Avola, il giorno della disfatta; la Nissa ha perso la partita, ma soprattutto ha perso se stessa

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di Brera

Ci sono sconfitte che fanno male per il risultato.

E poi ce ne sono altre che fanno male per ciò che rivelano.

Quella di Avola appartiene, senza discussione, alla seconda categoria.

Perdere 4-2 dopo essere stati avanti di due gol non significa soltanto aver gettato via una partita. Significa aver smarrito certezze, equilibrio e identità proprio nel momento in cui sarebbe servita la massima lucidità.

Ed è qui che comincia il problema vero.

Siamo davvero sicuri che la responsabilità sia tutta dell’allenatore?

Di Gaetano avrà commesso i suoi errori, come accade a ogni tecnico. Nel calcio sbagliano gli allenatori, sbagliano i giocatori e sbagliano, talvolta, anche le società. L’esonero è arrivato e ormai appartiene alla storia di questa stagione.

Ma sarebbe troppo comodo trasformarlo nella spiegazione di tutto.

Un allenatore può sbagliare una formazione, una sostituzione, una lettura tattica. Non può però perdere da solo una partita che la sua squadra conduce 2-0.

Ad Avola la Nissa aveva la partita in mano. Aveva segnato due volte, aveva costruito il vantaggio, aveva indirizzato l’incontro. Poi, improvvisamente, qualcosa si è spezzato.

Non una lenta erosione delle certezze.

Un crollo.

Quattro gol subiti. Una rimonta incassata. Una partita consegnata all’avversario.

E una sconfitta che pesa sulla classifica, ma soprattutto sul morale e sull’immagine di una squadra che, per larghi tratti, è sembrata incapace di riconoscersi.

Persino la gara contro la Nuova Igea Virtus, quella dei tre gol subiti in meno di un quarto d’ora, sembra oggi meno grave. Perché ad Avola la Nissa aveva qualcosa che quella volta non aveva: il risultato in mano.

E se una squadra avanti 2-0 riesce a perdere 4-2, allora la domanda non può riguardare soltanto la tattica.

Dove sono finiti il carattere?

Dove la reazione?

Dove la fame?

Dove, soprattutto, è finita la squadra?

Il calcio non è soltanto modulo, preparazione atletica e schemi disegnati sulla lavagna. Quando l’avversario prende coraggio, servono uomini capaci di assumersi responsabilità, di mettere la gamba, di alzare la voce, di trascinare il compagno quando le cose si mettono male.

Ad Avola questa reazione non si è vista.

Ed è questo l’aspetto che dovrebbe preoccupare più dell’esonero di un allenatore.

Un tecnico si cambia.

Una mentalità fragile, invece, si ricostruisce con tempo, lavoro, disciplina e uomini disposti a mettersi davvero in discussione.

Perché dietro questa Nissa ci sono sacrifici che meritano rispetto.

I Giovannone, padre e figlio, hanno investito risorse, energie, passione. Hanno messo faccia e sostanza dentro un progetto. E allora è inevitabile chiedersi chi stia pensando davvero al valore di quegli sforzi.

Chi pensa ai tifosi che hanno raggiunto Avola?

Chi pensa a quelli che sono tornati a casa delusi, con la testa bassa e una sconfitta difficile da spiegare?

Chi restituisce loro la fiducia consumata in un pomeriggio simile?

Non bastano le frasi di circostanza.

Non basta dire che bisogna ripartire.

Non basta chiedere pazienza.

Adesso servono risposte.

La società dovrà capire chi abbia ancora la forza, la personalità e il senso di responsabilità necessari per indossare la maglia della Nissa.

Chi è disposto a sacrificarsi.

Chi sa soffrire.

Chi sa reagire.

Chi considera quella maglia un impegno, non semplicemente una divisa.

E quando riaprirà il mercato bisognerà intervenire con lucidità e coraggio. Non per punire qualcuno, ma per ricostruire una squadra.

Chi ha dimostrato di meritare questa maglia dovrà restare.

Chi non lo ha fatto dovrà assumersi le proprie responsabilità.

Forse servirà anche un allenatore capace di rimettere ordine, restituire disciplina allo spogliatoio e ricostruire un’identità. Un tecnico autorevole, capace di essere duro quando necessario, ma soprattutto capace di dare alla squadra una direzione.

Ma attenzione: un nuovo nome in panchina non basterà.

Perché il problema, oggi, sembra più profondo.

La Nissa deve ritrovare se stessa.

Deve tornare a essere una squadra capace di soffrire senza disunirsi. Capace di reagire quando l’avversario cresce. Capace di considerare ogni pallone come qualcosa da conquistare.

Perdere fa parte dello sport.

Arrendersi, no.

E ad Avola la Nissa non ha soltanto perso.

Ha dato l’impressione, per lunghi minuti, di non sapere più come reagire.

È questo il dato più grave.

È questo che non può essere liquidato come un semplice incidente di percorso.

Perché una società può cambiare allenatore.

Può cambiare giocatori.

Può cambiare modulo.

Ma se non ritrova carattere, identità e orgoglio, continuerà soltanto a cambiare uomini senza cambiare destino.

Luca Giovannone merita rispetto per ciò che sta facendo.

I tifosi meritano rispetto per ciò che fanno ogni domenica.

La maglia merita rispetto per ciò che rappresenta.

Adesso tocca ai giocatori dimostrare di averlo capito.

Il tempo degli alibi è finito.

Il tempo delle parole, anche.

Ora servono uomini.

BRERA

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