Una foto racconta la città

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Una foto può raccontare una città, la sua storia, la sua identità, le sue omissioni.

Un lettore ci ha inviato un suo scatto, è Massimo Dell’Utri, “fotografo per passione” e il paesaggio urbano che rappresenta ci è sembrato molto significativo.

Potrebbe essere Caltanissetta, la nostra città, ma potrebbe anche essere una città qualsiasi, del sud o del nord, clamorosamente anonima, se non ci fosse un elemento di identità dei luoghi che ce la rende più vicina. È il cielo, la luce, che invade lo spazio maggiore nel riquadro dell’immagine.

Un cielo pulito, in cui la luce non trova ostacoli, come quello di Caltanissetta, la caratteristica del nostro paesaggio più preziosa, forse dovuta ai venti che attraversano le nostre colline senza violenza ma anche senza tregua, spesso impercettibili ma costanti.

La luce regala speranza a quell’agglomerato di cemento armato anonimo che compone quest’angolo di città, figlio di decenni di edilizia senz’anima, in cui contavano soltanto i finanziamenti pubblici, i metri cubi e le parcelle, senza un’idea di città, senza un pensiero sull’abitare come esperienza sociale che costruisca condivisione. Per decenni la formula magica è stata “3 metri cubi/metro quadrato”, l’unica regola, l’unica religione per progettisti e palazzinari, l’unico limite per la politica della speculazione.

E l’edificio pubblico che emerge dal limite inferiore più anonimo non potrebbe essere, tetragono nei suoi volumi squadrati e tristi, incolore e soffocante nel suo occupare lo spazio urbano senza abbellirlo.

Ma c’è la luce a dominare la scena: potrebbe essere un’alba o un tramonto, meglio non indagare per non rischiare di trasformare la speranza in rassegnazione.

Basta la luce di un cielo pulito a sostenere la fatica della speranza? Vogliamo leggerla così questa foto

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