di Tina Duminuco
Oggi mi sei venuto in mente nella tua grandezza divina come la definiva il Vasari e nella tua umana sofferenza di artista.
Quanto tempo, quanta fatica ci vuole per realizzare un’opera d’arte? Opere particolarmente grandiose e complesse come quelle del passato quando i soli mezzi utilizzati erano le braccia umane? Fatica che nessuna moneta potrà mai realmente compensare. C’è un di più che è solo tuo e chi sta fuori non comprende fino in fondo. La fatica e la gioia camminano insieme. “Tormento ed Estasi” Non ci potrà mai essere un reale parallelo tra l’opera e il prezzo che a questa opera viene attribuito, tra l’emozione di chi la realizza e la valutazione di chi la compra.
Ma quando l’artista è veramente grande riesce a trasmettere la sua emozione, se c’è la giusta sintonia con chi ne fruisce la visione. Allora sì che la bellezza aiuta a diventare uomini migliori. Almeno per un po’.
A che pensavi caro Michelangelo mentre dipingevi…” quel granaio” della Cappella Sistina?
Non lo volevi fare quell’enorme affresco, non era il tuo mestiere. La guardavi con sgomento quella superficie curva lunga e stretta… e poi le tue mani erano abituate e colpire con forza, a scheggiare, a levigare per tirare fuori dalla pietra la vita vera e pulsante nelle vene.
“Santità… io sono uno scultore… ho qui pronto il nuovo progetto della sepoltura…
Sono andato a Carrara ho scelto i marmi…
Ho già iniziato a lavorare…Santità…”
Ma Sua Santità non ti ascoltava più. C’era ancora tempo per morire e lui aveva in mente altri progetti, altre priorità. (e forse non era il caso di fare adesso un monumento così grande e costoso per metterlo lì, al centro della basilica!)
C’erano cantieri aperti in Vaticano e tutti i grandi artisti erano pronti ad accaparrarsi quelle favolose commissioni. C’era Bramante, c’era un giovane appena arrivato un certo Raffaello. La Cappella aveva già visto avvicendarsi tanti grandi pittori…E alla fine l’hai accettato quel lavoro comunque prestigioso. Così le sculture della tomba rimasero a dormire (alcune dentro e alcune già fuori dalla pietra… a cercare l’aria). Ma meno male che quel Papa” guerriero” era così testardo e sapeva guardare lontano. Lo sapeva che avresti fatto un capolavoro, come sempre.
Adesso eri lì su quel ponteggio sospeso, che avevi progettato per non lasciare buchi nel soffitto… e lavoravi, per ore ed ore. Giorni, mesi ed anni che passavano lenti mentre tu eri sempre lassù sospeso nel vuoto.
Il tempo si fermava mentre passavi e ripassavi il colore su quella superficie che prendeva forma e volume. Il colore gocciolava sul tuo viso e sulla barba. Il calore saliva in alto e ti imperlava la fronte, la schiena ti doleva, gli occhi si annebbiavano ogni tanto.
“Maestro e ora di desinare… possiamo scendere?”
“Pelandroni…mangiapane a tradimento…
Tu sempre scontroso li mandavi al diavolo i tuoi aiutanti e restavi lì da solo a lavorare.
A che pensavi mentre il pennello scorreva? Pensavi forse ai conti da pagare? A quanto ti costava mantenere i tuoi parenti? A quanto ti costava quel colore blu di lapislazzuli (meglio non usarne troppo per adesso). Pensavi a cose spicciole e banali? Le mosche ti infastidivano, il naso ti prudeva, eri stanco e forse pentito di avere iniziato?
O forse pensavi a quel Mosè ancora dentro il marmo da scolpire? A quegli Schiavi morenti abbandonati nella polvere? Quante idee, quanti progetti ti frullavano nella testa.
Ma intanto le Sibille maestose, sui loro scranni aprivano il libro e si muovevano sontuosamente vestite di seta cangiante. E i vecchi Profeti meditavano pazienti sulle parole sacre da dire per ammonire un popolo sempre ribelle. Parole che dovevano durare nel tempo, per i secoli a venire. Parola di Dio.
Le storie antiche uscivano dal Libro Sacro e diventavano visioni: grandi corpi atletici che si muovevano finalmente liberi di mostrarsi nella loro potenza, si scioglievano da legami, si nascondevano per paura, si sostenevano, si arrampicavano per sfuggire alle acque del diluvio.
Gli Ignudi si contorcevano inutilmente per conoscere la storia che si svolgeva alle loro spalle. Tutto un mondo prendeva forma e sostanza dalle terre macinate e mescolate con sapienza per dare vita a quell’affresco che doveva durare nel tempo.
A che pensavi mentre davi un corpo a quell’Adamo, bellissimo e languido che prendeva la vita direttamente dalla mano di Dio? Quel tocco gentile in cui l’energia passava come una scossa elettrica tra le due dita? Lo accarezzavi forse come un figlio sulla sua pelle appena nata.
Ma ti accorgevi che, nel silenzio della Cappella illuminata da un raggio di sole, tra la luce di quelle candele accese c’era una luce più forte, più potente, che ti illuminava anche quando il sole era tramontato? Forse non te ne accorgevi, preso com’eri dal lavoro…ma quella luce c’era mentre, con mano ferma e sicura, dipingevi una barba bianca sul volto di un Dio muscoloso impegnato nell’opera immane della creazione. Mentre il Dio di Isacco e di Giacobbe, visto difronte o di schiena creava gli astri e la luce, o separava le acque dalle terre…
Lui era lì! Era venuto a vedere il suo ritratto… e sicuramente sarà rimasto contento perché ti ha lasciato lavorare tranquillo soffiandoti appena tra i capelli, dolcemente per asciugarti il sudore. Era un refolo leggero, un venticello profumato che ti ha attraversato la nuca e poi la schiena portandosi via la stanchezza con un brivido.
Una semplice carezza che ti ha riempito il cuore di una gioia inesauribile. È questa la moneta più preziosa che ti consolerà la sera, quando metterai le tue ossa rotte sul letto, quando distenderai i tuoi muscoli stanchi. Chiuderai gli occhi e allora rivedrai quel volto di Dio nato dal tuo pennello, rivedrai la sua mano potente, allora ti ricorderai di quella carezza sui tuoi capelli arruffati e pieni di colore e sarai felice per sempre.
Tina Duminuco

