Imitatio di Andrea Vizzini. L’arte che imita, l’arte che imita se stessa

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di Massimo Pirotti
È il cortocircuito di una parte dell’arte di oggi. Proprio questa circolarità rappresenta il problema che IMITATIO vuole mettere a fuoco: non siamo più soltanto davanti all’artista che imita la realtà o guarda alla storia dell’arte; siamo davanti a un sistema nel quale l’arte cita, ricita, ricombina e infine imita le proprie precedenti imitazioni.

Uno dei fenomeni più singolari dell’arte contemporanea non riguarda più soltanto il rapporto con la storia dell’arte, ma il rapporto che l’arte intrattiene con la propria memoria, ormai sempre più trasformata in repertorio. Per molto tempo la citazione è stata uno strumento attraverso cui l’arte ha interrogato il passato: riprendere un’immagine classica, deformare una figura riconoscibile, appropriarsi di un codice della Pop Art o di una strategia delle avanguardie poteva significare riscrivere la storia, contraddirla, metterla in crisi. Il problema nasce quando ciò che era stato un
gesto critico diventa una formula. Il passato smette allora di essere interrogato e diventa un deposito di immagini disponibili: la statua classica, l’anatomia michelangiolesca, il chiaroscuro caravaggesco, il ready-made, il gesto Pop, il minimalismo, la superficie specchiante, il neon, la fotografia, il design, persino la New Age .

E infine la citazione della citazione. Non è più la storia a parlare attraverso l’opera, ma il repertorio della storia a parlare al posto dell’opera. È questa la differenza tra memoria e citazione: La memoria trasforma il passato in conoscenza. La citazione lo trasforma in repertorio estetico. Là dove un’opera che attinge alla memoria apre una domanda, la citazione offre soltanto una risposta già riconoscibile.

Ma oggi il fenomeno sembra aver compiuto un ulteriore passaggio: l’arte non imita più soltanto il passato, imita ciò che l’arte ha già imitato. La pittura guarda alla pittura che aveva guardato alla fotografia; la fotografia alla pittura che aveva incorporato la fotografia; la scultura riprende la Pop Art che aveva ripreso la cultura industriale; il minimalismo diventa design e il design ritorna nell’arte come citazione del minimalismo. Il contemporaneo rischia così di trasformarsi in una grande superficie riflettente nella quale le immagini rimandano continuamente l’una all’altra. Il paradosso è che la ripetizione continua a essere presentata come ricerca. Ma quando una formula diventa riconoscibile prima ancora che necessaria, la ricerca rischia di essere già finita.

È in questo spazio che si colloca Imitatio di Andrea Vizzini. L’opera presenta una grande A, la prima lettera della parola Arte, concepita come una struttura scultorea massiccia e monumentale.
Sopra la A è seduta una scimmia, al cui collo pende un piccolo cartello: I AM. L’immagine sembra inizialmente una provocazione ironica, ma il suo funzionamento è più complesso. La scimmia è associata all’imitazione; la A indica l’Arte; il cartello proclama invece un’identità: Io sono. Ma sono chi? Artista? Autore? Arte? La frase non lo specifica, ed è proprio questa omissione a rendere l’immagine perturbante. La scimmia non dimostra di essere artista: lo dichiara.

L’opera introduce così una domanda che riguarda la condizione stessa dell’artista contemporaneo: può la dichiarazione di essere artista sostituire la necessità dell’opera? Imitatio non offre una risposta, costruisce il problema. La scimmia imita e contemporaneamente afferma I AM: da una parte la ripetizione, dall’altra l’affermazione dell’identità.
La questione diventa ancora più attuale nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Un sistema artificiale può ricombinare milioni di immagini, stili, periodi, tecniche e linguaggi. Ma il problema non è che la macchina imiti: l’imitazione è diventata una delle operazioni fondamentali della cultura contemporanea anche prima dell’intelligenza artificiale.

L’algoritmo ha semplicemente reso visibile e accelerato un processo già in atto. La macchina possiede un archivio; l’artista dovrebbe possedere una memoria. L’archivio conserva, la memoria trasforma. È proprio questa distinzione che attraversa la ricerca di Vizzini: la storia dell’arte entra nelle sue opere non come repertorio da esibire, ma come materia da scomporre, ricomporre e sottoporre a una nuova struttura. La storia non è soltanto il soggetto: è il materiale attraverso cui costruire un’altra domanda.

Non è casuale che questa riflessione emerga oggi nel percorso di Andrea Vizzini, presente nella 61ª Biennale di Venezia e contemporaneamente protagonista di un importante progetto espositivo all’Aeroporto Marco Polo di Venezia. La sua ricerca attraversa pittura, fotografia, computer art, scultura e grandi opere ambientali, mettendo continuamente in discussione il rapporto fra immagine, spazio e memoria.

Nell’aeroporto la pittura entra in uno dei luoghi più emblematici della contemporaneità, costruito sul movimento, sulla velocità e sulla circolazione incessante delle immagini. È un contesto significativo: l’aeroporto è il luogo del transito, mentre l’opera d’arte introduce una pausa. Non accelera il flusso delle immagini, lo interrompe. La Galleria Ravagnan presenta infatti Interni Teoretici. Visioni sulla Laguna proprio nel programma culturale dell’Aeroporto di Venezia, sottolineando la tensione tra il flusso del transito e la necessità dell’arte di creare una sospensione.

La stessa ricerca prosegue nei lavori più recenti, dove TIME, LIFE, BEAUTIFUL, EDEN trasformano la parola in materia. Non come didascalia, ma come opera: la parola diventa forma, scultura, architettura. È un passaggio significativo perché sposta la ricerca dall’invenzione di un’altra immagine alla costruzione di una diversa relazione fra parola, spazio e materia. Se tutto è già stato rappresentato, forse la novità non consiste necessariamente nel trovare un’immagine mai vista, ma nel modificare il modo in cui le cose entrano in rapporto tra loro.

È forse qui che Imitatio supera la semplice polemica contro il citazionismo. Il problema non è eliminare il passato, né stabilire chi sia davvero contemporaneo. Tutta l’arte nasce dentro una storia. La domanda è piuttosto che cosa accada quando il passato non produce più pensiero ma soltanto riconoscimento; quando lo spettatore riconosce lo stile prima ancora di incontrare l’opera, quando l’arte diventa una successione di segnali che confermano ciò che già conosce. In quel momento la memoria non apre più: chiude.

La scimmia di Imitatio rimane allora seduta sulla grande A di Arte, con il suo piccolo I AM al collo. Non come una risposta, ma come un avvertimento. L’arte può citare il classico, il moderno, il Pop, il concettuale, il minimalismo, il digitale e perfino l’idea stessa di trasgressione. Ma può anche arrivare a imitare ciò che ha già imparato a riconoscere come contemporaneo. Il nuovo diventa così uno stile.

Forse la contemporaneità dell’arte non consiste nel dichiarare di essere contemporanei, ma nel riuscire a interrompere la catena dell’imitazione. Non necessariamente inventando qualcosa che non è mai esistito, ma trasformando ciò che esiste già fino a renderlo nuovamente capace di interrogare il presente.

È questa, in fondo, la domanda che Imitatio lascia aperta: non se sia ancora possibile inventare qualcosa di completamente nuovo, ma se sia ancora possibile uscire da un sistema nel quale l’arte ripete i propri linguaggi e finisce per imitare persino la propria idea di novità.
Perché dichiararsi artisti è facile. Tutti possono dire “I AM”. Il difficile è fare un’opera che renda superfluo dirlo.

Massimo Pirotti

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