Il dolore degli altri

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di Tina Duminuco

Il dolore ci attraversa.

Lo sentiamo sulla pelle, nelle ossa, nel cuore, quando ci tocca veramente. Quando è tuo lo racconti a tutti per essere consolato, perché gli altri si prendano cura di te…Ma il dolore degli altri ci tocca veramente? Quando le persone ci raccontano i loro dolori li ascoltiamo veramente?

Se siamo pazienti facciamo una faccia di circostanza, abbassiamo la testa con aria contrita per qualche minuto…e poi cominciamo a parlare dei nostri problemi.

Empatia. Sentire con i tuoi sensi e con il tuo cuore il dolore ma anche la gioia del tuo prossimo. Lo dice San Paolo di piangere con chi piange e ridere con chi ride. Ma quanto ci costa!

Certo è più facile avere cura del prossimo che ci vive accanto, se questo riesce a infrangere la corazza costruita dal nostro ego…ma il prossimo un po’ più distante ci commuove appena.

Il dolore degli altri è una valanga che ci cade addosso con le notizie quotidiane. Le parole e le immagini, che siano foto o video in diretta, si versano sulle nostre tavole mentre mangiamo:

Tra le foglie d’insalata la notizia di una famiglia sterminata, nel piatto di spaghetti si insinua l’orribile scena di un massacro in una scuola. Al dessert un palazzo ch’è saltato in aria, al caffè 80 profughi su un barcone sono annegati e… ancora, e ancora dolore e morte…

Forse è meglio prendere una camomilla!

Tutto questo si insinua come un veleno sottile e ci provoca paura e angoscia.  Forse anche per il timore che possa accadere a noi e sconvolgere la nostra vita tranquilla.

Che possiamo fare? Partecipare ad una raccolta benefica, dire una preghiera… e poi spegnere la TV per non vedere i professionisti che sul dolore vivono, sulla lacrima fanno spettacoli (a volte cinici e volgari) con noncuranza colpevole.

Chiudere gli occhi per sopravvivere, se non possiamo fare nient’altro.

Questa guerra tra Russia e Ucraina che continua ormai da anni ci coinvolge di più perché la sentiamo più vicina delle altre cosiddette piccole guerre, da noi più lontane, che vanno avanti nel silenzio generale. Il conflitto tra Israele e Palestina ci logora la coscienza. Ma anche se ne seguiamo lo sviluppo attraverso i media non riusciamo a capire, nella Babele delle parole, quali siano le vere ragioni che le hanno provocate e se ci siano veramente ragioni ideologiche, oltre a quelle del mercato delle armi, del mercato dell’energia, del mercato del cibo… del mercato… del mercato…

L’unico sentimento rimasto è un terribile senso di impotenza e una tristezza infinita.

Ripensiamo al passato, agli artisti che hanno gridato con le loro opere il loro dissenso, uno per tutti Picasso con la sua monumentale opera intitolata Guernica, il suo scandalo davanti alla distruzione di una città basca rappresentato con il suo stile inconfondibile e duro.

Il bianco e il nero, le linee spezzate, i triangoli spigolosi e pungenti. Forme sgradevoli che lacerano lo sguardo, bocche aperte in urli silenziosi. Una lampada esplode con fragore al centro della scena. Come ad Hiroshima i corpi si dilatano, si frantumano, si deformano. Una fiamma brucia, una spada si spezza in mano a chi tentava una inutile difesa. Un fiore timido impallidisce e muore.

Un lume tenta di illuminare la notte oscura entrando da una finestra che rimarrà aperta come un occhio cieco. Una madre urla il suo dolore stringendo il figlio morto tra la braccia. C’è rabbia e dolore ci sono parole di carta che si consumano sui giornali.

Nulla può essere gradevole ed armonioso, nessun accordo cromatico può compiacere lo sguardo se il soggetto che rappresenti è la guerra, quella vera…non la guerra degli eroi mitici della pittura di David che combattevano nudi, con elmi luccicanti e corpi atletici, non la guerra retorica e gloriosa esposta per compiacere i ricchi committenti. Non Napoleoni a cavallo che attraversano le Alpi con sguardo fiero raccontando bugie…ma cavalli squarciati e lacerati che urlano di dolore.

La bellezza scompare davanti alla violenza cieca. Cosa rimane di gradevole su un campo di battaglia quando passa il nemico? Cosa rimane sotto le macerie di una città bombardata?

Ma poi perché una città inerme è bombardata? Cosa può giustificare il massacro di uomini, donne e bambini indifesi? Queste domande tornano ancora oggi in questa società civilizzata che da un lato costruisce e dall’altro lato distrugge quello che ha appena costruito. Anzi la civiltà tecnologica migliora ed affina i mezzi per distruggere in modo sempre più efficiente. Oggi i giovani “soldati” stando davanti ad uno schermo muovono un drone, che uccide veramente, come se fosse il video gioco a cui si sono esercitati da bambini.  

Ma … “Ti riconosco uomo del mio tempo,

sei ancora quello della pietra e della clava…

diceva Quasimodo!

A cosa è servita “Guernica”? E tutte le opere di artisti che hanno vissuto e raccontato la guerra con occhi lucidi e disincantati? Restano esposte nei musei con le loro emozioni imbalsamate e ormai lontane. Oggi li vediamo in diretta quei corpi straziati e non sappiamo se sono finti o veri… Ma quello che è peggio e che ci basta spegnere con il telecomando e tutto questo non ci riguarda più. Tanti scrittori, poeti, fotografi e musicisti hanno vissuto e raccontato la guerra perché non tornasse a sporcare la vita degli uomini…A cosa è servito?

L’arte può ancora scuotere le coscienze? Gli uomini di buona volontà sono ancora in grado di lottare pacificamente contro i giganti del potere solo con la forza del pensiero?

Che lunga fila di pensatori, di giusti, di martiri in tutta la storia dell’umanità è stata travolta e macinata dalla macchina del potere insieme a Gesù Cristo!

È comunque una scia luminosa che attraversa i secoli per dirci che nonostante l’apparente sconfitta il bene germina e rinasce sempre. Tra le pietre, tra le spine, trova una zolla fertile e rinasce. Un piccolo seme si insinua spinge le sue radici e diventa un albero che produce frutti e nuovi semi che il vento porterà in giro.

Dobbiamo incanalare la rabbia e uscire dall’inerzia che ci paralizza, perché in realtà nei momenti peggiori della storia, quando gli uomini sembrano impazzire e ripetere i grandi disastri del passato, quando i valori e gli ideali sembrano essere sepolti sotto il muro dell’egoismo e dell’indifferenza, allora riemerge quello che di positivo c’è nel cuore dell’umanità. Il coraggio di mostrare che non c’è solo il male ma esiste anche il bene. Il bene esiste in tutte le latitudini ma non fa rumore, in tutte le epoche c’è sempre stato chi distrugge e chi costruisce, chi ferisce e chi cura, chi odia e chi ama.

      Non lasciamo che la valanga del male quotidiano seppellisca la nostra fiducia nel bene, lo dobbiamo ai nostri figli e nipoti. Non lasciamoli soli davanti a questi schermi luminosi e accattivanti che distribuiscono solo violenza e falsa gioia, intervallati da…” Piccolo spazio pubblicità”

 Ci si può ribellare e dimostrare pacificamente che c’è un modo diverso per risolvere i conflitti, rinunziando anche al proprio tornaconto, ricominciare ogni giorno dopo le sconfitte a lottare per migliorare, nel proprio piccolo, costruendo relazioni positive.

Ci credo ancora…Ci voglio credere!

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