di Giuseppe Vallone
Nel cuore delle Madonie, in un angolo appartato e suggestivo del territorio di Petralia Sottana, sorge il Santuario del Santissimo Crocifisso di Castel Belìci, custode di una delle devozioni più intense e radicate della Sicilia interna. Il sito si colloca anche in un’area di confine tra i territori di Marianopoli e Villalba, rafforzando il suo ruolo di punto di riferimento spirituale per diverse comunità. Qui, tra rocce, silenzi e vento, si conserva un Crocifisso ligneo a grandezza naturale che da secoli richiama pellegrini e devoti.
La tradizione popolare affonda le sue radici in un racconto semplice e potente. Si narra di un pastore, Vanni Calabrisi, che trovò lungo il corso di un fiume un pezzo di legno dalla forma singolare. Portatolo nella sua grotta, tentò di ricavarne un Crocifisso. L’opera, tuttavia, sembrava incompleta: il volto non riusciva a prendere forma. Ma al risveglio, secondo la leggenda, il pastore trovò la scultura perfettamente compiuta, come se una mano invisibile l’avesse portata a termine durante la notte.
Al di là del racconto, le fonti storiche restituiscono una figura ben precisa: quel pastore sarebbe in realtà Giovanni Calabrese, frate francescano e scultore appartenente alla scuola di Umile da Petralia. Un artista capace di infondere nelle sue opere una forza espressiva rara, fatta di dolore, umanità e profonda spiritualità. A lui si attribuisce la realizzazione del Crocifisso, successivamente donato nel 1638 a Maria Ferrandina Alvarez, duchessa del feudo di Castel Belìci.
Fu nel 1645, nel giorno dedicato alla Santa Croce, il 3 maggio, che l’opera venne esposta per la prima volta alla venerazione dei fedeli. Da allora, quella data è rimasta impressa nella memoria collettiva, segnando l’appuntamento annuale con una festa che unisce liturgia, tradizione e identità.
Il culto si sviluppa nel pieno del XVII secolo e si intreccia con un’antica pratica religiosa oggi quasi dimenticata: le rogazioni. Queste celebrazioni, attestate già nei primi secoli del cristianesimo e diffuse in tutta Europa a partire dal V secolo, erano preghiere pubbliche e processioni penitenziali attraverso campagne e villaggi, con cui si chiedeva la protezione divina sui raccolti e si invocava la liberazione da calamità naturali. Anche a Castel Belìci, il senso originario è rimasto: la benedizione dei campi, ancora oggi, rappresenta uno dei momenti più intensi della festa, segno di una fede profondamente legata alla terra e ai suoi ritmi.
Il pellegrinaggio, invece, assume un valore che va oltre il semplice spostamento fisico. È un cammino interiore, un gesto antico che affonda le sue radici nei primi secoli della cristianità, quando i fedeli si mettevano in viaggio verso luoghi santi per chiedere grazia, espiare colpe o sciogliere voti. Nel caso del Crocifisso di Bilìci, questa pratica si consolida proprio a partire dal Seicento, in concomitanza con la diffusione del culto. Da allora, generazioni di uomini e donne hanno percorso gli stessi sentieri, trasformando il tragitto in un rito collettivo.
Dai centri vicini, in particolare da Marianopoli, gruppi di fedeli si mettono in cammino a piedi, spesso nelle prime ore del giorno o nella notte. Il pellegrinaggio conserva ancora oggi i suoi tratti essenziali: la fatica del percorso, il silenzio, i canti, la condivisione. Non è solo devozione, ma anche memoria viva, passata di generazione in generazione.
Lungo il tragitto, una tappa significativa è rappresentata da una croce posta su un’altura, ai piedi della statua del Redentore. Qui, i pellegrini lasciano nastrini rossi, piccoli segni materiali di una fede concreta: promesse, richieste, ringraziamenti affidati al “Signuri di Bilìci”, ritenuto da molti miracoloso.
Il santuario, situato a quasi cinquecento metri di altitudine, apre le sue porte al culto ogni anno il 25 aprile, dando inizio a un tempo liturgico e popolare che culmina nella solenne celebrazione del 3 maggio. In quel giorno, il Crocifisso viene portato a spalla attorno al santuario e fino alla statua del Cristo Redentore, in una processione che conserva intatta la sua intensità e il suo significato originario: invocare protezione, benedire la terra, rinnovare la fede.
Tra storia documentata e memoria tramandata, il Crocifisso di Castel Belìci continua a essere un punto di riferimento spirituale per queste terre. Non solo opera d’arte o oggetto di culto, ma simbolo vivo di una religiosità che resiste al tempo, custodita nei passi lenti dei pellegrini e nel respiro antico delle montagne.
Giuseppe Vallone

