Caltanissetta, castello delle donne, ha in realtà un’immagine ben diversa. È l’anima dello zolfo, che affiora ancora oggi tra le pietre, nei racconti, nella memoria. Ed è proprio oggi, 12 novembre 2025, che la città ricorda una delle sue ferite più profonde: la tragedia della miniera di Gessolungo.
A raccontarla con voce lucida e terribile fu Michele Alesso, cronista di altri tempi, che con dovizia di particolari ci restituisce l’alba di un giorno maledetto: “Un funestissimo disasstro, un terribile scoppio di gas verso le ore del mattino (6) si abbatté sulla miniera, quando già una schiera di infelici operai erano tornati ai consueti loro lavori nella miniera Gessolungo”.
Era il grisou, gas infiammabile e invisibile che si sprigiona dalle viscere della terra e, a contatto con una fiamma o una scintilla, diventa fuoco e distruzione.
Sessantanove i morti. Tra loro diciannove “carusi”, piccoli e indifesi, bambini che scendevano nudi nella miniera, perché più erano minuti e più riuscivano ad addentrarsi nei cunicoli stretti del sottosuolo. Quando i corpi furono riesumati, nove di loro non vennero mai riconosciuti. Nove bambini senza nome, senza volto, senza nessuno che li amasse. È pazzesco pensarlo ancora oggi. Delle loro vite non sappiamo altro, se non ciò che resta nelle cronache di quei giorni: righe asciutte e lontane che raccontano una città in ginocchio.
Ma di un’altra tragedia, quella del 1958, sempre a Gessolungo, molti invece conservano ricordi nitidi. Bastò poco perché il corso, tra la Cattedrale e Sant’Agata al Collegio, si riempisse di donne vestite di nero che correvano urlando, chiedendo notizie. Poi, davanti alla Badia, arrivò un uomo con un foglio in mano. Lesse ad alta voce i nomi dei ritrovati. E a ogni nome seguiva un urlo, un pianto, una caduta. In poche ore la città perse figli, mariti, fratelli. Caltanissetta pianse tutta insieme, in un dolore collettivo che nessuno avrebbe più dimenticato.
Tornando a quella prima tragedia del 1881, è risaputo che da essa ci fu una rinascita inattesa: quella della processione delle Vare. Non nacque allora, certo, perché già vantava un secolo di storia, ma trovò nuova forza proprio in quei giorni. La miniera rimase chiusa per due mesi e, quando riaprì a gennaio dell’anno successivo, l’aria era ferma, racconta sempre Michele Alesso, la morte era rimasta lì, come uno spettro. I minatori sopravvissuti si fermarono con il capomastro, il signor Tortorici, ed espressero un desiderio: partecipare alla processione del Giovedì Santo. Il sacro si univa così al più profondo umano, la fede al dolore. In un’epoca in cui i funerali venivano spesso negati, la processione delle Vare divenne riscatto, memoria, consolazione.
Nel 1882, tassandosi di una lira a settimana, i minatori portarono in processione il gruppo ligneo La Veronica dell’artista Scimone, custodito nella chiesa della Maddalena. Era un gruppo pesante, rovinato, ma pieno di significato. Dopo quella Pasqua nacque l’idea di creare una nuova vara, che potesse essere testimonianza di quella tragedia. Fu una rivoluzione: i Biangardi vennero invitati a realizzarla, e da quel momento anche le altre Vare dei vari ceti furono rinnovate. A sorprendere fu il modo in cui vennero illuminate: con l’acetilene, lo stesso gas che i minatori portavano nelle viscere della terra. La fiamma che aveva distrutto la vita, adesso illuminava il volto di Cristo.
Nel Cristo che cade sotto la croce, i minatori riconobbero sé stessi, piegati dal peso del lavoro e del buio. Nella Veronica che asciuga il volto di Gesù, si specchiarono le madri, le mogli, le figlie in attesa. E quando la processione passò sotto i palazzi dei padroni, i minatori ebbero, finalmente, la loro rivalsa silenziosa: quella della fede che riscatta la dignità.
C’è un luogo preciso, vicino alla miniera, dove quei sessantanove corpi riposano ancora. È un piccolo cimitero che non smette di parlare. Non è solo memoria, è monito. Ricorda che tutti gli uomini — e soprattutto i bambini — hanno diritto alla sicurezza, al rispetto, alla vita. Che nessun bambino debba mai più scendere nel buio del lavoro, ma vivere alla luce del giorno, giocare, essere amato.
È necessario non dimenticare ciò che è accaduto, ma continuare a parlarne e a generare dialogo: accanto al Museo Mineralogico è necessario creare un Museo della Zolfara, perché i bambini e i ragazzi continuino a studiare e comprendere questa parte della nostra storia. E bisogna visitare e valorizzare quel luogo silenzioso e sperduto — il cimitero dei carusi — affinché resti vivo nella memoria collettiva come monito e come atto d’amore verso chi non tornò mai più alla luce.
Perché la storia dello zolfo, a Caltanissetta, non è solo una storia di fatica e di morte. È anche la storia di un popolo che, dalle tenebre, ha saputo accendere la propria luce.
foto di Umberto Ruvolo

