di Edvige Presti
L’opera di Francisco Goya, “Il 3 maggio 1808”, è stata definita da Giulio Carlo Argan come «la prima condanna della guerra». Quest’opera costituisce un radicale cambio di paradigma nella storia dell’arte: non vi è più alcuna giustificazione divina o morale per il conflitto. La violenza e la morte che ne derivano sono qui descritte come un evento cupo, spogliato di quella “bellezza ideale” tipica del Neoclassicismo, epoca in cui lo scontro era celebrato come mezzo di difesa della patria e i combattenti esaltati come eroi.
La luce di una lanterna illumina impietosamente i condannati a morte, rappresentando, ironicamente, quella “ragione illuminista” che ha generato, ancora una volta, sottomissione e distruzione. Anche Salvatore Quasimodo, nella poesia “Uomo del mio tempo”, sottolinea come l’essere umano sia rimasto nell’animo «quello della pietra», pronto a spargere il sangue dei propri simili, «e questo sangue odora come nel giorno quando il fratello disse all’altro fratello: Andiamo ai campi».
Ancor oggi l’umanità non trova — o forse non cerca — altra via per risolvere le controversie se non il ricorso alle armi. In un’epoca dominata dallo sviluppo scientifico e tecnologico, dovremmo imparare a chiederci il “perché” prima del “come”.
Sarebbe auspicabile un nuovo “umanesimo” che ponga la persona al centro di ogni dinamica, anziché subordinarla a logiche economiche a vantaggio di pochi. Non è ammissibile che la storia continui a essere una cronaca di massacri. La guerra non si conclude mai con una vera concordia, ma con un ordine imposto ai vinti con la forza; sotto la cenere di questa “pace” apparente covano, in realtà, i germi di future ostilità. Non può esserci stabilità se non si rispettano i diritti di tutte le parti, poiché la supremazia delle armi non crea parità, ma solo risentimento. Una pace autentica nasce solo dal riconoscimento della medesima dignità tra uomini diversi, senza vincitori né vinti.
Quando impareremo dalla storia? Oggi il pericolo è amplificato proprio dagli strumenti messi a disposizione dal progresso tecnologico, il che richiederebbe un immenso senso di responsabilità da parte dei governanti. L’intelligenza artificiale è un mezzo, ma quella naturale possiede uno scopo intrinseco che abbraccia la dimensione affettiva e sentimentale. Daniel Goleman ci parla, a tal proposito, di intelligenza emotiva. L’intelletto è miope senza l’amore che comprende ogni cosa e sa che ogni uomo può vivere bene solo se anche l’altro prospera, perché l’uomo è un animale sociale che vive in un sistema di relazioni con i suoi simili e con l’ambiente.
Anche quest’ultimo è devastato dai conflitti: in Iran oggi si respira petrolio. E l’arte, segno della creatività e della vita, soccombe: negli stessi territori alcuni siti del patrimonio Unesco sono già stati devastati dalle bombe. È meschino e ottuso chi, governando una nazione, la conduce verso l’abisso bellico, allontanandosi dal vero scopo del potere. Quando avverrà quel progresso reale che ci permetterà di abbandonare la clava? Non è accettabile la retorica secondo cui si uccide per evitare ulteriori morti.
È necessario, come suggerisce Quasimodo, «persuadere la scienza alla vita anziché allo sterminio».
Edvige Presti

