A scuola di futuro. Perché la scuola non può ridursi a una fabbrica di performance

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di Rocco Gumina

Inizio dell’anno scolastico. Volti nuovi e conosciuti. Sorrisi e preoccupazioni. Rifletto, con un gruppo classe appena conosciuto, sul fatto che la scuola non potrà mai identificarsi in un soggetto istituzionale destinato a fabbricare competenze finalizzate esclusivamente alla produzione di performance economiche e professionali. Difatti, dico a ragazze e ragazzi che gli anni trascorsi a scuola sono un percorso fatto di salite ripide, discese emozionanti e praterie pianeggianti. Un percorso nel quale sono previste pause, cadute, smarrimenti, paure, speranze, progetti, fatica, noia e sogni. In un’espressione, la scuola è un laboratorio di umanità dove si apprende a stare con se stessi e con gli altri, nel quale si accresce la consapevolezza di far parte di una comunità civica che ha bisogno anche del nostro contributo, della nostra responsabilità, del nostro impegno. Insomma, la scuola non è il contenitore dal quale estrarre, una volta maturati, individualismi tesi alla mera generazione di uomini lupi per gli altri uomini.

Dalla stampa apprendo dell’ennesimo atto di violenza nei confronti di una docente compiuto da un ragazzino che è lontano mille miglia dal percepire la scuola come una delle realtà istituite per la sua maturazione che, giocoforza, prevederà fallimenti, cadute e ripartenze. Perché è successo ancora una volta? È mancato il dialogo? I ragazzini sono troppo influenzati dai videogame per capire la differenza tra gioco online e realtà? Scarseggiano gli adulti di riferimento? Fior di esperti e studiosi elaboreranno analisi opportune, ma lo studente proveniente dal Congo e ospite di una struttura per minori ci offre una chiave di lettura potentissima della vicenda. Difatti, il suo gesto di intervenire a difesa dell’insegnante ha dimostrato nel momento dell’occorrenza – senza fronzoli, dubbi o teoremi – cosa significhi il mettersi a disposizione degli altri nonostante i rischi personali. E la scuola, se non è quel cammino che ci permette di maturare l’arte del divenire prossimi agli altri in cosa potrà mai consistere? Di conseguenza, l’istituzione scolastica è ben più di una semplice fabbrica di voti o allevatrice di competenze volte a produrre, e a consumare, di più.

Al contempo, leggo dalle colonne di Vita.it una bellissima intervista all’insegnante Eraldo Affinati il quale, senza giri di parole, sostiene che l’emergenza della scuola italiana non è collegata alla presenza dei cosiddetti alunni stranieri, bensì sta nella preparazione degli insegnanti chiamati a fare della diversità una ricchezza anziché un problema. È ciò che lui sperimenta quotidianamente nella sua missione educativa la quale gli permette di affermare con sicurezza che «La propaganda politica sembra volerci far tornare indietro di trent’anni. Servono insegnanti formati e sostenuti, perché le classi eterogenee, in tutti i sensi, sono sempre state le migliori». Tali osservazioni si legano a filo doppio con quanto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sostenuto ad Amatrice in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico 2026/27: «Sarà più forte e resiliente un Paese che investe sulla scuola e sulla conoscenza». Questa frase pronunciata in una nazione che spende per istruzione il 4,1% del PIL rispetto al 4,9% della media OCSE, acquisisce una rilevanza maggiore.

Proprio ad Amatrice, Mattarella ha affermato che «più che un codice di comportamento la scuola deve aiutare a riconoscere un’etica condivisa». Di conseguenza gli insegnanti e gli educatori vanno sostenuti – e non isolati, derisi, emarginati – nella costruzione di un presente e di un futuro fatti di lotta all’ingiustizia, generazione di pensiero critico, capacità di inclusione.

Rocco Gumina

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