Il Consiglio comunale, il caso Mancuso-Tricoli e il gioco delle parti

fiorellafalci
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Un film già visto al Consiglio comunale. Prevedibile, scontato. L’opposizione chiede le dimissioni del Sindaco Tesauro dopo il caso Mancuso-Tricoli, arrestati per corruzione, genitori politici di Tesauro, fautori della sua elezione a Sindaco e a Presidente della Provincia e tutori del suo primo anno di amministrazione, onnipresenti, invadenti nell’esibizione del controllo quanto scadenti nel contributo progettuale all’amministrazione del territorio.

Scontata la difesa della maggioranza, sottotono e quasi d’ufficio quella dei gruppi consiliari, affidata ad un unico intervento dell’avv. Di Carlo, tenorile e muscolare quella del braccio destro assessore Del Popolo, unico erede, finora, della tradizione della prima Repubblica, nelle sue espressioni da combattimento istituzionale.

Scontata l’assenza dei gruppi border-line: i centristi del centro-destra e gli “entranti” che dopo quasi un anno non sono ancora riusciti ad entrare in maggioranza, dopo aver pagato anticipatamente il biglietto con le elezioni provinciali. Ma si sa, chi paga prima…

A questo dibattito è mancato il respiro di una lettura politica di prospettiva. Non soltanto la giusta rilevanza del troppo stretto coinvolgimento degli arrestati nelle dinamiche dell’amministrazione, che avrebbe meritato una presa di distanza almeno formale da parte di chi governa la città, che non c’è stata, nemmeno in versione light. Errore di grammatica istituzionale che lascia scoperto il fianco alle polemiche, scontate. Segno di arroganza se ignorate o respinte al mittente senza entrare nel merito.

È mancata l’indicazione di una prospettiva che non fosse soltanto elettorale, dai confini peraltro ancora tutti da definire. Una prospettiva politica per le emergenze della città che avesse l’energia di superare il livello giudiziario della polemica (sempre perdente in sede politica) per prospettare percorsi progettuali capaci di chiarire quali sono le discriminanti rispetto a metodi e contenuti del governo locale che rendano leggibili le alternative, che non possono non essere tali, e che avrebbero dovuto chiarire il senso della necessità di una fase nuova, totalmente nuova e nettamente discontinua, nell’amministrazione della città. Ma sulla base dei contenuti. Con esempi concreti.

In conclusione un intervento del Sindaco, rincuorato soltanto dalla difesa gladiatoria del suo assessore, che è rimasto ancorato ad una lettura riduttivamente giudiziaria delle responsabilità personali di chi è inquisito, come se i motivi per cui ci sono inquisiti e arrestati non fossero direttamente collegati a percorsi di soldi e di atti che passano necessariamente dentro le stanze del palazzo. Patetica la excusatio del Sindaco che ha scaricato sui funzionari le scelte sugli atti amministrativi: “Chiedete a tutti gli impiegati comunali se mai abbiamo fatto pressioni”… come se decine e decine di affidamenti diretti su quasi tutti gli eventi in un anno e mezzo di amministrazione potessero essere attribuiti alla discrezionalità dei funzionari piuttosto che ad un sistema e a un meccanismo che più volte il nostro giornale ha segnalato, e in tempi non sospetti. La legalità formale delle procedure non è sempre giustizia.

Mediocrità, inadeguatezza, qualche punta di umorismo involontario: lo specchio dell’istituzione che rappresenta la sovranità popolare in uno dei momenti più complicati e drammatici della storia politica recente non ha restituito un’immagine rassicurante, in cui i cittadini possano sentirsi rappresentati, al di là del gioco dei ruoli e delle autodifese di entrambe le parti, scontato anch’esso.

Il voto finale, iscritto nella composizione stessa dei gruppi consiliari: 7 per le dimissioni contro 14 per respingerle (compreso il voto del presidente Bruzzaniti che questa volta non si è astenuto). Esito scontato, se l’obiettivo era soltanto il voto in aula, o l’illustrazione in diretta streaming delle proprie ragioni.

La politica ha bisogno di intrecciare i propri pensieri e le proprie parole con la vita quotidiana delle persone che deve rappresentare, ma con la capacità di indicare le strade per uscire dalle crisi, per risolvere i problemi. Non basta saperli descrivere e analizzare, questo può essere il compito della sociologia. La politica deve governare, sollevarsi dall’esistente, uscire dalla palude e bonificarla se necessario.

Altrimenti non serve a nulla e alla gente non rimangono che i faccendieri, da corrompere o da cui farsi corrompere

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