Si può amare anche solo il mistero? Magritte e l’insondabile vicinanza degli amanti

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di Edvige Presti

In quest’olio su tela del 1928, René Magritte ritrae due amanti che si baciano. Ciò che ci lascia spiazzati è che entrambi hanno il viso avvolto da un drappo bianco che impedisce loro di vedersi, pur essendo così vicini. D’altronde, quando i volti si sfiorano per baciarsi, la vista è sempre sacrificata alla vicinanza: Magritte non ha fatto altro che rendere visibile l’invisibilità che, paradossalmente, ci avvolge proprio nel momento del bacio. Il richiamo è al Velo di Maya di Schopenhauer: l’idea che per l’uomo sia impossibile conoscere l’altro — e il mondo esterno — per come veramente è. C’è sempre qualcosa che si frappone tra il soggetto e il mondo, impedendogli di raggiungerlo completamente.

È forse questo il motivo del suicidio della madre, trovata annegata con un lembo di veste avvolto intorno al viso? Il sentire l’impotenza di raggiungere l’altro, il sentirsi irrimediabilmente soli? Forse è proprio come reminiscenza di questo triste episodio che nelle tele di Magritte torna ossessivamente l’immagine di un volto celato.

Ma sarebbe davvero così terribile non poter squarciare questo velo che si frappone tra sé e l’altro? Due amanti si guardano negli occhi, ma questi sono troppo profondi per scorgerne il fondo; ciascuno ama, in realtà, il mistero che l’altro rappresenta. È proprio l’impedimento a raggiungere totalmente l’altro che alimenta il desiderio. È l’insondabilità dell’animo altrui a rendere il rapporto una scoperta continua, ad alimentare lo stupore e a far sì che il legame non si esaurisca come qualcosa di “già visto”.

L’amore per l’altro, in effetti, è proprio il rispetto del mistero: il fermarsi davanti alla soglia, tremanti e riverenti. L’amore, infatti, non è scavare l’altro per possederlo, ma fargli spazio anche senza comprendere tutto. È come una madre che accoglie il figlio nel suo utero e lo ama senza conoscerlo, in un atto di fiducia incondizionata. E sebbene l’amore materno sia per natura diverso da quello di coppia, non vi è forse un pizzico di quella stessa gratuità nell’accogliere l’altro così com’è, senza volerlo mutare a nostro piacimento e senza volerlo smontare come un giocattolo? E non è forse, alla fine, l’amore uno e indiviso? Non è sempre apertura al diverso da noi, all’estraneo che abita anche dentro di noi?

Il drappo degli amanti di Magritte, che non sembra spegnere la loro passione, potrebbe volerci suggerire che si può amare anche il mistero; che sfiorare anziché afferrare lascia sempre qualcosa di sovrabbondante che alimenta la vita. Oggi forse siamo più inclini al possesso, ma non ci accorgiamo che se stringiamo una farfalla tra le mani per farla nostra, questa muore, e non può più donarci la gioia di vedere i colori delle sue ali brillare alla luce del sole.

Edvige Presti

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