Nella piazzetta dedicata a Michele Tripisciano, dove il suo mezzobusto veglia silenzioso sulla città, una nuova vetrina espone tre piccole opere: tre varicedde, tre sculture nate non per i musei né per le case, ma per le strade, per la processione, per la devozione popolare.
Tripisciano morì nel 1913, a 53 anni. Sei anni prima, nel 1907, nasceva Salvatore Capizzi. Per appena un soffio di tempo, i due scultori hanno condiviso la stessa aria, le stesse strade, lo stesso cielo nisseno.
E viene spontaneo chiedersi: un bambino orfano di padre avrà mai incrociato lo “scultore che vive a Roma”, di cui parlavano con ammirazione i maestri e gli studiosi? Forse no. Ma oggi sì: oggi il grande artista e il piccolo artigiano si incontrano finalmente, con l’esposizione permanente di tre Varicedde di Capizzi nel chiosco che campeggia nella piazzetta.
E la piazzetta Tripisciano diventa così una custode della scultura nissena — quella colta, che troneggia nei monumenti romani, e quella popolare, che vive ancora tra la gente, nelle tradizioni e nei cuori.
In un’epoca in cui l’artigianato era anima e respiro dei quartieri, nel rione Angeli, tra la scuola e la chiesa di San Domenico, salendo una scala ripida e stretta, si trovava la bottega di Salvatore Capizzi: scultore, intagliatore, restauratore.
Lì nacquero le sue creature più amate — le Varicedde.
La storia delle Varicedde affonda le sue radici in un tempo lontano, quando nel Mercoledì Santo sfilavano non le scene che oggi conosciamo, ma le piccole versioni delle antiche vare dell’Alesso, antesignane di quelle realizzate in seguito dai Biangardi. Era una processione diversa, fatta di miniature devote, e tra i nomi di chi le plasmò risuona ancora quello di Francesco Asaro, custode di un’arte che si tramandava di mano in mano.
Poi il tempo passò, e con esso vennero le guerre, i cambiamenti, le partenze. Le Varicedde seguirono le vicende delle famiglie, viaggiando con chi emigrava, restando nelle case di chi non poteva più permettersi di portarle in processione, o andando perdute per incidenti e disgrazie. Alcune furono vendute, altre sostituite, altre ancora semplicemente scomparvero.
Ecco perché oggi, nella processione, convivono Varicedde di epoche diverse: accanto a quelle degli anni Sessanta sfilano ancora le tre più antiche, le varicedde del 1924, che hanno ormai compiuto un secolo di vita. Ogni decennio ne ha viste nascere di nuove, a sostituire quelle che il tempo aveva consumato — in un continuo ricambio che racconta, più di ogni altra cosa, la fedeltà di una città alla propria tradizione: una processione di storia e di fede che dura da generazioni.
Capizzi ne costruì dieci delle diciannove tuttora esistenti. Ma una, la più cara, la tenne per sé: la Deposizione dalla Croce, “la Scinnenza”. La custodiva in salotto, come si tiene un ricordo di famiglia.
Non era solo il suo capolavoro: era la sua preghiera. Capizzi, infatti, non era soltanto scultore, ma anche membro attivo del comitato della festa.
Alla sua morte, la tradizione passò al figlio Gaetano, che ogni anno, con la stessa emozione del padre, portava in processione la varicedda.
Lo ricordano tutti per la semplicità e la devozione con cui, alla vigilia della festa, addobbava la sua piccola vara personalmente e sceglieva i fiori, solitamente bianchi. E quando la addobbava, con un sorriso buono, diceva a chi passava: “vi piace? A me piace addobbata così! Semplice…”
Poi, quando anche Gaetano venne a mancare, la “Scinnenza” passò nelle mani di zio Nicola Spena, simbolo vivente delle tradizioni nissene.
Fu lui, nel 1994, a fondare la Associazione Piccoli Gruppi Sacri, oggi guidata dal figlio Michele.
Un passaggio di testimone, dunque, tra generazioni, come un filo che non si spezza mai.
