1883: Veronica

Francesco Daniele Miceli
7 Min Leggere

Abbiamo già sostato dinanzi alla vara della Veronica.
L’abbiamo osservata, raccontata, quasi accarezzata con le parole. Eppure, nel proseguire questa nostra rubrica dedicata alla Settimana Santa, è doveroso fermarsi ancora una volta proprio lì: davanti a lei, alla vara che nel 1883 Francesco e Vincenzo Biangardi realizzarono per i minatori di Gessolungo.

Una storia risaputa, si dirà. E forse è vero. Ma ogni storia che affonda le radici nella terra e nel dolore merita di essere riascoltata. Perché non è mai soltanto un fatto: è una memoria che respira.

Dopo il tragico 12 novembre 1881, la comunità dei minatori volle partecipare alla processione del Giovedì Santo. Non pensò, in un primo momento, a una nuova vara. Una Veronica già esisteva: riposava nella chiesa della Maddalena, scolpita in legno negli anni Settanta dell’Ottocento da Scimone, che aveva sostituito la precedente del 1842 realizzata dall’Alesso. La città aveva già contemplato, nelle notti del Giovedì Santo, il gesto della donna che asciuga il volto di Cristo.

Ma quella vara era pesante, provata dal tempo, segnata nella conservazione. I minatori compresero che non avrebbe retto ancora a lungo. E allora si decisero: ne avrebbero commissionata una nuova.

Fu una scelta coraggiosa. Novecento lire di spesa, cifra non lieve per uomini che conoscevano la fatica prima ancora del salario. Eppure vollero farlo. Affidarono l’opera ai Biangardi, che introdussero una tecnica capace di rivoluzionare il modo stesso di concepire le vare: teste e piedi in cartapesta, mani e ossatura in legno, panneggi in telolona foderata di stucco, raschiata con sapienza fino a sembrare legno vero, ma senza il suo eccessivo peso. Una soluzione che era quasi un patto silenzioso tra artisti e minatori: bellezza sì, ma che potesse essere portata a spalla.

Non era la prima volta che i due maestri sperimentavano quella tecnica. Poco tempo prima avevano realizzato un Sant’Alfonso dei Liguori per la chiesa di San Sebastiano, con lo stesso ingegnoso equilibrio tra leggerezza e solidità. Ma la Veronica di Gessolungo fu la prima vara dei Biangardi a Caltanissetta. E divenne esempio. Gli altri ceti cittadini, vedendo quell’opera nuova e ardita, iniziarono a sostituire le vecchie vare con gruppi commissionati ai due maestri napoletani. Una piccola rivoluzione silenziosa, nata dal sottosuolo.

La gestione della Miniera da parte dei fratelli Tortorici, custodì la vara fino al 1900. Poi il passaggio ai fratelli Cortese, sempre dentro l’universo minerario di Gessolungo. Per qualche anno, alla fine degli anni Trenta, la Veronica non uscì in processione. Un silenzio breve, ma pesante come una galleria chiusa.

Nel 1938 i Cortese la cedettero ai domenicani, che ne divennero custodi fino agli anni Cinquanta. Ma nel 1957 restava un solo priore: la congregazione si assottigliava, mentre cresceva un altro gruppo, la Sacra Lega San Michele. Una lettera del 6 marzo 1963, firmata da D’Anna Salvatore e indirizzata al sindaco e al vescovo di allora, mise ordine tra le carte: unico proprietario rimasto era il signor Melfa Ignazio, ultimo priore domenicano. Dall’altra parte, la Sacra Lega contava oltre sessanta uomini e una decina di donne pronti a prendersi cura del gruppo. Il passaggio definitivo fu ufficializzato il 21 maggio 1965, davanti a un notaio. Da allora, la vara appartiene alla Sacra Lega San Michele.

Ma la storia della Veronica non è fatta soltanto di firme e timbri.

Nel 1962, e poi ancora nel 1981, accadde qualcosa che sembra quasi una parabola. Un filo steso per i panni, lungo il percorso della processione, colpì il soldato — altissimo nella sua postura — e lo decapitò. Due volte lo stesso destino. Due volte la stessa ferita.

La prima ricostruzione fu affidata a Turiddu Emma, discepolo dei Biangardi. Allora non si parlava ancora di “restauro” come lo intendiamo oggi. Le vare non erano considerate opere d’arte: erano strumenti della devozione. Dovevano uscire, a tutti i costi. Emma intervenne per rendere il gruppo nuovamente presentabile e funzionale, più che per conservarne filologicamente la forma originaria. Nel 1981, quando l’episodio si ripeté, il soldato fu sistemato alla buona dai proprietari del gruppo. L’importante era che la Veronica camminasse ancora.

Solo nel 2003 si avviò un restauro profondo, a cura di Rosario Prizzi, iniziato nel novembre 2002 e concluso nel marzo successivo, in tempo per la Pasqua. L’intento era chiaro: restituire l’opera all’idea originaria dei due maestri. Durante il lavoro emerse un dettaglio sorprendente: rispetto alle altre vare, la tela olona risultava molto più spessa. Un’anomalia tecnica che forse si spiega con il fatto che la Veronica fosse una delle loro prime prove in questa tecnica così particolare, un banco di sperimentazione dove si osava un po’ di più, per prudenza o per entusiasmo.

Furono rimossi molti panneggi aggiunti nel tempo per coprire danni o rinforzare la struttura. Strati su strati di necessità, sovrapposti alla bellezza. Sotto, riemergeva l’idea iniziale.

Oggi la Veronica continua a uscire in processione: la decima Vara nel corteo. Da anni è accompagnata da un lanternino e da una piccola pietra di zolfo: memoria discreta ma eloquente della sua origine mineraria. Non è un dettaglio estetico. È un segno. È il richiamo a quel sottosuolo da cui tutto è partito.

E allora la Veronica non è soltanto una vara.
È una pagina della città.
È la cronaca di passaggi di mano, di fili tesi e di teste ricostruite, di congregazioni che nascono e si spengono.

Ogni anno, quando avanza tra la folla, non porta soltanto il volto di Cristo impresso sul velo. Porta il nostro ieri. Porta la storia di chi scavava nel buio e cercava, almeno una volta l’anno, un attimo di luce.

E forse, mentre passa, quel gesto continua a cercare anche noi.

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