Emma e le Varicedde, lu Zannu, lu figghiu e lu niputi

Francesco Daniele Miceli
7 Min Leggere

Ci sono storie che spesso si raccontano per strada: è difficile trovarle sui libri. La storia della famiglia Emma di San Cataldo appartiene a questa dimensione: una storia che attraversa generazioni e si intreccia profondamente con la tradizione delle varicedde, protagoniste della Settimana Santa nissena.

Quando, intorno agli anni Venti del Novecento, la processione delle varicedde riprese vigore — dopo che già alla fine dell’Ottocento, attorno al 1880, se ne intravedevano le prime tracce — la città si trovò davanti a una necessità concreta e insieme simbolica: dare forma a quelle piccole scene sacre destinate a essere portate in processione. Allora, quasi naturalmente, lo sguardo si rivolse a chi quell’arte la conosceva davvero, a chi ne aveva appreso i segreti alla scuola di uno dei suoi più grandi interpreti.

Si rivolsero proprio a u Zannu di San Cataldo, un allievo del professor Francesco Biangardi, autore delle monumentali vare del Giovedì Santo. Quel legame non era solo tecnico, ma ideale: una continuità viva tra maestro e discepolo, tra Caltanissetta e la vicina San Cataldo. Fu così che Giuseppe Emma, detto “Peppinu u Zannu”, entrò nella storia di questa tradizione. Garzone, allievo, poi maestro egli stesso, fu tra coloro che diedero forma alle prime varicedde della nuova stagione, quelle affidate ai giovani, ai garzoni, agli studenti, ai ragazzi che le portavano in processione come espressione appartenenza.

Giuseppe Emma, nato a San Cataldo il 3 gennaio 1878, conosciuto da tutti come “Peppinu u Zannu”. La sua era una storia di fatica e determinazione: rimasto senza madre in tenera età, fu costretto a lavorare da bambino come carusu nelle miniere di zolfo del bacino nisseno. Eppure, già giovanissimo, mostrò un’inclinazione naturale per il modellare la creta. A dodici anni, contro il parere del padre e della matrigna, lasciò la miniera per intraprendere la strada artistica, entrando nel laboratorio del professor Biangardi presso l’istituto Umberto I di Caltanissetta. Lì apprese le tecniche della cartapesta e della tela olona, maturando un linguaggio che avrebbe poi portato con sé per tutta la vita.

Dopo un periodo a Palermo, nel convento dei cappuccini, dove affinò ulteriormente la propria creatività, fece ritorno a San Cataldo e aprì una piccola bottega. Nel 1905 si sposò con Lucia Lo Manto e, nonostante le ristrettezze economiche, costruì attorno a sé una realtà artigiana viva, frequentata da amici e conoscenti. Uomo modesto e disponibile, divenne un punto di riferimento non solo come artista, ma anche come presenza umana. In paese era conosciuto soprattutto per i suoi pastori del presepe, raffiguranti i mestieri del tempo, che vendeva insieme alla moglie durante il periodo natalizio. E a Caltanissetta, il suo nome, è ricordato per le Varicedde.

Tre di queste varicedde – Cireneo, Crocifisso e Pietà – portano la data del 1924, ma è verosimile che molte altre siano uscite dalle sue mani in quel periodo. Tra quelle che ancora oggi vanno in processione si ricordano, ad esempio, La cattura e La prima caduta degli anni 30, la Flagellazione degli anni 40, e più tardi la Condanna, datata 1950, che con ogni probabilità fu il frutto di un lavoro condiviso tra padre e figlio.

Accanto a Giuseppe Emma senior cresce infatti il figlio, Giuseppe Emma junior, che prosegue e rinnova il mestiere, portando avanti la tradizione familiare e ampliandone il respiro. Con lui la produzione continua, si evolve, si arricchisce di nuove competenze, ma resta sempre radicata in quella stessa matrice originaria fatta di devozione, manualità e senso della comunità. A lui si deve Gesù incontra la Madre del 1987.

E poi vengono i figli di Giuseppe junior, i fratelli Emma, terza generazione di scultori, con Gesù inchiodato sulla croce del 1995. Con loro la tradizione non si interrompe, ma si prolunga ancora, dimostrando come quella bottega, nel corso dei decenni, sia rimasta un luogo vivo, capace di attraversare il tempo senza perdere la propria identità.

In circa settant’anni, dal nonno ai nipoti, la famiglia Emma ha messo mano alle Varicedde di Caltanissetta, contribuendo alla loro costruzione, ricostruzione e sostituzione. Ma quante siano state, in totale, le varicedde realizzate, è difficile dirlo. La loro storia è fatta anche di assenze, di cambiamenti, di oggetti che scompaiono e riemergono. Alcune sono ancora oggi portate in processione; altre sono state sostituite nel corso del tempo; altre ancora forse giacciono dimenticate in qualche cantina o sono partite verso altri luoghi.

Non bisogna dimenticare che spesso le famiglie che portavano le varicedde in processioni attraversavano periodi difficili, o emigravano, o non riuscivano più a sostenere l’impegno. E allora quella scena non poteva restare vacante: qualcun altro interveniva, commissionando una nuova varicedda, perché nessun momento della Passione venisse meno nella processione. È anche per questo che nel corso dei decenni si sono stratificate opere diverse, realizzate da più mani, tra cui quelle di altri scultori come Salvatore Capizzi, attivo tra gli anni Trenta e Cinquanta.

Oggi, grazie a studi recenti, alcune varicedde ritenute perdute sono state ritrovate, restituendo nuovi tasselli a questa storia complessa e affascinante. Ma resta la consapevolezza che molte altre potrebbero essere ancora nascoste, in attesa di essere riconosciute.

Ed è suggestivo pensare che, negli anni Venti, le varicedde potessero essere sidici comu i vari ranni, e che sicuramente gran parte di esse fosse uscita proprio dalle mani di “lu Zannu”. Un discepolo che seppe trasformare l’insegnamento ricevuto in una tradizione condivisa, unendo due città e lasciando un segno profondo nella memoria collettiva.

E nelle processioni di oggi, tra le luci e il silenzio, quella storia continua ancora a camminare.

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