo viene calato dalla croce. Una scena intensissima, tra le più drammatiche della Passione, che portava dentro la processione il dolore più umano e concreto nella forma più spettacolare possibile.

Con l’ingresso della Cena e della Deposizione, il numero dei gruppi salì a sedici. Non le sedici che conosciamo oggi — perché il Sinedrio ancora non esisteva — ma sedici scene della Passione che componevano un racconto sempre più ampio. Tra queste c’era ancora Gesù incontra sua madre, una vara che oggi non sfila più ma che allora faceva parte della memoria viva della processione.

Quelle nuove vare erano imponenti, pesantissime.
E così nel 1885 il comitato decise di modificare il percorso della processione, evitando alcune salite difficili come quelle della via Carceri e della via delle Spine. Per la prima volta la processione cambiava strada per adattarsi alla grandezza dei nuovi gruppi.

E la Cena, così monumentale, continuò a creare qualche difficoltà.

L’anno successivo, nel 1886, si decise di rimuovere il grande portico: troppo pesante e troppo ingombrante per il passaggio tra le vie strette della città. L’imponente “palazzo che cammina” venne alleggerito per permettere alla vara di continuare a uscire senza rischi.

Non solo.
Nel 1889 si tentò perfino una soluzione diversa per il trasporto. L’idea era semplice: invece di portarla a spalla, trascinare la vara su un carro a quattro ruote trainato da buoi, così da ridurre lo sforzo degli uomini. Il progetto, sulla carta, sembrava pratico ed economico. Ma nella realtà non funzionò come sperato. L’esperimento non diede i risultati attesi, e si tornò presto al sistema tradizionale.

E così quella vara continuò a camminare nel tempo, anche se , come le altre vare, oggi è poggiata su un carrollo e spinta a forza di braccia e non portata  a spalla.

Facciamo un salto avanti.

25 ottobre 2015. Milano. Expo.

Nella città che custodisce il Cenacolo vinciano di Leonardo da Vinci, tra visitatori arrivati da tutto il mondo, comparve anche lei: la vara dell’Ultima Cena dei Biangardi. Quasi un dialogo silenzioso tra la pittura rinascimentale e la sua interpretazione plastica nata per Caltanissetta.

E non fu l’unico viaggio.

Dal 4 febbraio al 21 marzo, qualche anno dopo, nel 2022, la vara si trovò addirittura a Roma, esposta all’aeroporto di Fiumicino. Migliaia di viaggiatori la incontrarono tra una partenza e un arrivo, tra un volo e l’altro.

Una vara nata tra le botteghe di fine Ottocento, pensata per attraversare le vie di una città mineraria, oggi continua a viaggiare. Cambiano i luoghi, cambiano gli sguardi, ma il racconto rimane.

È una storia lunga più di un secolo.
Una storia fatta di processioni, di mani che la sollevano, di città che la accolgono.

Una storia che, come quella processione del 1885, continua a cambiare strada — senza mai perdere la direzione.

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