I tasselli della Settimana Santa di Caltanissetta si vanno completando passo dopo passo, mattone dopo mattone. Ogni nuova ricerca, ogni documento recuperato, contribuisce a dare profondità storica e artistica a un patrimonio che non è soltanto religioso, ma identitario. In questo percorso di riscoperta si inserisce un volume uscito da pochi mesi, Vincenzo Genovese da Palermo. Scolpì e colorì, pubblicato dalla Lussografica e firmato da Michele Cutaia e Arcangelo Vullo. Un libro che ha il merito di restituire volto e spessore a uno scultore ottocentesco siciliano a lungo rimasto ai margini della storiografia artistica, ma profondamente legato alla Settimana Santa.
Per Caltanissetta il nome di Vincenzo Genovese è indissolubilmente legato al Gesù Nazareno, protagonista della Domenica delle Palme. È certo che il simulacro uscì in processione nel 1870, ma resta ignoto l’anno esatto della sua realizzazione. Ed è proprio questo margine di incertezza ad aprire scenari di grande interesse storico. Il Gesù che oggi conosciamo come Nazareno, potrebbe infatti essere stato concepito prima della codificazione ottocentesca delle vare così come oggi le conosciamo. I Biangardi iniziarono a costruire le grandi macchine processionali soltanto nel 1882 e non si può escludere che il simulacro fosse stato destinato originariamente ad altre vare del Giovedì Santo o addirittura a scene della Passione fisse e non processionali, come quelle che le congregazioni allestivano nei venerdì di Quaresima.
Qualunque sia stata la sua origine, una cosa appare chiara: Vincenzo Genovese appartiene a pieno titolo al novero degli scultori legati alla Settimana Santa. Il Gesù Nazareno di Caltanissetta è un perfetto esempio di statua impagliata, una tipologia diffusissima tra Sette e Ottocento, concepita per essere vestita. Testa, mani e piedi sono in legno scolpito, mentre il corpo è realizzato in paglia e materiali poveri. Una tecnica che richiedeva grande abilità e che faceva risparmiare anche soldi ai committenti.
Genovese non era un semplice artigiano del sacro. Il libro di Cutaia e Vullo restituisce l’immagine di un artista consapevole, dotato di una bottega strutturata, abituato a lavorare con bozzetti, modelli preparatori e prove in terracotta e legno. Molti di questi materiali andarono perduti o danneggiati nel corso del Novecento, anche a causa dei bombardamenti, ma ciò che è sopravvissuto testimonia una mano sicura e una sensibilità narrativa che va ben oltre la mera ripetizione di modelli devozionali.
Il legame tra Vincenzo Genovese e il territorio nisseno, del resto, non si esaurisce nel Gesù Nazareno. A Caltanissetta e in diversi centri della provincia, come Montedoro, Sommatino, Delia, Villalba, si conservano opere attribuite con certezza allo scultore: simulacri di Addolorata (come quello nella chiesa di San Giuseppe), statue mariane, santi, spesso realizzati con la stessa tecnica mista di legno scolpito e corpo impagliato, talvolta firmati e datati. È il caso, ad esempio, del Cuore di Maria di Mussomeli, che reca l’iscrizione “Vincenzo Genovese fece 1856”, una delle rare firme superstiti che permettono di ancorare cronologicamente la sua attività.
La diffusione delle sue opere in provincia di Caltanissetta dimostra come Genovese fosse uno scultore richiesto e apprezzato, capace di rispondere alle esigenze delle committenze ecclesiastiche ma anche di lasciare un segno riconoscibile, soprattutto nella resa dei volti e nella forza espressiva degli sguardi. La Settimana Santa, in questo contesto, non appare più soltanto come un evento rituale, ma come il punto di incontro tra devozione popolare, arte e storia.
Riscoprire Vincenzo Genovese da Palermo significa dunque restituire dignità artistica a opere spesso considerate soltanto oggetti di culto, comprendere meglio la genesi dei simulacri processionali e rimettere al centro figure di scultori che hanno costruito, con il loro lavoro, l’immaginario della Settimana Santa così come lo conosciamo oggi.


