L’Ultima Cena, tradizionalmente rappresentata all’aperto e per quest’anno prevista a Largo Barile, ieri ha trovato riparo sotto la grande navata della chiesa di San Sebastiano, proprio di fronte ad alcune delle più intense opere di Biangardi — San Biagio, sant’Alfonso, la Madonna, San Giovanni e la Maddalena — che sembravano osservare in silenzio il racconto della Passione tornare a vivere.
Il cammino, tuttavia, è iniziato come sempre per le strade della città. Alle 18.30 il corteo è partito da Largo Badia: gigantesche palme, torce accese tra la folla e, al centro, Gesù circondato dai bambini, in una scena che sembrava uscita direttamente dalle pagine del Vangelo.
Il corteo ha quindi raggiunto la chiesa di San Sebastiano, dove gli spazi sacri sono stati trasformati in un palcoscenico vivo. Qui si sono susseguiti i momenti più intensi della rappresentazione: l’addio alla Madre, l’Ultima Cena con la lavanda dei piedi, l’istituzione dell’Eucaristia e il momento drammatico del traditore svelato.
La scena si è poi spostata idealmente nell’orto del Getsemani, ricreato dall’altra parte dell’altare in un curioso e suggestivo gioco di spazi che ha attraversato l’intera chiesa. Infine la cattura e il processo davanti al Sinedrio, dove quest’anno è stata introdotta anche la figura di Anna, suocero di Caifa, arricchendo ulteriormente il racconto scenico. Spettacolare la scala interna che porta alla cripta, dove Gesù è sceso in catene.
È uno spettacolo che è anche rito. Nella tradizione nissena questa sacra rappresentazione del lunedì nasce solo nel 2005, e fu realizzata per la prima volta al teatro Margherita ma in poco più di vent’anni è diventata uno degli appuntamenti più attesi della Settimana Santa. Lo dimostrano le tante persone accorse anche questa volta, nonostante il maltempo, tanto che la rappresentazione è stata replicata più volte per consentire a tutti di assistere.
Soddisfatto ma soprattutto commosso il presidente dell’associazione Atepa, Totó Alfano, così come i registi Peppe Riggi e Salvatore Riggi, padre e figlio, insieme a Piero Carà, che hanno guidato la complessa macchina organizzativa.
Proprio Salvatore Riggi ha raccontato l’emozione di questa serata:
«L’Ultima Cena è stata fatta con l’amore e il sostegno del pubblico, che, come sempre, è accorso numeroso nonostante il maltempo, il quale ci ha costretti a rimediare in una location — l’unica disponibile al chiuso. È stata replicata più volte per via del numeroso pubblico e ci siamo sentiti aiutati, compresi, sostenuti e quasi abbracciati dalla gente».
E forse è proprio dietro le quinte che si percepisce il senso più autentico di questa rappresentazione. Un mondo vero, fatto di persone comuni che per una sera diventano personaggi della storia delle storie.
C’era Filippo Giardina, un Gesù meraviglioso e imponente, volontario della Croce Rossa nella vita quotidiana. Attorno a lui un mosaico umano sorprendente: tra apostoli, soldati e sacerdoti si incontravano insegnanti e studenti, artigiani e avvocati, braccianti agricoli ed elettricisti. Padri con i figli, mariti e mogli, nonni e nipoti.
Persino le storie personali si intrecciavano con la scena: Maria Addolorata nella vita reale è la moglie di chi interpreta Anna, il sommo sacerdote.
Chi aveva cospirato, chi aveva tradito, chi aveva pianto si è abbracciato dietro le quinte con chi aveva pianto. I membri del Sinedrio, che hanno dimostrato il loro più crudele e feroce volto, lontani dalla folla si sono stretti in un commovente abbraccio con apostoli e pie donne.
E poi Giuda, interpretato dallo stesso Salvatore Riggi, intenso e disperato, autentico nel suo tormento. Un’interpretazione che ha dato corpo alla fragilità umana del tradimento.
Ma accanto ai protagonisti anche i ruoli più piccoli sono stati vissuti con grande partecipazione emotiva, quasi come una preghiera.
Così si è conclusa la prima serata delle sacre rappresentazioni. La seconda parte, prevista per oggi Martedì Santo, non si svolgerà durante la Settimana Santa: è stata rinviata a venerdì 17 aprile, per consentire lo svolgimento delle manifestazioni in sicurezza e lontano dalla pioggia.
Al di là delle date e delle location, resta una verità: la tradizione delle sacre rappresentazioni a Caltanissetta ha radici profonde. Molti la collocato a partire dagli anni Settanta, ma in realtà affonda ancora più indietro, nelle esperienze legate al Salesiano Don Scuderi negli anni 50 e, prima ancora, nelle rappresentazioni ottocentesche presso la chiesa di San Domenico.
Oggi l’associazione Atepa continua a custodire questa memoria con passione e misura, dimostrando che, a Caltanissetta, la fede non è soltanto memoria del passato: è un racconto che ogni anno torna a vivere, tra le strade, nelle chiese e soprattutto nei volti della sua gente.

