La piccola scatola della memoria: vent’anni de “Le Varicedde”

Francesco Daniele Miceli
6 Min Leggere

Ci sono libri che si leggono.

E poi ci sono libri che si custodiscono, come si custodisce una piccola reliquia di famiglia, un oggetto che racchiude dentro di sé un tempo che non c’è più ma che continua a parlare.

Vent’anni fa, nel 2006, veniva consegnata alla storia una di queste piccole scatole della memoria. Un libro apparentemente discreto, quasi timido nel suo formato, ma immenso nel suo contenuto: “Le Varicedde” di Alessandro Maria Barrafranca.

Chi ama davvero la storia del Giovedì Santo di Caltanissetta sa bene che molte delle cose che oggi raccontiamo con sicurezza hanno un padre preciso: Michele Alesso.

Fu lui, nel 1892 e poi nel 1903, a consegnare alla città due testi fondamentali sulla processione delle Vare. Non furono libri scritti dietro una scrivania. Alesso si intravede tra le righe, quasi lo si vede camminare per le strade della città, bussare alle porte, sedersi accanto agli anziani e chiedere con pazienza:

«Cosa ricordate? Cosa vi raccontavano i vostri nonni?»

Così, tassello dopo tassello, raccolse memorie fragili come foglie d’autunno e riuscì a ricostruire la complessa storia delle Vare.

Ma se quella storia è intricata, quasi labirintica, ce n’è un’altra che lo è forse ancora di più: quella delle Varicedde del Mercoledì Santo.

Ed è proprio qui che, vent’anni fa, Alessandro Maria Barrafranca ha compiuto un gesto prezioso. Con il suo libro ha aperto una porta su un mondo fatto di famiglie, ricordi, passaggi di mano e piccole storie domestiche che nel tempo sono diventate patrimonio di tutta la città.

Le Varicedde, infatti, non appartengono a una congregazione o a un’associazione.

Appartengono alle famiglie nissene.

Diciannove per l’esattezza.

Diciannove Varicedde.

Diciannove storie.

Diciannove incontri con la memoria.

Dentro il libro di Barrafranca non si trovano soltanto descrizioni artistiche. Si trovano vite. Famiglie che hanno custodito per decenni queste piccole scene della Passione, tramandandole quasi come si tramanda un cognome.

Ed è proprio lo stesso Barrafranca a farci intravedere una dinamica affascinante e quasi romanzesca. Nel corso degli anni alcune Varicedde sono state abbandonate, cedute, vendute, calpestate accidentalmente, riacquistate o lasciate in eredità. Talvolta accadeva persino che durante la processione qualche scena sparisse, e con essa un tassello della narrazione della Passione.

Fu proprio questo continuo movimento a generare nuove committenze. Quando una scena veniva a mancare, nuovi devoti commissionavano una nuova Varicedda, affinché la storia della Passione restasse completa e viva.

Le Varicedde, infatti, rappresentano in miniatura le scene delle Vare del Giovedì Santo, come se quelle grandi strutture monumentali fossero state tradotte in una dimensione più intima e familiare.

A queste si aggiungono però tre episodi che non trovano corrispondenza nelle Vare.

Il primo è lo Spoglio, scena intensa e drammatica che non ha mai avuto una vara corrispondente nel Giovedì Santo.

Il secondo è Gesù inchiodato sulla Croce, anch’esso privo di un equivalente tra le Vare.

Il terzo è Gesù che incontra la Madre, aggiunto nel 1987, episodio che in qualche modo richiama una scena che invece tra le Vare del Giovedì Santo è andata perduta nel corso della storia.

Così, accanto alle Varicedde datate 1924, troviamo opere nate in anni diversi: negli anni Trenta, negli anni Quaranta, negli anni Cinquanta, negli anni Sessanta, fino ad arrivare persino agli anni Ottanta e Novanta.

Segni di una tradizione che non si è mai fermata ma che ha continuato a crescere insieme alla città.

E in questo racconto ritorna ancora una volta la figura paziente di Michele Alesso. Anche lui parlava delle prime rudimentali processioni del Mercoledì Santo, senza poter immaginare che quella tradizione sarebbe cresciuta in modo quasi esponenziale negli anni a cavallo delle due guerre.

Grazie alle ricerche successive sappiamo persino il nome di chi diede forma alle prime Varicedde.

Un giovane scultore che Alessio definiva con affetto “dilettante”: Francesco Asaro.

Un ragazzo che modellava figure con argilla e che col tempo sarebbe diventato uno scultore vero e proprio, lavorando soprattutto lontano da Caltanissetta.

Le Varicedde che oggi vediamo sfilare, però, portano soprattutto la firma di un’altra stagione artistica. Sono opere nate dalle mani di Salvatore Capizzi e della famiglia Emma: Turiddu, detto Zannu, discepolo dei Biangardi di San Cataldo, suo figlio Giuseppe, e poi i figli di Giuseppe.

Tre generazioni.

Tre generazioni che, nel corso di un secolo, hanno messo mano allo stesso progetto.

Ed è forse proprio questo il miracolo silenzioso delle Varicedde: il tempo che si trasforma in continuità. Le mani dei padri che insegnano ai figli. I figli che continuano un lavoro iniziato molto prima di loro.

Oggi tutto questo trova il suo culmine ogni anno nel Mercoledì Santo, quando le piccole scene della Passione tornano a camminare tra le vie della città.

Sono piccole, sì.

Ma dentro quelle piccole strutture vive una storia enorme.

E forse, se oggi possiamo raccontarla con tanta precisione e tanto amore, lo dobbiamo anche a quella piccola scatola della memoria che vent’anni fa Alessandro Maria Barrafranca ha consegnato alla città.

Un libro che, pagina dopo pagina, ha restituito a Caltanissetta un pezzo prezioso della propria anima.

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