di Giuseppe Vallone
C’è un tempo, in Sicilia, in cui anche le chiese si fanno silenzio. È il tempo della Quaresima, che si
apre con il Mercoledì delle Ceneri e conduce, passo dopo passo, al mistero del Sabato Santo. Un
tempo segnato da un gesto antico e carico di significato: il velo.
Grandi teli dipinti – le “taledde” – scendono a coprire l’abside, nascondendo lo splendore dell’altare in segno di lutto per la morte di Cristo. Un rito dalle origini antiche: già nei primi secoli del Cristianesimo si descrivono gesti in cui la Croce veniva avvolta in un telo, quasi una Sindone, per l’adorazione dei fedeli. Dal Quattrocento, poi, l’uso dei grandi teli dipinti si diffuse in tutta Europa, come testimoniano gli esemplari conservati in Germania, Austria e Francia.
In Sicilia questa tradizione assume una forza particolare. A partire dal Mercoledì delle Ceneri e fino
al Sabato Santo, enormi tele – spesso alte oltre dieci metri – velavano interamente l’area absidale
delle chiese. Venivano rimosse solennemente il Sabato Santo, talvolta con modalità così
partecipate da risultare persino eccessive: nel 1922, infatti, l’arcivescovo di Siracusa ne vietò la
“caduta” spettacolare.
Col tempo, molte di queste opere finirono dimenticate. Dopo il Concilio Vaticano II, che ridimensionò diverse espressioni della religiosità popolare, numerosi teli furono accantonati, danneggiati o distrutti. Solo negli ultimi anni, grazie a restauri e ricerche, questo patrimonio è tornato alla luce.
Anche a Villalba questa memoria vive e resiste. Nella Chiesa Madre si conserva uno dei teli più
imponenti dell’isola, datato 1863 e recentemente restaurato: una grande Deposizione che viene
esposta dopo la festa del patrono San Giuseppe, andando a coprire l’altare maggiore. Un gesto che
non è solo liturgico, ma profondamente simbolico: la bellezza si vela, la luce si ritrae, e la comunità
entra nel tempo del dolore.
Ma è il Venerdì Santo il cuore pulsante di tutto.
La sera del Giovedì Santo, con la Messa in Coena Domini, inizia il dramma. Le particole consacrate
vengono deposte nell’altare della reposizione, mentre le luci si abbassano e gli altari si spogliano. Il
suono secco delle troccole rompe il silenzio, evocando l’arresto di Cristo. Ai piedi dell’altare viene
preparato il Cristo morto, e ha inizio il pio esercizio dei viaggi penitenziali: fedeli in ginocchio
percorrono la navata come atto di espiazione, di richiesta o di ringraziamento, fino a mezzogiorno
del giorno seguente.
Alle nove del mattino del Venerdì, dalla chiesa dell’Immacolata Concezione esce l’Addolorata. È
una madre che cerca il figlio, attraversando le vie più intime del paese, tra case e malati. In piazza
avviene la “Tuppiata”: tre colpi al portone chiuso della Chiesa Madre, mentre si intona “Ah sì,
versate lacrime” e la statua si muove nell’“annacata”, come un pianto che diventa gesto.
Alle tredici, il Cristo morto esce dalla Chiesa Madre, portato dal clero. In alto, lungo la via Nicolò
Palmeri, l’Addolorata lo scorge: scende con un andamento spezzato, quasi a zig-zag, simbolo di
una ricerca disperata. Poi la corsa, l’incontro, l’inchino. Il dolore si fa abbraccio. Insieme salgono al
Calvario, dove Cristo viene crocifisso e la Madre resta sotto di Lui, nella sua nicchia.
Alle quindici, una nuova processione – con autorità, confraternite e stendardi listati a lutto – riporta il
popolo al Calvario. Qui viene proclamata la Passione e, al momento della morte, tre colpi di
mortaretti squarciano l’aria. Poi il silenzio, e il gesto più semplice: il bacio al Crocifisso.
Alle diciotto, in Chiesa Madre, si celebra l’adorazione della Croce. Subito dopo, l’urna e la vara
dell’Addolorata vengono condotte verso il Calvario: un movimento carico di attesa, che prepara
l’atto finale. Intorno alle ventuno, nella luce ormai spenta del giorno, Cristo viene deposto dalla
croce e adagiato nell’urna. Da qui prende avvio la lenta processione notturna.
È quasi mezzanotte quando il Cristo rientra in Chiesa Madre e viene posto sull’altare, come in un
sepolcro. Le porte si chiudono. L’Addolorata e l’urna vuota fanno ritorno alla chiesa
dell’Immacolata.
E il paese resta fuori, sospeso.
Nel silenzio della notte, Villalba veglia. In attesa della luce
Giuseppe Vallone

