di Rosa Venuto
“Dammi una ragione per restare qui
E io tornerò indietro
Dammi una ragione per restare qui
E io tornerò indietro”
“Give Me One Reason” di Tracy Chapman.
Un cuore che batteva forte,
un’anima che volava alta,
una vita che si è spenta troppo presto,
lasciando un vuoto incolmabile.
Annarita, la maratoneta di Gioiosa Marea,
il tuo nome è inciso nella storia,
un esempio di forza e di coraggio,
un grande insegnamento per tutti noi.
Il tuo sorriso pieno di fascino,
il tuo sguardo luminoso,
la tua passione per la corsa,
ci hanno lasciato un ricordo indelebile,
un’eredità che non si spegnerà mai.
I tuoi bambini, i tuoi cari,
i tuoi amici, la tua città,
tutti ti ricordano con amore,
e ti ringraziano per tutto ciò che di bello
e sorprendente hai fatto con grande amore.
Il tuo coraggio, la tua determinazione,
hanno ispirato molti,
e il tuo nome sarà sempre associato
alla lotta contro un male aggressivo
che ti ha strappato via prematuramente,
come un fiore.
Come diceva Tracy Chapman,
“Give me one reason to stay here
And I’ll turn right back around
Give me one reason to stay here
And I’ll turn right back around”
Annarita, tu hai avuto mille ragioni
per continuare a lottare,
e noi ti ringraziamo per averci mostrato
la forza e la bellezza della vita.
_Riposa in pace, dolcissima collega Annarita_”
“In Memoria di Annarita Sidoti — Rosa Venuto di Acquedolci
L’elegia qui si struttura come un inno civile, una laudatio funebris che attinge al registro dell’epica quotidiana. L’inserzione del refrain di Tracy Chapman — operazione intertestuale non ornamentale, ma assunta come chiave musicale dell’assenza — apre la poesia all’eco del mondo, trasformando il destino di Annarita in figura universale della resistenza alla fragilità.
L’autrice compone una tessitura affettiva in cui il corpo atletico, la tenacia e la luminosità della maratoneta diventano metafore di un’etica intera. La poesia assume così la forma di una liturgia laica, dove la santità non è data, ma rivelata dagli affetti, dal ricordo, dal martirio silenzioso della malattia.
La chiusura — semplice, quasi sussurrata — porta con sé una pacatezza sacrale che non rinuncia alla ferita: un requiem che non smette di correre”
(Commento del poeta Ben Tartamo, pubblicato sul sito poetico online “Poetare.it”).



