E se Borsellino avesse avuto simpatia per la sinistra?

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Non tutti sono falsi protagonisti e ambigui narratori dell’antimafia. Ci sono quelli che la mafia l’hanno combattuto sul serio. “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi” (Bertold Brecht). Non facciamoci ingannare dagli idola.

A causa della fragilità umana e della disfunzione critica della Storia, dove spesso prevale il male storico e non il bene comune e collettivo, l’umanità ha bisogno di divinizzare persone normalissime che hanno fatto il loro dovere, inventando di volta in volta santi, eroi, martiri, condottieri, figure illustri e luminose, miti e leggende, cunta di misfatti che sono concreti e reali.

Si parla spesso delle vittime della mafia citando Falcone, Borsellino, padre Pino Puglisi, Pio La Torre e tanti altri nomi prestigiosi, senza citare i quattro ragazzi di Catania (sconosciuti) sequestrati, strangolati e buttati in un pozzo perché avevano scippato e derubato la borsa della mamma di Benedetto “Nitto” Santapaola, capo mafia emergente della città di Catania.

Le vittime della mafia non hanno un valore diverso, in considerazione della provenienza, del censo sociale, della professione o altro. Sono tutti e tutte (penso a Rita Atria e non solo a lei) vittime della mafia! Conosciamo la polemica di Falcone e Borsellino sui nomi e sui volti noti che hanno costruito le loro carriere e le loro fortune con l’antimafia.

In un paese civile non si dovrebbero enfatizzare atteggiamenti e comportamenti civili normali, ciò che la semplice coscienza umana impone.

Leonardo Sciascia è stato tra primi scrittori a fare una denuncia sociale contro la mafia ma non si sentiva né eroe né santo. Leonardo Sciascia, come Pier Paolo Pasolini, erano intellettuali liberi e indipendenti, non organici al potere politico. Mi chiedo: quanti sono diventati ricchi, famosi e sulla cresta dell’onda grazie alle carriere antimafia?

Molte donne preferiscono vedere film e leggere romanzi romantici che non parlino di mafia a causa di una violenza mafiosa disumana che fa vomitare, anche se molte spettatrici e lettrici coltivano una grande passione per il commissario Salvo Montalbano, l’eroe letterario inventato dalla penna di Andrea Camilleri.

Al contrario, io penso che di mafia, d’illegalità e di corruzione si debba parlarne soprattutto nelle scuole. Per circa 25 anni ho fatto a scuola il referente della legalità e abbiamo dato ospitalità ai rappresentanti della lotta alla mafia.

Ma bisogna fare attenzione, nel contrasto al fenomeno mafioso, alle esagerazioni della cronaca quotidiana, alla sua negativa enfasi, e ai protagonismi narcisistici, sintomi della ricerca di un consenso sociale a tutti i costi.

Si evita così la pubblicità regresso di un fenomeno la cui prevenzione e lotta, in primis, è stata affidata dallo stato ai magistrati, alle forze dell’ordine e all’azione educativa nelle scuole, luogo deputato per la formazione delle coscienze dei futuri cittadini.

Ho più fiducia nei magistrati e nelle forze dell’ordine che negli scrittori di successo. La malattia della Storia ci ha insegnato che l’uomo coltiva il male anche quando dice di coltivare il bene.

La premier Giorgia Meloni ha affermato più volte che ha deciso di fare politica dopo la strage e il martirio di Paolo Borsellino, il quale aveva simpatie politiche per la destra, e la stessa non citava Giovanni Falcone che aveva simpatie per la sinistra. Un discorso politico che non ci sembra credibile! E se Borsellino fosse stato di sinistra?

Dalle varie interviste fatte al magistrato palermitano della Maggione: “Paolo Borsellino considerava il proprio lavoro e la lotta alla mafia non come l’atto straordinario di un eroe, ma come il dovere civico e professionale di un uomo normale”. Sue parole: “la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Lasciamo perdere i presunti eroi e dissacriamo la retorica dell’antimafia. Falcone e Borsellino avevano una visione laica e disincantata dello Stato. Onore ai nostri giudici siciliani che non erano né santi prossimi al paradiso né eroi e martiri di una società ingiusta ma semplici uomini della legge con il sano obbligo professionale di ricercare le verità dei fatti criminosi e non altro.”

Tonino Calà

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