“La speranza sostiene il mondo di tutti”, scrive monsignor Rumeo nella sua prima lettera pastorale alla diocesi di Noto. È una convinzione che attraversa il suo ministero episcopale: una speranza che non resta un’idea astratta, ma diventa cammino, responsabilità e vita concreta delle comunità.
Nato a Caltanissetta, Salvatore Rumeo è stato nominato vescovo da papa Francesco nel dicembre 2022 e dal 2023 guida la diocesi di Noto. Il suo percorso sacerdotale è segnato da un lungo impegno nella catechesi, nella pastorale giovanile e nell’insegnamento della religione cattolica.
Fin dall’inizio del suo ministero episcopale ha consegnato alla comunità diocesana alcune linee pastorali attraverso le sue lettere – Giardino di Misericordia, In Gesù Cristo Buon Pastore, Pellegrini di speranza nel mondo e Genesi d’amore. Ritorniamo al Vangelo di Gerusalemme – nelle quali richiama la centralità della misericordia, della speranza e del ritorno al Vangelo.
Guerre, fratture sociali, emergenze climatiche e una crescente crisi di valori segnano il nostro tempo. In questo scenario la Chiesa è chiamata a confrontarsi non solo con le domande spirituali dei credenti, ma anche con i dubbi, le paure e le attese di chi cerca un orientamento nella complessità del presente.
In questa intervista il Vescovo si sofferma sulle sfide che oggi interpellano la Chiesa e sui segni di speranza che, nonostante tutto, continuano a emergere nella vita delle comunità.
Monsignore, qual è, a suo avviso, la sfida più urgente che la Chiesa deve affrontare oggi per rispondere alle attese delle persone, sia all’interno delle comunità credenti che in una società in rapido cambiamento?
Sfida e urgenza. Dobbiamo tornare alla potenza della Parola che ci è stata donata. Dobbiamo vivere la stagione della Missione in un clima di grande comunione perché Dio è comunione. Lo stare ai piedi della Parola permette a noi cristiani di leggere le problematiche e le inquietudini del mondo che ci circonda, ci dà la possibilità di capire meglio le vie che dobbiamo trovare per raggiungere tutti e a tutti dare parole e fatti di speranza. E la Storia della Chiesa ci insegna della fioritura di speranza che ha animato duemila anni di storia e di presenza nella vita sociale.
Che cosa la preoccupa di più osservando i trend della nostra società, il rapporto tra fede e politica o la frammentazione dei valori?
Ad una domanda così complessa ma necessaria, domanda che richiede molta riflessione e anche senso di autocritica, non posso che riproporre ciò che nel 1975 (50 anni fa) Paolo VI affermava in Evangelii Nuntiandi “La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l’incontro con la Buona Novella” (n. 20).
L’essere “sale della terra e luce del mondo”, vocazione fondamentale della Comunità dei discepoli di Gesù Cristo, negli strati più periferici o interni della Chiesa universale, comporta l’acquisizione di un processo di inculturazione che ha in sé la forza di trasformare il mondo dal di dentro. La frammentazione dei valori dipende assolutamente dalla grande crisi antropologica che sta investendo il mondo intero.
Tracciare nuove vie significa, partendo dalla sapienza del Vangelo, scommettere su ciò che può nascere da un tempo di grazia, dare spazio e forme all’azione dinamica dello Spirito di Dio, a ciò che può nascere in modo inaudito e imprevedibile.
Come può la Chiesa dimostrare oggi una credibilità concreta nel promuovere la pace, non solo con parole, ma anche attraverso gesti, alleanze e scelte istituzionali?
La pace è un dono di Dio. È il dono del Risorto! Se da un lato bisogna incoraggiare i potenti perché i negoziati arrivino a buon fine, dall’altra parte non dimentichiamo che necessita “pregare per la pace”. Sia ringraziato il Cielo perché i profeti e i testimoni della pace di ieri e di oggi ricordano ancora l’antica via di sempre: la costruzione di una fraternità universale che riesca a valicare i confini delle culture, delle credenze religiose, delle etnie e delle politiche locali.
Quale domanda, sul senso della vita, sulla morale, o sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, le viene posta con maggiore frequenza dagli interlocutori che incontra?
Essere segno di speranza nel mondo e segno di un nuovo rinascimento che metta al centro di tutto l’uomo. Rimettere al centro la persona, allora, significa ricondurre l’uomo a sé stesso per ridare speranza, raccogliendo l’invito a cogliere nella società il bisogno di ritrovarsi, di comunicare, di costruire oltre le diversità e i vari sistemi, vie percorribili di una prassi rinnovata alla luce di queste esigenze. L’essere a favore o meno della persona, infatti, non è questione di appartenenza a schieramenti politici, ma è la risposta che ciascuno dà al suo esistere; è decidere di stare o meno dalla parte dell’uomo.
Dove osserva oggi i segni più concreti di speranza, ad esempio tra i giovani, nelle comunità marginali, o in contesti di povertà? E quali sono, secondo lei, le “radici” di questa speranza?
Raccontare Dio e il Suo Vangelo significa offrire speranza, guarigione e una nuova possibilità di rinascita, specialmente a chi si sente emarginato o ferito. Sogniamo una Chiesa dinamica, inclusiva, profetica e orientata verso gli altri. Non una Chiesa autoreferenziale e chiusa in se stessa, ma una comunità di credenti che si orienti verso il mondo per portare un messaggio di amore, perdono e vicinanza, un messaggio che non si limita alle parole, ma si fa vita e testimonianza concreta soprattutto per gli ultimi e i giovani!
La guerra in Palestina, l’escalation militare tra Israele, Stati Uniti e Iran e la crescente corsa agli armamenti in Medio Oriente sembrano oggi sfidare ogni logica di dialogo e di equilibrio regionale. A chi si rivolge oggi il grido della Chiesa quando parla di pace? E quali sono i limiti, ma anche le opportunità, di un magistero che vuole essere profetico senza diventare irrilevante.
Quello che stiamo vivendo è un duro periodo di choc e di confusione mondiale, una dinamica tumultuosa di cambiamenti nella Chiesa e nella società. Un vero terremoto di cambiamenti istituzionali, segnati da una crisi identitaria senza precedenti. Auspichiamo che sorga al più presto l’inizio di una “primavera di speranza”. Il brivido che attraversa il mondo sta segnando negativamente le coscienze. Ancorati alla Dottrina sociale della Chiesa facciamo dei nostri luoghi educativi dei cantieri e dei laboratori dove si formino le coscienze delle nuove generazioni.
Cosa risponderebbe a una persona che, di fronte alle crisi globali, si sente sopraffatta e guarda al futuro con paura? Quale messaggio di fede può offrire?
Si cerchi di promuovere come dono lo stile dell’amore che manifesti sentimenti di comprensione, compassione e vicinanza con quanti vivono situazioni di sofferenza fisica o morale e così entrare profondamente nella loro realtà di persone, con tutta la tenerezza, la magnanimità e la solidarietà di chi si prende carico fino in fondo delle sofferenze e delle difficoltà degli altri, portando la consolazione, la speranza e il coraggio di perseverare nel cammino del Signore e della vita. È questa la vocazione dei veri testimoni della fede.
La novità cristiana è Cristo stesso e il suo Vangelo. Le Sue sono parole di salvezza e di vita, perché è Lui la salvezza e la vita. Nella Chiesa si confessa questa essenziale verità di fede, e ciascuno, assumendola nella pienezza della vita sacramentale, trova l’orientamento e il sostegno per vivere da cristiano ponendosi come meta la santità.





