dal dott. Marco Fasciana riceviamo e pubblichiamo:
SOLIDARIETÀ A ISMAELE LA VARDERA. IL LAVORO DEVE ESSERE UN DIRITTO, NON UNO STRUMENTO DI POTERE.
Quello che sta emergendo in questi giorni a Palermo, attorno all’appalto dei servizi di pulizia dell’ospedale Cervello, merita attenzione, prudenza nelle responsabilità individuali, ma soprattutto verità e controlli rigorosi.
Esprimo il mio sostegno e la mia solidarietà a Ismaele La Vardera, che ha portato all’attenzione delle autorità e dell’opinione pubblica una vicenda sulla quale oggi è doveroso fare piena luce.
Le notizie pubblicate dalla stampa raccontano di un esposto presentato alla Guardia di Finanza, di lavoratori e familiari di esponenti mafiosi presenti nell’impresa che svolge il servizio di pulizia e, soprattutto, di testimonianze secondo cui alcune persone avrebbero avuto un peso nella gestione di turni, orari, straordinari e organizzazione del personale.
Sono fatti e responsabilità che dovranno essere accertati dagli organi competenti. Nessun processo sommario e nessuna condanna per parentela.
Questo per noi è un principio irrinunciabile.
Essere figlio, fratello, moglie, marito o parente di un mafioso non significa essere mafioso.
Siamo dalla parte anche di quei familiari onesti che hanno scelto una strada diversa, che ogni giorno combattono per liberarsi dal peso di un cognome, che rispettano la legge, lavorano onestamente e cercano di togliersi di dosso lo stigma prodotto dalle malefatte dei propri parenti.
Le responsabilità sono personali.
Ma proprio per questo bisogna distinguere con grande chiarezza la parentela dal potere.
Perché la domanda non può essere semplicemente: “Di chi sei parente?”
La domanda che le istituzioni devono porsi è molto più seria:
“L’organizzazione mafiosa è in grado, direttamente o indirettamente, di condizionare l’impresa che esegue l’appalto pubblico?”
È questo il punto.
Se qualcuno riesce a influenzare assunzioni, turni, incarichi, condizioni di lavoro o scelte aziendali non per merito, esperienza o regole trasparenti, ma grazie alla forza di relazioni criminali, familiari o intimidatorie, allora non siamo più davanti a una questione di parentela.
Siamo davanti a una questione di libertà, legalità ed equità nell’accesso al lavoro.
E Palermo conosce troppo bene quanto possa essere devastante un sistema nel quale il lavoro non viene riconosciuto come diritto e opportunità, ma diventa favore, concessione o strumento di controllo sociale.
Pensiamo alle migliaia di famiglie perbene.
Ai ragazzi che mandano cento curriculum e non ricevono una risposta.
Alle madri e ai padri disoccupati che aspettano un’occasione.
Ai lavoratori che fanno sacrifici senza avere santi in paradiso.
A chi non appartiene a nessuna famiglia potente, a nessun sistema, a nessuna rete di favori.
Non può mangiare soltanto chi è più forte.
Non può lavorare soltanto chi è rappresentato da qualcuno capace di esercitare un potere, tanto meno quando quel potere dovesse derivare dalla paura, dalla violenza o dalla forza criminale.
Il lavoro deve tornare ad essere competenza, dignità, bisogno, merito, trasparenza e pari opportunità.
Per questo adesso la stazione appaltante, la Regione, la Prefettura e tutte le istituzioni competenti devono fare fino in fondo la propria parte.
Non servono cacce alle streghe.
Servono controlli.
Non servono liste di proscrizione basate sui cognomi.
Servono verifiche sui rapporti di potere.
Non bisogna colpire un lavoratore onesto perché ha un parente mafioso.
Bisogna invece accertare se qualcuno abbia potuto utilizzare il peso della criminalità organizzata per condizionare un’impresa che lavora grazie a un appalto pubblico.
Il Codice antimafia offre uno strumento preciso.
L’articolo 91, comma 5, del decreto legislativo 159/2011 stabilisce:
“Il prefetto competente estende gli accertamenti pure ai soggetti che risultano poter determinare in qualsiasi modo le scelte o gli indirizzi dell’impresa.”
Ecco perché oggi chiediamo che gli accertamenti siano rigorosi e arrivino fino in fondo.
Chi decideva realmente?
Chi indicava le persone da assumere?
Con quali criteri venivano effettuate le assunzioni?
Chi determinava turni, straordinari, mansioni e condizioni di lavoro?
Esistevano pressioni o condizionamenti esterni?
E soprattutto: il sistema delle assunzioni e della gestione del personale era realmente impermeabile all’influenza mafiosa?
Sono domande. E proprio perché sono domande, pretendono risposte documentate dalle istituzioni competenti.
La lotta alla mafia non consiste nel perseguitare i parenti dei mafiosi.
La lotta alla mafia consiste nel togliere alla mafia il potere.
Il potere di decidere chi lavora e chi resta disoccupato.
Il potere di distribuire favori.
Il potere di creare dipendenza e consenso attraverso un posto di lavoro.
Il potere di trasformare un diritto in una concessione.
Difendere il lavoro libero significa combattere la mafia.
Per questo siamo accanto a chi denuncia, ai lavoratori che trovano il coraggio di parlare, a Ismaele La Vardera per avere acceso i riflettori sulla vicenda e, soprattutto, alle migliaia di famiglie palermitane oneste che chiedono una cosa semplicissima:
che per avere un lavoro non serva conoscere qualcuno.
Che non serva appartenere a qualcuno.
Che non serva avere paura di qualcuno.
Serve una possibilità.
Uguale per tutti.
Marco Fasciana

