Crederci, soffrire, mordere: la Nissa ha ancora un campionato da giocare

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L’editoriale di BRERA

«Credi di poterlo fare e sei già a metà strada». La frase, attribuita a Theodore Roosevelt, sembra scritta apposta per la Nissa di oggi. Perché nel calcio, come nella vita, prima ancora delle gambe conta la testa. E una squadra che si reca a Barcellona senza nove infortunati e uno squalificato, dopo essere stata considerata da molti quasi vittima predestinata, torna imbattuta, e’ quasi un miracolo. Porta a casa molto più di un punto: porta a casa la consapevolezza di poter ancora credere nel proprio destino.

La Nissa deve crederci. Deve continuare a lottare. Deve avere il coraggio di inseguire quel grande sogno che, solo qualche settimana fa, sembrava essersi allontanato troppo.

A Barcellona, contro la Nuova Igea Virtus, si è vista una squadra capace di soffrire, di stringere i denti, di stare dentro la partita. E alla fine è arrivato un pareggio prezioso, con persino qualche rimpianto. Perché, a dirla tutta, la Nissa avrebbe potuto anche vincere.

Ed è proprio questo il dato che più conta.

La sofferenza, nello sport, non è soltanto una condanna: qualche volta è il passaggio necessario verso la rinascita. È il momento nel quale scopri quanto sei disposto a dare quando le cose si mettono male. È lì che una squadra si riconosce.

Sette punti da recuperare sono tanti, nessuno lo nega. Ma il campionato è ancora lungo, pieno di trappole, di domeniche imprevedibili, di partite capaci di rovesciare gerarchie che sembravano scolpite nella pietra. Gli invincibili, del resto, hanno già inciampato sulla classica buccia di banana. E allora perché arrendersi?

Non mollare è dunque un obbligo morale prima ancora che sportivo.

Bisogna ripartire da chi ha fame. Da chi sputa sangue sul campo. Dai giovani che lavorano con umiltà, senza pretendere scorciatoie. E anche dalle cosiddette stelle del gruppo, perché la classe da sola non basta: bisogna correre, pressare, combattere su ogni pallone. Il calcio moderno non concede privilegi a nessuno.

Questo vogliamo rivedere domenica prossima a Ragusa, sul terreno insidioso dell’Aldo Campo. Una partita nella quale servirà soltanto vincere, a qualsiasi costo, per poi gettare l’anima oltre l’ostacolo contro la Reggina al Tomaselli.

Due partite, due montagne da scalare. Ma proprio per questo affascinanti.

E se quelle montagne verranno superate, allora il campionato potrà davvero riaprirsi.

In questo cammino c’è una certezza: Ivan Moschella.

Il tecnico ha dimostrato, nonostante il risultato, prima con la Vibonese e poi a Barcellona con la Nuova Igea Virtus, di essere riuscito a fare breccia nel gruppo. I suoi concetti di gioco vengono seguiti, la squadra sembra riconoscersi nelle sue idee e questa è una base dalla quale non si può prescindere.

Nel calcio, quando undici uomini cominciano a parlare la stessa lingua, può succedere di tutto.

E anche il pubblico deve fare la sua parte.

Alla Nissa serve il calore dei tifosi, serve il loro sacrificio, serve sentirli vicini soprattutto quando la strada si fa più ripida. Perché una squadra che combatte ha bisogno di sapere che sugli spalti c’è qualcuno pronto a combattere con lei.

Se mi chiedete cosa mi è piaciuto della Nissa vista a Barcellona, rispondo senza esitazioni: tante cose.

Mi è piaciuto il coraggio del giovane Cataldi, che non ha avuto paura di giocare la propria partita. Mi è piaciuto il temperamento di Rapisarda e Provenzano. Mi sono piaciute la semplicità e la concretezza di Bruno e Ferrante. Mi ha colpito la visione di gioco di Fofana. Ho apprezzato la classe e la brillantezza di Di Grazia. E poi il sacrificio di Panattoni, uno di quelli che magari finiscono meno nei riflettori ma che fanno respirare una squadra.

Sono dettagli? No. Nel calcio i dettagli diventano spesso destino.

Non mi è piaciuta, invece, la svogliatezza di Catalano. Da un giocatore delle sue qualità ci aspettiamo molto di più. Deve entrare pienamente in sintonia con la squadra, trovare ritmo, convinzione e continuità. Siamo però certi che possa riuscirci.

E poi incrociamo le dita.

Perché questa Nissa ha bisogno anche di recuperare gli uomini che oggi mancano. Gli infortuni hanno presentato un conto salato e ogni rientro può diventare decisivo. Alagna, per esempio, manca tanto alla squadra,

E allora avanti. Con la testa alta e le gambe forti, Con la paura di perdere, ma senza il coraggio di arrendersi. Perché chi crede davvero in qualcosa non smette di lottare quando l’impresa sembra difficile: comincia proprio allora.

Come ha scritto Samuel Beckett: «Ho provato. Ho fallito. Non importa. Proverò di nuovo. Fallirò meglio».

La Nissa dovrà provarci ancora.

Dovrà soffrire.

Dovrà correre.

Dovrà crederci.

Perché sette punti, nel calcio, possono essere una montagna.

Ma una montagna non è la fine del viaggio.

È soltanto il punto più alto della strada.

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