Un’analisi multilivello a cura della Dott. Claudia Montana
L’Etna non è un’emergenza imprevedibile. È un vulcano attivo, uno dei più studiati al mondo e la sua presenza è parte strutturale della geografia, dell’economia e della vita della Sicilia orientale. Le eruzioni, dunque, non possono essere eliminate. Ma gli effetti che producono sul sistema dei trasporti possono e devono essere governati meglio.
È questa la vera questione che emerge dall’ennesima crisi dei voli a Catania.
In questi giorni l’aeroporto Fontanarossa è stato nuovamente sottoposto a pesanti limitazioni a causa della cenere vulcanica. La situazione è arrivata a interessare centinaia di voli: secondo SAC, tra il 6 e il 12 agosto erano previsti 1.974 voli e il 36% è stato cancellato per l’evoluzione del fenomeno e le necessarie restrizioni operative. Oggi, 14 agosto, la chiusura dello scalo è stata nuovamente prorogata fino alle 2 del 15 agosto.
La sicurezza del volo, naturalmente, non è negoziabile. La cenere vulcanica rappresenta un rischio serio per i motori e per le operazioni aeronautiche: chiudere o limitare lo spazio aereo quando le condizioni lo impongono non è cattiva gestione, è una necessità.
Il problema nasce dopo. Il vero deficit non è la previsione dell’eruzione: è la capacità di resilienza del sistema.
Ogni volta che l’Etna entra in una fase eruttiva significativa, la Sicilia sembra riscoprire di avere un problema infrastrutturale già noto.
Catania è uno degli aeroporti più importanti d’Italia e costituisce una porta d’ingresso essenziale per la Sicilia orientale. Quando Fontanarossa entra in sofferenza, l’intero sistema aeroportuale regionale viene sottoposto a una pressione enorme.
Palermo diventa il principale punto di compensazione; Comiso e Trapani possono contribuire; il trasporto ferroviario e quello su gomma devono assorbire migliaia di persone. È già accaduto e la Regione ha dimostrato di poter attivare, in emergenza, autobus, transfer e treni speciali tra gli aeroporti e Catania. Nel luglio scorso furono organizzati servizi da Comiso, Trapani e Palermo, compresi treni straordinari sulla tratta Palermo-Messina-Catania.
Ma proprio questo dimostra una cosa: le soluzioni esistono. Ciò che manca è trasformarle da risposta emergenziale a modello permanente di resilienza.
E qui entra in gioco la parola che spesso viene evitata: management.
Non è più sufficiente “gestire l’emergenza”
Una moderna governance dei trasporti non dovrebbe limitarsi a intervenire quando il problema si manifesta. Dovrebbe predisporre in anticipo scenari, risorse, responsabilità, procedure e comunicazioni.
In altre parole, la domanda non dovrebbe essere: “Cosa facciamo adesso che l’Etna ha bloccato Catania?”
ma: “Cosa abbiamo già predisposto perché, se Catania si ferma, la Sicilia continui a funzionare?”
Questa è la differenza tra emergenza e resilienza.
E proprio perché l’Etna è un rischio conosciuto, è legittimo chiedersi se la Sicilia abbia costruito un vero sistema aeroportuale integrato regionale oppure se continui a considerare gli aeroporti come realtà separate che, solo occasionalmente, vengono messe in rete.
Il Piano di Emergenza Aeroportuale per Catania è stato recentemente adottato da ENAC con l’Ordinanza 02/2026. Ma un piano aeroportuale, per quanto indispensabile, non può essere l’unico livello della risposta. Occorre un piano intermodale regionale permanente per il rischio vulcanico.
Una cabina di regia unica
La prima soluzione sarebbe creare una Cabina di regia permanente “Etna-Air Mobility”, con Regione Siciliana, Protezione civile, ENAC, INGV, SAC, Gesap, Airgest, Comiso, compagnie aeree, Trenitalia, aziende di trasporto pubblico e autorità territoriali.
Non una struttura burocratica in più, ma un centro operativo integrato, capace di passare immediatamente dalla normalità alla crisi.
La Protezione civile siciliana ha già dimostrato, durante le precedenti emergenze, una notevole capacità di coordinamento: nel luglio 2026 sono state coinvolte strutture regionali, aeroporti, prefetture, trasportatori e volontari, con assistenza a circa 40 mila passeggeri.
La domanda, allora, è semplice: perché non istituzionalizzare ciò che funziona soltanto quando l’emergenza è già esplosa?
Secondo: trasformare Palermo, Comiso e Trapani in una vera rete di backup
Non si tratta di costruire aeroporti nuovi per ogni crisi. Si tratta di utilizzare intelligentemente quelli che già esistono.
Servono accordi preventivi con gli aeroporti alternativi, compagnie aeree e società di trasporto per garantire:
● slot di emergenza;
● personale aggiuntivo;
● autobus già contrattualizzati;
● treni straordinari prontamente attivabili;
● sistemi informativi integrati;
● assistenza ai passeggeri;
● collegamenti diretti tra aeroporti e principali città siciliane.
