Agata, quando una Santa diventa patrimonio dell’Umanità

Ludovico Falzone
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Il capoluogo etneo celebra la sua Patrona tra riti secolari, installazioni artistiche e un’affluenza record

«Cittadini, cittadini! Semu tutti devoti tutti!» grida a squarciagola un catanese davanti ad un cero. «Viva Sant’Agata!» risponde la folla attorno a lui, come se stesse sussurrando. È la festa della Santuzza a Catania, da quest’anno candidata a patrimonio immateriale dell’umanità Unesco. Luci e macchie bianche e nere illuminano via Etnea, nel centro storico: i devoti che indossano u saccu (veste bianca con cappello nero) stanno intorno ad un cero acceso. Più grande è la candela più è profondo il legame tra la grazia ricevuta e il voto offerto. È un rituale. A turno i devoti raccontano in dialetto la storia della propria disgrazia e del perché sono lì a testimoniare la fede. C’è silenzio intorno, il ritmo della cantilena è scandito da chi lima la cera per mantenere viva la fiamma.

Agata, quando una Santa <br> diventa patrimonio dell’Umanità

La festa è iniziata il 3 febbraio con la sfilata della carrozza del Senato, anche quest’anno il sindaco Enrico Trantino ha scelto di far partecipare alcuni studenti della città. A sira o tri (la sera del tre), lo stesso giorno c’è anche lo spettacolo dei fuochi in piazza Duomo.

Il 4 febbraio, la “Messa dell’Aurora” ha segnato l’incontro tra la Santa e i suoi cittadini. Le reliquie hanno attraversato i luoghi del martirio, ma l’attenzione dei visitatori si è concentrata sull’opera d’arte “Tu sei Agata” dell’artista palermitano Domenico Pellegrino e della stilista catanese Marella Ferrera: un velo bianco lungo 300 metri cucito con pizzi e merletti, donati da molte famiglie, che richiama quello miracoloso che salvò la città dalla lava più di quindici volte nei secoli, oggi invoca anche la fine della violenza contro le donne.

Il 5 febbraio Catania celebra sant’Agata non solo come rito religioso, ma come un profondo atto d’amore e appartenenza. È un legame ancestrale, quasi carnale: i cittadini affidano alla santa il peso delle proprie sofferenze, cercando in lei la forza per affrontare i pesi della vita in una terra in continua contraddizione. È un sentimento così intimo che solo chi vive la città può comprenderlo appieno; una fede che diventa àncora di salvezza.

La celebrazione è stata presieduta dall’Arcivescovo Mons. Luigi Renna a sottolineare il respiro universale della festa, che si classifica terza al mondo per affluenza di visitatori, – dopo la Settimana Santa di Siviglia e quella del Corpus Domini di Cusco in Perù.

Il centro di Catania si ramifica in strade illuminate dal giallo dei ceri e dai fiori. Al centro in via Etnea tra la folla, lo scrigno e il fercolo nel quale spicca il busto reliquario di Sant’Agata che sorride alla città. I devoti fanno scorrere tra le loro mani il cordone benedetto che traina la struttura. Ad illuminare la strada alla santa ci sono le candelore: strutture in legno dorate, decorate con fiori, bandiere e immagini del martirio di Agata, trasportate a spalla accompagnate dalla banda musicale. Rappresentano le antiche corporazioni e sono di appartenenza delle famiglie che hanno ereditato il voto offerto. La tradizione vuole che la candelora faccia l’annacatedda (il balletto) davanti agli esercizi commerciali di coloro che contribuiscono con offerte.

Agata, quando una Santa <br> diventa patrimonio dell’Umanità

In Sicilia la religione arriva anche sulla tavola e tra un coro e una preghiera, i tantissimi visitatori (circa un milione) si fanno largo nella folla per raggiungere una panetteria o una pasticceria e mangiare le olivette o la minnuzza di Sant’Agata: dolci tipici della tradizione catanese. Le olivette, in pasta di mandorla e decorate di verde, rimandano all’albero di ulivo apparso improvvisamente alla giovane Agata durante una sosta nella fuga dalle guardie del pretore romano Quinziano, innamorato di lei e per il quale avrebbe dovuto ripudiare la sua fede cristiana. La minnuzza è una cassata di ricotta, che simboleggia i seni strappati alla Santa durante il suo martirio.

Agata, quando una Santa <br> diventa patrimonio dell’Umanità
Minnuzza e olivette di Sant’Agata

L’edizione 2026 della festa coincide con l’avvio del Giubileo Agatino, che commemora il nono centenario della traslazione delle reliquie da Costantinopoli a Catania (1126-2026).

Ai piedi della ripida salita di via Sangiuliano, la folla trattiene il fiato per l’attesa dell’impresa dei devoti che con la forza delle braccia umane spingono la Santa contro la gravità. Il fercolo affronta l’inclinazione con l’assistenza di ingranaggi attivati da macchinisti, impedendo gli incidenti che sono costati la vita a tante persone.

Agata, quando una Santa <br> diventa patrimonio dell’Umanità

Alle 7:30 del 6 mattina i fuochi non hanno illuminato il quartiere Borgo, il tragitto della processione è lento e i giochi pirotecnici con la luce non hanno avuto l’effetto spettacolare atteso.

Il giorno dopo, le vie del centro sono ricoperte di cera mista a segatura di legno per permettere la viabilità di pedoni e automobili. C’è silenzio, come se le preghiere urlate dei cittadini avessero inghiottito la voce della città in unico silenzio. La festa continua fino al 12 febbraio, con l’ottava, giorno di chiusura delle celebrazioni e dell’ultima processione in piazza Duomo.  

La festa di Sant’Agata smette di appartenere ai soli catanesi per farsi abbraccio universale. In quel fiume di lava umana che per due volte l’anno inonda le strade, le preghiere del mondo intero si mescolano al fumo della cera, accompagnando la Santa mentre, ancora una volta, solleva la mano per benedire i suoi figli.

da ZETALUISS 10 febbraio 2026

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