“Limes” la mostra che apre le porte dell’invisibile e interroga la coscienza

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“Limes Tentativi di Rinascita” tre parole che aprono le porte dell’invisibile, nella mostra di Luca Grossi inaugurata all’Officina degli Artisti il 13 febbraio, aperta fino al 20 febbraio, a cura di Manfredi Spagnoli, Alberto Antonio Foresta, Noemi Ballacchino.

Limes: limite, ma anche sentiero, confine, linea di separazione o margine di possibile contatto.

Tentativi: un divenire in tensione continua, tra memoria persistente e sfuggente, che riemerge intermittente, inquietante, sufficiente a suscitare la nostalgia o la ricerca, un impegno consapevole di non trovare soluzione definitiva né definita, e tuttavia tenace nel suo sfuggire.

Rinascita: che presuppone una fine precedente ed un ri-cominciamento che non riesce a trovare forma, che si scioglie sotto lo sguardo, come le testine dei feti espressionisti che piangono colore e non riescono ad avere uno sguardo. Schierati come proiettili nella prima parte del percorso espositivo, una raffica sulla nostra coscienza. E per questo ci guardano, offrendoci uno specchio destabilizzante in cui riconoscere la nostra inconcludenza e lo sfuggire della nostra identità.

Le uniche fisionomie definite, riconoscibili, sono quelle dei morti disegnate sui ceri accesi sulla cenere, luce di riferimento, premessa necessaria per ogni ri-nascita.

Nove testine di bambini per tentare di ri-nascere e nove ceri accesi sulla cenere, trinità delle trinità, speculari, non comunicanti, traboccanti di solitudine.

La memoria ricuce però, tenta di ri-tessere i fili tra passato e presente, tra percezione e intuizione, imbiancando i ritratti fino a farne percepire solo qualche contorno, che cambia con il variare della luce e della posizione di chi guarda. Un bianco che purifica, che non copre ma rivela l’invisibile. Non possiamo più ignorare che esista.

E infine i “cartocci”, illuminati, opalescenti, che riuniscono frammenti di esistenze già vissute, ricontestualizzati, perché non ci sono scarti nella memoria. Forse è questo il manifesto di una speranza possibile, dopo l’inquietudine dell’incompiutezza e della percezione difficile, al centro delle due ali della mostra. Ognuno di noi, vivo o morto, può essere uno di quei frammenti e ritrovare un senso in nuove combinazioni, se si regala la libertà di condividere lo spazio anche con chi non si conosce, sovrapposti, confinanti, velati ma illuminati, opachi e traslucidi, protetti dall’ombra chiara e rivelati al tempo stesso.

Come nella nostra vita, se abbiamo il coraggio di mescolarci, in cerca di una identità di relazione, lasciandoci alle spalle la confort zone dell’autoreferenzialità che ci spegne, con le sue comodità scontate: possiamo rimanere ancora vivi.

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