Proprio perché siamo consapevoli che dopo la morte non c’è nulla, anche se non lo ammettiamo a noi stessi, desideriamo vivere attimo per attimo, giorno dopo giorno, notte dopo notte, esseri viventi per sempre, provando il desiderio che la vita non finisca mai. Ma la vita finisce per tutti e dovrebbe essere naturale e scontato viverla con passione e con pienezza sapendo che non è per sempre.
Sin da bambino ho cercato Dio. Prima lo cercavo per ricevere da Lui un conforto benevolo, una protezione, una garanzia, una raccomandazione per la vita e per la salute. Poi mi sono ammalato più volte e ho avuto diversi problemi. Dio non c’era! Lo cercavo disperatamente e invano: non rispondeva. Ero rimasto solo ed era finita la mia illusione in un Dio padre che mi potesse accogliere e custodire tra le sue braccia.
Era l’infanzia della fede, una fede da bambino. Ero giovane e guardavo al futuro con il desiderio dell’eternità. Mi ponevo delle domande sensate. Oggi non vedo più il passato e non so cosa mi aspetto per il futuro. Mi sento imperfettamente ignorante. Non so più nulla.
E nel vuoto che si è creato non riesco a pensare. Che senso ha la vita e che senso ha il vivere? A Dio e alla sacra famiglia non penso più. Tutto è evaporato, tutto si è fatto liquido. E nella mia cercata e trovata solitudine mi chiedo: perché sono nato, perché sto vivendo e perché dovrò morire? Nessuna risposta. Dio tace. E in questo immenso silenzio colgo tutta la mia fragile umanità di interrogante senza alcuna risposta.
Mi taccio. Poi guardo la bellezza della vita, tutto ciò che mi circonda, lo sguardo meraviglioso dei miei ragazzi, il sorriso di chi mi sta vicino e mi dico: forse Dio è qui, è il Dio vivente, il Dio che non vuole essere pregato, il Dio umano, come uno di noi, il Dio che ama e perdona.
Un Dio umano che mi fa sentire vivo, che mi fa respirare il giorno e la notte, che mi fa amare, che mi fa vivere. Questo è il mio Dio: il mistero della fede che sento dentro di me: un sentimento d’amore per la vita. Non altro.
Grazie perché! Come si fa con i genitori ai quali si è grati per la vita che ti hanno donato. Una profonda gratitudine d’amore e di riconoscenza per il padre e per la madre che ti hanno messo al mondo. La gratitudine che riempie di senso la vita.
E non fai più domande perché non ci sono più, sono andati via per sempre. Guardi l’album delle fotografie, vai al cimitero, cerchi nei luoghi famigliari e non trovi nulla. La loro assenza diventa la tua rassegnazione. Hai dato voce al nulla che diventerai, più delle sciocchezze e delle amenità del mondo che vedi tutti i santi giorni. Una follia d’amore che ti ha tradito e che ti ha lasciato solo. Una sincera doglianza d’amore perduto e non ritrovato.
Fragile e transeunte è la vita, con la sua indubbia fallace caducità, contingenza assoluta e relativa che si disperde nell’universo, nel creato illusorio, sogno ingannevole di mille sogni. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” (Rien ne se perd, rien ne se crée, tout se transforme). Importa forse sapere del Bing Bang? Importa forse sapere se Dio esiste?
E il male degli uomini, come il loro bene, che ci attraversa e ci segna per la vita? Siamo forse energia fluttuante nel cosmo, materia che si trasforma senza pensiero e senza una coscienza? E ci rimane il desiderio d’amore, la domanda iniziale del neonato che cerca lo sguardo affettuoso dei genitori. L’amore che ci costituisce e ci alimenta sin dalla nascita. L’amore sincero che ci fa baciare e abbracciare i nostri simili, gesti sensati dell’umana presenza.
Forse perché, come diceva il grande filosofo ebreo Emmanuel Lévinas: “Ho scorto Dio nello sguardo dell’Altro”. C’è traccia dell’infinito assoluto nella presenza dell’Altro umano.
Tonino Calà


