“Uno nessuno centomila”: la ricerca dell’identità contro gli stereotipi della dittatura dell’apparenza

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La scoperta della propria identità dissociata in mille frammenti quanti sono gli sguardi di chi ci osserva senza riconoscerci, il conflitto tra l’autenticità ricercata e l’apparenza declinata in tutte le possibili sfaccettature, dopo un secolo “Uno nessuno centomila” di Luigi Pirandello squaderna tutta la sua urticante attualità nella versione teatrale di Nicasio Anzelmo che abbiamo visto sul palcoscenico del teatro Rosso di San Secondo di Caltanissetta per il terzo appuntamento de “La Bella Stagione” diretta da Alessandra Falci, in prima regionale della tournée.

Prova d’attore estremamente impegnativa per il protagonista, Primo Reggiani, che ha espresso con energia e determinazione la complessità di un personaggio che ha dato voce a buona parte della filosofia del ‘900, senza perdere la spontaneità della scoperta problematica di sé, senza gigioneggiare nella retorica della recitazione: ha fatto vivere e parlare Vitangelo Moscarda come un uomo dei nostri giorni, nonostante la scenografia luminosa, fatta di profili identici e sovrapposti, riproducesse stampati giornali degli anni ’20, un secolo fa, quando il romanzo è stato scritto.

La scenografia, inquietante e suggestiva, di Annamaria Porcelli e Sergio M. Minelli, rendeva plasticamente l’idea dell’omologazione totalitaria dell’identità, mentre il protagonista disperatamente proclamava le irriducibili differenze tra gli esseri umani e dentro gli esseri umani stessi, un manifesto teatrale della teoria della relatività che in quegli anni Einstein stava divulgando nella scienza, sconvolgendo tutte le certezze e i paradigmi che avevano definito fino ad allora la fisionomia dell’universo.

Antagonisti del protagonista una galleria di personaggi-stereotipi della normalità borghese, grotteschi, apertamente caricaturali, anche nell’accompagnamento musicale della loro azione, a fare risaltare per contrasto l’estrema serietà della ricerca di senso del protagonista, non a caso immediatamente stigmatizzato da loro come “fuori di testa” man mano che andava smascherando le ipocrisie dei loro opportunismi e la falsità della loro “normalità”.

Non era facile rendere sulla scena la complessità del romanzo pirandelliano, non era facile farlo senza appesantire la pièce  di verbosità e di ragionamenti eccessivi, e forse si poteva rendere l’azione scenica più stringata. Ma confrontarsi con Pirandello un secolo dopo non poteva essere facile, e lo spettatore ha avuto così il tempo di rispecchiare nelle caricature grottesche dei personaggi sulla scena tutta la società dell’apparire dei nostri giorni, dilagante nella pervasività del suo scontato “buon senso”, tossica nella sua normalità stereotipata, che possiamo incontrare tutti i giorni, dalle nostre strade agli schermi televisivi che fanno da scenari alla politica senza politica che ci governa.

Un’altra serata di teatro importante a Caltanissetta, un teatro gremito di spettatori attenti che hanno molto apprezzato il lavoro. Forse possono essere anche questi gli anticorpi al dilagare della banalità del male che ci aggredisce silenziosamente, con la dittatura di una società omologata in cui tutti la pensano secondo lo stesso schema semplice, utilitaristico, senza alternative, fatto di certezze scontate, e chi si mette in discussione e si interroga diventa pericolosamente dissonante.

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