Corrado Drago se ne è andato troppo presto, la sua scomparsa prematura lascia grande tristezza tra i suoi coetanei e non solo, quando ci si accorge che si assottiglia sempre più la rappresentanza di una generazione che ha creduto che fosse possibile, oltre che doveroso, cambiare la società. O almeno provarci.
Aveva scelto di essere psicologo, una delle professioni più innovative nella seconda metà del secolo scorso, al confine tra scienza e umanesimo, per una visione dell’umanità e della sua complessità che cercasse di comprendere, e risolvere, i conflitti, le contraddizioni, i disagi e le lacerazioni che turbano, a volte fino a straziarla, la nostra esistenza, come persone e come gruppi sociali. Dedicando la sua professionalità a prendersi cura dei più fragili, dei più esposti, di chi era senza tutele e senza privilegi di classe.
Aveva scelto l’impegno professionale non privatistico, ma inserito in una struttura e lavorando in equipe, fedele a quella visione comunitaria che contrastava, con la determinazione della coerenza quotidiana, la deriva individualistica che sembra divorare, passo dopo passo, l’orizzonte sociale della vita collettiva.
Il garbo del suo stile comunicativo non mascherava una coerenza inflessibile, non sbandierata ma vissuta, anche a costo di sacrifici personali, con l’equilibrio di chi fonda la sua forza interiore non sulle apparenze dello status ma sulla fedeltà radicale all’orizzonte dei valori su cui ha costruito la propria presenza riconoscibile, mai esibita, nella società che con il suo lavoro di cura contribuiva a rendere più umana, giorno dopo giorno.
Non aveva bisogno di mettere un distintivo, Corrado, o di sventolare una bandiera, le sue discriminanti passavano dallo sguardo, dall’ironia sottile e affilata, da un sorriso donato o negato, senza violenza né supponenza, ma sempre con il rigore gentile di chi non arretra di un solo passo rispetto alle convinzioni in cui crede.
E’ un modello antropologico sempre più raro, quello che Corrado ha testimoniato con la sua esistenza, ma non è “superato dai tempi” anche se è sempre più difficile seguirne l’esempio, condividerne lo spazio morale, comunicare con la sua grammatica della socialità generosa e intransigente.
Un’altra luce si spegne e la nostra città rimane più sola, più povera, più fragile nella sua dimensione comunitaria e nella costruzione di una prospettiva di speranza di cambiamento.
Alla moglie Fabiola e ai suoi figli l’abbraccio solidale della redazione.
foto di Ettore Garozzo