Le tre varicedde oggi esposte nella vetrina di piazzetta Tripisciano sono di certo tra le più belle del Capizzi. L’Orazione dell’Orto (1952), appartenente alla famiglia Leonardo Riggi, sostituì una precedente vara, probabilmente di Turiddu Emma di San Cataldo, oggi custodita nella chiesa di San Giuseppe. L’Ecce Homo (1933) fu la prima varicedda costruita da Capizzi. Diversa da quella del Biangardi, più aperta nella disposizione delle figure. La espose, con la speranza di venderla, nel negozio di un carbonaio — dove oggi sorge l’ex Circolo dei Nobili. Solo un anno dopo, scolpì La Desolata con l’Angelo. L’Ecce Homo, dopo vari passaggi, appartiene ancora oggi alla famiglia Vincenzo Riggi. E infine, La Deposizione, la varicedda personale del maestro: la più intima, la più amata. Tre opere, tre epoche — gli anni ’30, ’50 e ’60 — che parlano di un solo nome: Salvatore Capizzi. Merito di aver ritrovato frammenti di storia perduti va ad Alessandro Barrafranca, per le innumerevoli informazioni raccolte e custodite con passione nel tempo.
Il suo libro “Le Varicedde”, il primo dedicato interamente a questa antica tradizione, compirà nei prossimi mesi vent’anni di vita.
Le varicedde create da Salvatore Capizzi sono, a pieno titolo, meravigliose: piccoli capolavori che raccontano la sua maestria e la sua profonda conoscenza delle grandi vare del Giovedì Santo.
C’è la Cena, con il suo portico intagliato a sette archi, diverso da quello del Biangardi che ne aveva cinque e che un tempo dominava sulla vara grande; c’è il Sinedrio, con quei volti severi e barbuti che sembrano parlare ancora; e poi la Veronica, che ancora oggi è custodita con devozione nella casa dei proprietari.
E infine lo Spoglio, la sua opera più originale.
Sì, perché è una vara unica, mai presente nella processione del Giovedì Santo. Se per tutte le altre Capizzi si era ispirato alle grandi vare, modellandone versioni in miniatura, lo Spoglio lo creò dal nulla.
Fu — raccontava suo figlio — ideato in una sola notte, e quell’idea non cambiò mai più. Una piccola scena che, però, sembra racchiudere l’intero linguaggio delle altre: Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, protagonisti della Scinnenza e del Sinedrio, reggono il cartiglio; i due flagellatori della Flagellazione spogliano Gesù.
Volti, gesti e atteggiamenti che richiamano chiaramente le grandi vare: segno che Capizzi le conosceva da vicino, con l’occhio di chi le ha studiate e amate nel dettaglio.
E poi la Traslazione, dove la Madonna non guarda più verso il cielo — come nella vara grande di autore ignoto — ma si proietta in avanti, si slancia verso Gesù in un gesto vivo, quasi umano, di struggente tenerezza.
E infine l’Urna, capolavoro di intaglio, e la piccola Addolorata, in cui Capizzi scolpì solo l’angelo e la croce, accanto alla figura della Madonna, già esistente.
Questa nuova esposizione diventa un ritorno: un modo per far sì che le varicedde, nate per camminare tra la gente, restino vive tutto l’anno, anche quando non sfilano.
E forse, da qualche parte, Capizzi sorriderebbe.
Lui che, raccontano, bruciò i suoi schizzi e i suoi appunti — forse con l’amarezza di sentirsi poco compreso da una città che oggi, invece, lo celebra.
Restano le sue opere. Restano i mobili, gli intagli, le cornici che ancora vivono nelle case antiche di Caltanissetta. E ora restano queste tre varicedde, che non smettono di raccontare.
Raccontano un tempo, una mano, un’anima.
Raccontano Caltanissetta.
la foto in copertina, inedita, è stata ritrovata in Olanda su un articolo pubblicato nella Österreichische Zeitschrift für Volkskunde, la Rivista austriaca di etnologia e tradizioni popolari, volume 67 dell’anno 1964.

