1886: l’anno in cui le Vare cambiarono volto

Francesco Daniele Miceli
4 Min Leggere
Antonio Caffo Spassionatamente

Ci sono anni in cui la storia procede lentamente, quasi in silenzio.
E poi ci sono anni in cui tutto cambia all’improvviso. Troppo velocemente.

Il 1886 fu uno di quegli anni.

In una sola stagione tre Vare vennero rinnovate, e a realizzarle furono Francesco e Vincenzo Biangardi, padre e figlio, che di certo avevano già segnato il destino di questa processione. 

La prima fu la Prima Caduta, appartenente alla congregazione dei jurnatari, i lavoratori a giornata. Subito dopo venne rinnovato il Cireneo, legato alla categoria dei gessai. Le spese furono notevoli per l’epoca: 700 lire per la Prima Caduta e 900 lire per il Cireneo.

Due gruppi che segnarono un passaggio importante nella storia della processione.

Ma la vera sorpresa di quell’anno fu un’altra.

Il Sinedrio. Fino ad allora l’amministrazione della miniera Testasecca non aveva mai preso parte alla processione. Quando decise di farlo, lo fece in modo clamoroso: commissionando un gruppo che la città non aveva mai visto prima.

Un vero colosso.

Il gruppo rappresentava Gesù davanti a Caifa ed era composto da 21 personaggi, per una spesa complessiva di circa 6.000 lire. La vara era talmente imponente da rendere necessaria la costruzione di un nuovo deposito destinato esclusivamente alla sua custodia. Le sue dimensioni — cinque metri per tre — la rendevano una delle strutture più grandiose mai apparse nella processione.

Si trattava inoltre di un episodio evangelico che fino ad allora non era mai stato rappresentato tra le Vare.

Il gruppo traeva ispirazione da un grande dipinto oggi scomparso. L’opera, probabilmente di scuola tedesca, era un’olografia. Nel tempo ne sono rimaste soltanto alcune riproduzioni indirette, copie di copie sparse nel mondo, che forse possono restituirci un’idea lontana di come apparisse l’originale.

Il quadro si trovava inizialmente nella chiesa di Santa Maria degli Angeli; successivamente venne trasferito nella sala concerti della banda municipale, e in seguito a Palazzo del Carmine. Da allora, però, se ne sono perse completamente le tracce.

La straordinaria mole della vara diede origine anche ad alcune antiche leggende popolari. Si raccontava che quando il gruppo giunse per la prima volta nella piazza centrale della città, il terreno sembrò quasi sprofondare sotto il peso della struttura.

Forse solo un’esagerazione della memoria popolare. Ma sufficiente a restituire lo stupore che quell’opera dovette suscitare negli occhi di chi la vide per la prima volta.

Eppure quella grandiosità durò poco.

Nel 1900 a Francesco Biangardi fu chiesto di intervenire sul gruppo: il trasporto era diventato troppo faticoso. Il Sinedrio venne quindi smembrato, riducendo i personaggi da 21 a 12, mentre la vara fu ridimensionata fino a tre metri per tre.

Ma il 1886 segnò anche un altro passaggio fondamentale.

Fu l’anno in cui i Biangardi si trasferirono definitivamente a Caltanissetta.

Conosciamo perfino la data esatta: 16 agosto 1886. Da Mussomeli giunsero in quella città che sarebbe diventata la loro casa e il centro della loro attività artistica fino alla fine delle loro vite.

Eppure, dopo quell’anno così intenso, la prosecuzione dell’opera dei Biangardi sulle Vare fu lenta.

Il grande rinnovamento era iniziato, ma il cammino sarebbe stato lungo. Restavano ancora da rifare la Pietà, l’Urna, il Crocifisso, l’Ecce Homo, la Flagellazione, l’Addolorata e la Condanna.

Ma ormai la direzione era segnata.

E ancora oggi restiamo meravigliati davanti a Vare di una tale imponenza e di una simile bellezza.

E allora viene spontaneo chiedersi cosa dovesse provare l’uomo di quegli anni quando, per la prima volta, vide passare queste opere per le strade della città.

Perché se ancora oggi restiamo senza parole davanti a tanta arte, chissà quale emozione dovette attraversare il cuore di chi, più di un secolo fa, le vide nascere per la prima volta

Condividi Questo Articolo