C’era un mare…

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di Edvige Presti

C’era un mare, un mare immenso, profondo e blu; vicino e lontano, misterioso, non sai cosa può portare.

Era un mare che in estate, di giorno, sapeva di vacanze, di giochi e di svago. La sera, invece, vi annegavano tutti i ricordi del giorno appena trascorso, se li riprendeva tutti; quando era sereno potevi immaginare che li custodisse, ma quando era agitato dal vento pareva rimescolarli e distruggerli, riducendoli in particelle piccolissime che si mischiavano alle molecole delle sue acque scure.

In inverno era ancora bello, ma di una bellezza diversa, che incuteva un senso di inquietudine; appariva meno confidenziale, più estraneo, e forse proprio per questo più affascinante. A volte lo guardavi dalla finestra e pensavi alle navi che lo avevano solcato nel tempo, quando attraversarlo era un’avventura davvero pericolosa. Pensavi ai luoghi che aveva separato e unito; alle popolazioni tanto diverse, tenute distanti per secoli, che poi un giorno si ritrovarono a scoprirsi. Pensavi alla meraviglia, alla sorpresa.

A volte il mare ti restituisce immagini di pescatori che gettano le reti  chissà quante perle avranno prese le luci delle lampare nella notte ti porta e le immagini dei volti scavati dal sole dei pescatori che, di ritorno all’alba, sbrogliano le reti. E ancora il pensiero corre al “Principe dei pescatori”, ai “pescatori di uomini”, a Gesù che camminava sulle acque, a Gesù battezzato nelle acque, all’acqua che purifica e rinnova.

Pensi a tutto ciò che ha ingoiato il mare: navi, manufatti, uomini. Ai sub che nelle sue profondità cercano tesori nascosti. Oggi è possibile che, tra i coralli rossi, trovino impigliato il corpo scuro di una donna con i capelli intrecciati ai suoi rami, la veste bianca strappata e un bambino ormai abbandonato sul suo seno. Molti altri corpi puoi trovarvi sul fondo del mare oggi, accanto a quello della donna: sono tutti di carnagione scura, quasi tutti giovani, diversi bambini.

Attraversano le onde su “zattere”, ammucchiati come mercanzie poco preziose, come fossero già cadaveri; ma non lo sono, non ancora, perché nel loro cuore, inaridito dalla sete e dall’amarezza, continua a battere una flebile speranza. La speranza di un’altra vita, una vita rubata o ritrovata, forse mai avuta, solo sognata; una vita da esseri umani, da uomini liberi, che restituisca loro dignità.

Si è infranto il loro sogno, per alcuni quasi a riva: per molti di loro, il viaggio verso la vita è finito nell’abisso. Così i bambini sono scesi a testa in giù a cercare conchiglie sul fondo del mare; dicono che più in profondità ci siano le più belle, e la ricerca della bellezza a volte fa perdere.

Ma tu che sei rimasto, tu puoi vedere. I tuoi occhi sono diventati più profondi del mare, più neri e scuri del mare di notte i tuoi occhi, un pozzo di dolore, un pozzo senza fondo. Sei estraneo a chi ti si affolla intorno, non riconosci nessuno sguardo, non hai nessun sorriso da ricambiare. Gli odori sono forti e acri, non hai nulla da mangiare, non possiedi che il tuo dolore e ricordi che vorresti dimenticare…

Il tuo cuore lo senti battere di notte, nei rari momenti di silenzio, batte come un oggetto meccanico, ti sembra un rumore che proviene dall’esterno e non ti appartiene. Già, nemmeno il tuo cuore ti appartiene più, e dove sono i tuoi sogni? Non li incontri più neppure di notte. Non sai più perché sei venuto dall’Africa, perché tanta fatica per passare da un deserto a un altro.

Poi, una notte, un fuoco ti brucia in petto di rabbia e di dolore. La ribellione nel campo è stata inutile e, se anche qualcuno è riuscito a fuggire, non sa dove andare né cosa fare, non ha una meta da seguire. Per un attimo pensi di fuggire anche tu, nel buio della notte; mentre nessuno ti vede, forse, ce la puoi fare. Puoi oltrepassare il filo spinato, andare oltre quel limite, andare…

Ti intrufoli tra le maglie d’acciaio, graffiandoti la pelle perché lo spazio è troppo stretto; ma ormai non senti più il dolore facilmente, riesci a uscire. Sei fuori, libero nella notte scura. Con le poche energie rimaste ancora in corpo corri sulla sabbia e senti un brivido di libertà. Guardi la scia d’argento della luna riflessa sul mare e risenti ancora la bellezza cui pensavi di non essere più sensibile.

E proprio la bellezza ti risveglia ricordi lontani: giochi di bimbo all’ombra delle palme, sapori che non gusterai più. Ti inginocchi sulla sabbia, guardi verso il mare e singhiozzi con la testa tra le mani. Piangi e inizi a dondolarti avanti e indietro al ritmo di una nenia dolcissima che sembra risalire dalla tua infanzia — ormai troppo lontana nonostante tu sia appena un ragazzo — e che ti placava e rasserenava.

Forse anche oggi quella ninna nanna ti può calmare. Senti forte la nostalgia del suo richiamo. Apri gli occhi e guardi il mare: è da lì che proviene quella voce che ti chiama come una sirena. È lì che dorme la tua mamma, sul fondo di quel mare che pensavi nascondesse tante promesse. Allora sai dove andare, credi di aver scorto la tua meta ed è così che, al ritmo di quella nenia, ti lasci dolcemente scivolare nell’acqua e ti abbandoni cullato dalle onde, accarezzato dai riflessi argentati della luna, finché non ti si vede più. Del resto, quali sguardi ormai si posavano su di te? Chissà se qualcuno nel campo si accorgerà della tua scomparsa, domani…

Spero che tu possa vedere coralli, conchiglie e pesci colorati; che tu possa giocare con le onde e che i raggi del sole filtrino attraverso l’abisso per raggiungerti. Spero che tu possa ridere felice della bellezza che ti circonda e che, tra i coralli, si aprano le braccia di tua madre per accoglierti e consolarti ancora. Spero che tu trovi il tuo tesoro nel mare.

Spero che tu possa trovare il tuo tesoro sulla terra. Su qualunque terra approderai, spero che tu non debba più sentirti straniero, ma fratello. Spero che tu possa sempre trovare uno sguardo amico, un sorriso a dischiuderti il cuore e una mano a stringere la tua, qui sulla terra. Spero che tu possa partecipare della bellezza del mondo, che non debba più perderti per trovarla, che la bellezza ti accompagni nel tuo cammino. Spero che tu abbia una meta e un percorso da seguire, qui sulla terra.

Spero che tu trovi i colori, la bellezza, la gioia e l’amore qui nel mondo, tra i tuoi simili, e che nessuno debba più morire per mancanza d’amore.

Edvige Presti

Il disegno nell’immagine di copertina è di Edvige Presti

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