Dall’analfabetismo emotivo alla cultura della cura: la sfida pedagogica dopo la tragedia di Lorena Isceri

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di Jessica Napoli

L’ennesima tragedia, che ha strappato alla vita Lorena Isceri, 45 anni, scuote le coscienze e ci impone di guardare oltre la cronaca nera, spalancando una finestra dolorosa su una ferita sociale ancora aperta. La dinamica dell’aggressione, culmine di un’incapacità spietata di rielaborare il rifiuto e la fine di una relazione, non è un raptus improvviso, ma l’esito estremo di un diffuso analfabetismo emotivo. In una società che confonde troppo spesso l’amore con il controllo, la violenza svela la drammatica incapacità di gestire la frustrazione, di accedere alla dimensione dell’empatia e di concepire l’altro al di fuori dalle logiche del possesso. Per spezzare questa catena non servono solo leggi più severe o indignazione a tempo determinato. Occorre una rivoluzione educativa capace di coinvolgere, in un’unica alleanza, le tre colonne portanti della nostra comunità.

Tutto comincia nell’alveo familiare, il primo laboratorio in cui impariamo ad amare e a percepire i confini dell’altro. Le famiglie sono chiamate a compiere un cambio di passo coraggioso: educare i figli alla gestione del limite e del fallimento. Permettere a un ragazzo di sperimentare un rifiuto o la fine di una storia significa fornirgli gli strumenti emotivi per capire che il valore di un individuo non dipende dal possesso del partner. Bisogna sradicare alla radice la narrazione malata che dipinge la gelosia morbosa come una dimostrazione d’affetto o il controllo ossessivo come una forma di attenzione. È fondamentale sradicare il mito della gratuità e dell’illimitatezza dei desideri. Permettere ai giovani di sperimentare la perdita, il rifiuto o il fallimento relazionale significa dotarli degli strumenti cognitivi ed emotivi necessari ad accettare che l’altro è un soggetto autonomo e indisponibile al possesso.

Questo compito non può però gravare unicamente sulle spalle dei genitori, ed è qui che la scuola deve riappropriarsi della sua missione più alta. La scuola non è solo un contenitore di nozioni, ma un presidio pedagogico vivo, il luogo in cui l’educazione all’affettività deve diventare quotidiana, strutturata e permanente. Non bastano incontri saltuari o conferenze simboliche: servono spazi di dialogo costante, cerchi di parola e laboratori in cui i giovani possano imparare a nominare le proprie emozioni, a decodificare la rabbia e a riconoscere, nei banchi di classe come sullo schermo di uno smartphone, i primi segnali di una relazione tossica.

Infine, la tutela delle vittime e la prevenzione del rischio richiedono la presenza vigile delle Istituzioni e l’operatività capillare dei Centri Antiviolenza (CAV) e delle Case Rifugio. È indispensabile che il Ministero dell’Interno, il Ministero della Giustizia, le Forze dell’Ordine e la Magistratura continuino a lavorare in perfetta sinergia con i Servizi sociali dei Comuni e le Aziende Sanitarie. Di concerto.

Esistono i Centri Antiviolenza, presidii territoriali irrinunciabili guidati da equipe multidisciplinari di psicologhe, educatrici e legali. Insieme al numero di pubblica utilità 1522, percorsi di autonomia e protezione fisica immediata. Promuovere la conoscenza di questa rete istituzionale e associativa fin dalla giovane età significa insegnare che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un fondamentale atto di libertà e salvezza.

La memoria di Lorena Isceri ci chiede di non voltarci dall’altra parte. Dal punto di vista pedagogico, la sfida cruciale di oggi è sostituire l’ossessione del dominio con la bellezza della cura, costruendo una società in cui l’autonomia dell’altro non sia vista come una minaccia, ma come l’unica base possibile su cui fondare un amore autentico. Soprattutto chi lavora con i giovani ( ad esempio la scuola) si assuma la responsabilità di affrontare in modo adeguato il tema. Impegnamoci ad educare i cittadini di domani.

Nessun femminicidio è un fatto privato, nessun segnale è troppo piccolo per essere ignorato. Finché la risposta al dolore di un rifiuto sarà la violenza, la nostra società continuerà a fallire. Sradicare la cultura del possesso per far spazio a quella del rispetto non è una sfida di domani. E’ la sola scelta possibile per non dover scrivere mai più un altro nome.

Jessica Napoli – Pedagogista

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