L’urgenza di formulare pensieri lunghi e profondi sulla scuola

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di Rocco Gumina

La vicenda di La Spezia ci ha ricordato, qualora fosse necessario, che è sempre difficile parlare di scuola, anche oggi. Infatti all’interno del cambiamento d’epoca in atto occorre considerare una serie di fattori che incidono sul modo di pensare e di fare la scuola ai nostri giorni.  

Ci troviamo in un tempo definito dai sociologi con il termine policrisi ovvero una situazione di problematicità, di ripensamento e di cambiamento che investe ogni aspetto della nostra società: politica, famiglia, religioni, istituzioni, sindacati ecc. Inoltre, recenti indagini registrano che sia i giovani sia gli adulti trascorrono in media fra le sette e le otto ore dinanzi allo schermo dei propri smartphone. Si tratta di una fascia temporale che di solito impieghiamo anche per il riposo o per il lavoro. Ancora, tanto da intellettuali come il professore Umberto Galimberti quanto da figure rilevanti a livello globale come Papa Leone XIV, si solleva l’attenzione sull’assenza diffusa di senso collettivo che colpisce le nostre comunità. Questa mancanza – come annotiamo tramite i fatti di cronaca – sfocia ora nella diffusione della violenza ora in varie forme di depressione, ansia, isolamento.  

Dinanzi a simili trasformazioni non può, e non deve, reggere il modello di scuola che ha caratterizzato il secolo scorso. Allora probabilmente è giunto il tempo di provare a discutere – ancora prima di installare i metal detector dalle Alpi alla Sicilia – sul profilo di istituzione scolastica confacente alle urgenze e alle pressioni del nostro tempo.  

La lezione di Don Milani, la prospettiva di Paulo Freire, la visione di bell hooks e di molti altri educatori e pedagogisti del Novecento ci spingono ad avviare un lungo e profondo ripensamento sul come deve essere la scuola anziché su quello che deve fare la scuola.

Alle nostre latitudini spremute da svariate contingenze, cosa potrà mai significare avviare una riflessione sull’essenza dell’istituto scuola? È difficile se non impossibile rispondere a questa domanda. Tuttavia possiamo ragionare su alcuni aspetti. Intanto siamo chiamati a leggere la complessità del nostro mondo e cioè a prestare veramente attenzione alle singolarità, alle pluralità e alle diversità vissute e rappresentate quotidianamente da milioni di studenti e di studentesse. Poi sembra opportuno – in un’epoca di collasso della democrazia – trattare il dissenso e il conflitto (non violento) attraverso l’accoglienza, la gestione, l’argomentazione, l’apertura. Infine la situazione odierna invita ad intendere l’educazione, la formazione e l’istruzione al pari di un cammino – o di uno spezzare il pane per dirla con Eraldo Affinati che coinvolga allievi e docenti. Quest’ultimi – in tale logica – prima di dirsi maestri devono farsi testimoni attraverso il pronunciamento di parole legittimate dall’esistenza.

Da queste considerazioni, come da molte altre emerse nei giorni scorsi, affiorano una grande densità di spunti e di analisi che riguardano la scuola. Di conseguenza i singoli provvedimenti securitari o emergenziali risultano quantomeno parziali per affrontare la crisi in corso la quale necessita di un ripensamento lungo e profondo che coinvolga tutta la nostra comunità.

Rocco Gumina

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