La frequenza con cui la cronaca ci pone di fronte a femminicidi seguiti da omicidi-suicidi non può più essere archiviata come una sequenza di tragiche anomalie o “drammi della gelosia”. Dal punto di vista psicosociale, ci troviamo di fronte ai sintomi plastici di una cultura di morte vissuta e applicata come panacea: una scorciatoia esistenziale e un meccanismo di difesa patologico di fronte all’incapacità di gestire il limite, la perdita e l’alterità.
La morte come scorciatoia per l’incontrollabile
In una società iper-performativa, orientata al possesso e alla prestazione, la vulnerabilità e il fallimento non trovano cittadinanza. Quando una relazione affettiva entra in crisi o giunge al termine, l’individuo privo di strumenti di alfabetizzazione emotiva vive l’abbandono non come un evento doloroso da elaborare, ma come un annientamento identitario.
L’atto estremo diventa così un tentativo disperato di riprendere il controllo:
- Il Femminicidio come riappropriazione: La distruzione dell’altra si configura come l’atto supremo di possesso. Se non posso controllarti o possederti nella vita, esercito su di te la sovranità assoluta della morte.
- L’Omicidio-Suicidio come fusione patologica: Il gesto suicida che segue l’omicidio non è quasi mai un atto di pentimento, ma il completamento di un disegno di dominio indefinito. È l’illusione di congelare il legame in una dimensione eterna e indissolubile, eliminando la possibilità stessa dell’autonomia dell’altra.
[Incapacità di gestire il limite / perdita]
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[Minaccia all’identità / Possesso]
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[Violenza distruttiva (Femminicidio-Suicidio)]
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[Illusione di ripristino del controllo / Fusione eterna]
La radice psicosociale: narcisismo di massa e analfabetismo emotivo
La cultura della morte non nasce nel vuoto; affonda le sue radici in precisi dinamismi sociali ed educativi:
- Incapacità di tollerare il “No”: La cultura contemporanea promuove l’idea che ogni desiderio debba trasformarsi in diritto e ogni diritto in possesso immediato. La risposta negativa del partner viene percepita come un’offesa narcisistica intollerabile.
- Retaggi patriarcali e fragilità maschile: La violenza di genere si colloca all’incrocio tra l’antica pretesa di dominio patriarcale e una moderna e profonda fragilità emotiva. L’uomo che non possiede gli strumenti interiori per gestire la frustrazione reagisce con l’unica risorsa che riconosce: la forza distruttiva.
- L’effetto spettacolarizzazione: La narrazione mediatica spesso romanticizza involontariamente questi eventi (utilizzando formule come “raptus”, “troppo amore” o “tragedia della disperazione”), trasformando la morte distruttiva in una narrazione quasi epica o in una via d’uscita codificata per chi vive contesti simili.
Ripensare la prevenzione: educare alla perdita
Trattare la cultura di morte significa superare l’approccio puramente emergenziale o punitivo. La vera prevenzione psicosociale richiede una ristrutturazione profonda dei modelli di socializzazione:
- Educazione all’affettività e al limite: Insegnare fin dall’infanzia che la perdita, il rifiuto e la fine di un percorso appartengono all’esperienza umana e non ne definiscono il valore complessivo.
- De-costruzione del possesso: Promuovere un’idea di relazione basata sul riconoscimento dell’alterità e della libertà dell’altro, smantellando l’equazione tra amore e controllo.
- Spazi per la fragilità maschile: Creare contesti sociali e psicologici in cui la vulnerabilità maschile possa essere espressa ed elaborata senza essere vissuta come una vergogna o una perdita di virilità.
La morte cessa di essere una panacea solo quando una società impara a offrire strumenti culturali ed emotivi sufficienti per abitare il dolore, accettare la separazione e ricostruire il senso della propria esistenza a partire dal rispetto della vita altrui.
Dott. Claudia Montana
Psicologa, Psicoterapeuta, Docente, Formatrice