Oggi, invece, troppo spesso l’organizzazione appare come una gigantesca macchina che viene assemblata dopo che migliaia di persone sono già rimaste senza collegamento.
Questo non significa che nulla venga fatto. Al contrario: le recenti operazioni della Regione dimostrano che la macchina può funzionare. Ma proprio per questo bisogna fare il passo successivo: programmare prima ciò che oggi viene improvvisato dopo.
Terzo: Comiso non può essere soltanto un aeroporto “alternativo”
Il dibattito su Comiso ritorna puntualmente a ogni eruzione. Ma il problema non è soltanto quanto sia grande lo scalo o quanti passeggeri possa accogliere. Il problema è inserirlo in una strategia regionale.
Se Catania è il principale hub della Sicilia orientale, Comiso deve poter rappresentare una seconda linea operativa, con capacità adeguata ad assorbire una quota significativa del traffico in caso di crisi.
E la stessa logica dovrebbe riguardare Palermo e Trapani. Non aeroporti in competizione, dunque, ma nodi di una rete.
Quarto: il passeggero deve essere al centro
C’è poi una dimensione che non può essere trascurata: quella umana. Un volo cancellato non è semplicemente una riga rossa su un tabellone.
Significa una famiglia che perde una coincidenza, un lavoratore che non arriva a destinazione, un turista che rischia di perdere una prenotazione, una persona anziana o fragile costretta a trascorrere ore in aeroporto.
E significa anche un danno reputazionale enorme per la Sicilia.
Per questo dovrebbe esistere una piattaforma regionale unica di crisi, collegata agli aeroporti, alle compagnie aeree e ai sistemi di trasporto terrestre, capace di comunicare in tempo reale:
“Il tuo volo è stato cancellato. Ecco dove devi andare. Ecco come arrivarci. Ecco il prossimo collegamento disponibile.”
La tecnologia oggi consente di farlo. Non è fantascienza. È organizzazione.
Il punto politico: non possiamo continuare a chiamare “fatalità” ciò che è prevedibile
Qui sta il punto più delicato.
Dare la colpa all’Etna sarebbe assurdo. Pretendere che un aeroporto continui a operare quando la cenere rende insicure le operazioni sarebbe irresponsabile. Ma attribuire ogni volta il caos esclusivamente alla natura sarebbe altrettanto
semplicistico.
La natura determina il rischio. La qualità della governance determina quanto quel rischio diventi danno.
È questa la distinzione fondamentale.
L’Etna erutta.
La cenere si sposta con i venti.
Lo spazio aereo può essere necessariamente chiuso.
Ma non è l’Etna a decidere se un passeggero dovrà aspettare dodici ore senza informazioni, se un autobus sarà disponibile, se un treno straordinario verrà attivato, se Comiso potrà assorbire traffico aggiuntivo, se Palermo sarà adeguatamente collegata alla Sicilia orientale.
Quelle sono decisioni umane. Ed è su quelle decisioni che va misurata la capacità amministrativa.
Dalla malagestione alla resilienza
Parlare di “malagestione siciliana” non dovrebbe significare accusare indistintamente lavoratori, piloti, controllori, Protezione civile o gestori aeroportuali, molti dei quali stanno lavorando in condizioni difficilissime.
Significa piuttosto interrogarsi sulla governance complessiva del sistema.
La Sicilia non ha bisogno dell’ennesimo annuncio dopo l’ennesima emergenza. Ha bisogno di un Piano regionale permanente per la continuità dei trasporti in caso di eruzione vulcanica, finanziato, testato e aggiornato periodicamente.
Un piano con simulazioni annuali, indicatori di performance, tempi massimi di risposta e responsabilità precise.
Perché la vera domanda non è se l’Etna tornerà a eruttare.
Lo farà.
La vera domanda è se la prossima volta saremo ancora costretti a dire che “è successo tutto all’improvviso”.
Una Sicilia più moderna
L’Etna non deve essere considerato soltanto un problema da contenere. Può diventare anche il banco di prova della capacità della Sicilia di costruire un modello avanzato di risk management territoriale. Una regione insulare non può permettersi di avere infrastrutture strategiche scollegate tra loro.
Serve una visione sistemica: aeroporti, ferrovie, autostrade, trasporto pubblico, Protezione civile, sanità, turismo e sistema informativo devono parlare la stessa lingua.
È questa la vera infrastruttura che ancora manca.
E forse è arrivato il momento di smettere di chiedersi soltanto come riaprire Catania dopo l’eruzione e cominciare a progettare come garantire la mobilità della Sicilia anche quando Catania deve necessariamente fermarsi.
Perché una regione resiliente non è quella che riesce a evitare ogni crisi.
È quella che, quando la crisi arriva, non si paralizza insieme ad essa.
Claudia Montana
Psicologa, Psicoterapeuta, Docente e Formatrice Regionale Accreditata


