Intervista (Impossibile) a Giordano Bruno

Lillo Ariosto
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Un mattino. In febbraio. A Roma. In Campo de’ Fiori.

A Roma in febbraio. Ci troviamo a Piazza del Paradiso, appena usciti da una trattoria dal menù tipico della campagna romana, dove abbiamo prenotato per pranzo. Siamo a pochi passi da Campo de’ Fiori dove regna la statua di un domenicano, proclamato eretico dal Sant’Uffizio e dato al rogo oltre quattro secoli addietro. Il su corpo è andato perduto ma il suo spirito ha pervaso le menti e le anime dei liberi pensatori sino ai nostri giorni.

Ci fermiamo sotto il monumento a lui dedicato che lo ritrae con un’espressione rigorosa e lo sguardo diretto contro il Regno di oltre Tevere che – al tempo – emanò la sua condanna per mano del Tribunale della Santa Inquisizione. Per noi, a nostro modo credenti ma statualmente laici, rappresenta un potente simbolo di libertà di pensiero e di ribellione contro ogni dogma.

Due di questi hanno attraversato la nostra vita. Uno religioso lo abbiamo incontrato per fede, l’altro “politico” lo abbiamo incrociato negli ultimi anni di liceo, il celebre “centralismo democratico”. Quest’ultimo lo abbiamo abbandonato da tempo, anticipando di mezzo secolo i suoi più accaniti sostenitori, per abbracciare l’illusione di un vero “labour party-socialista” mai nato e forse impossibile da far nascere fra le faziose sponde italiche.

L’ateismo politico oggi guida la nostra vita e questo ci facilità nel nostro incontro con colui che abbiamo al tempo studiato in ossequio al programma di filosofia che lo voleva unito a Telesio e Campanella. Giordano Bruno ci accompagna, sotto una pioggerellina fine, attorno ai bordi del luogo dove nella Roma papalina del Seicento avvenivano le esecuzioni capitali, per raggiungere la libreria che porta il nome di un celebre film di Francois Truffaut, dove i libri – veicolo di pensiero – erano proibiti e venivano bruciati sotto lo sguardo di un apposito corpo di polizia. Attorno al grande tavolo che espone, chissà ancora per quanto, testi di letteratura, filosofia e narrativa varia, iniziamo la nostra (impossibile) conversazione con l’eretico domenicano.

Maestro siete andato al rogo il 17 febbraio del 1600. Dall’inizio della inchiesta che vi vide accusato di eresia alla esecuzione della pena passarono otto lunghi anni. In questo lasso di tempo nessun dubbio ha mai attraversato la vostra mente? Avete mai pensato di abiurare?

– Abiurare? Per chi? Per cosa? Ci hanno accusato di essere eretici. Di andare contro Dio. Ma non era vero. Anzi il contrario. La nostra era una visione panteistica della natura, intesa come uniformità e unità. Abbiamo sostenuto che la natura non è altro che Dio. Essere trascendente, inconoscibile e principio immanente nella sua infinita capacità creatrice. Ci chiediamo ancora adesso dove stia l’eresia nella nostra esaltazione massima di Dio.

Voi siete stato sottoposto a lunghi interrogatori da parte del Tribunale del Sant’Uffizio. Come avete resistito agli stessi?

– Lei li chiama interrogatori. Si vede che la sua professione la porta ad usare un linguaggio tecnico. Un linguaggio da processo. Da processo del suo tempo. I nostri non erano interrogatori. Era prevista la tortura. La tortura della corda era la più semplice. Legati con le mani dietro la schiena ci si lasciava cadere sin quasi a toccare terra. Risultato: dolorosa lussazione delle spalle. Il panno sulla bocca su cui si versavano secchi d’acqua in gola, provocando i sintomi di annegamento. Il cavalletto, su cui si veniva stesi e tirati agli estremi, procurando stiramento e rottura dei legamenti. Bruciature delle piante dei piedi e altre atrocità… Ma questo a Roma. Dapprima, a Venezia, dopo la denuncia di Giovanni Mocenigo…..

Mi perdoni Maestro ci spieghi il suo rapporto con questo nobile veneziano. Sappiamo che fu lui ad invitarlo a Venezia per assumerlo come precettore.

– Giovanni Mocenigo mi aveva voluto a Venezia come suo precettore privato. Mocenigo era molto interessato alle mie tecniche di mnemonica. Sperava di apprendere però non solo la memoria ma pensava di imparare da me segreti magici e dottrine esoteriche. Compresi presto che il nobile veneziano scambiava le mie teorie sulla infinità dell’universo e la immanenza di Dio come teorie mistiche, lambenti la magia. Superstizione da cui ero lontano. Ritenni quindi concluso il mio rapporto con Mocenigo. Manifestai la mia volontà di tornare a Francoforte. Di contro, mi sequestrò di fatto nella sua casa, sino a giungere nel maggio del 1592 a denunciarmi al Tribunale dell’Inquisizione di Venezia, accusandomi di eresia e bestemmia.

Perché allora venne processato a Roma?

– L’Inquisizione Romana pretese il mio trasferimento a Roma, sostenendo che il caso fosse di competenza del Sant’Uffizio. La Chiesa di Roma comprese il grande pericolo che le mie teorie comportavano. Decise quindi di gestire direttamente il mio processo. Processo con una sentenza già scritta.

Ma il suo fu un processo lungo otto anni. Una sentenza già scritta avrebbe comportato un processo molto più breve.

– Il mio processo fu lungo e complesso. Figura centrale fu il cardinale Roberto Bellarmino, che formulò contro di me otto proposizioni eretiche da abiurare.

Ma i documenti riguardanti la sentenza e il suo processo furono trafugati da Napoleone e portati in Francia, dove molti sono andati perduti.

– Si ma molto è stato ricostruito. Forse a un laico come Napoleone le carte del processo interessarono perché voleva dimostrare come la Chiesa fosse contro la razionalità e il progresso. La mia teoria sugli infiniti mondi, infiniti soli, sulla possibilità della vita su altri pianeti era frutto di ragionamento e non di eresia e blasfemia.

Ma voi negavate anche la immortalità dell’anima, predicando una sua trasmigrazione. Negavate la Santa Trinità, l’incarnazione di Cristo e addirittura la presenza di Dio nella Eucaristia. Non è roba di poco conto.

– Ma tutto questo non nega Dio. Non lo riduce. Lo esalta. Dio è in tutte le cose. Dio è trascendente.

Trascendente come?

– Dio è sopra ogni cosa. Mens super omnia. Dio è dentro ogni cosa. Dio trascende il mondo ma al contempo si manifesta infinitamente come principio vitale interno alla natura. Egli è l’Uno-Tutto, l’anima del mondo, sostanza unica e infinita in cui coincidono materia e forma. 

Ma così, appare chiaro, siete andato contro il dogma della Santissima Trinità.

 E’ stato il Sant’Uffizio che per sostenere le accuse contro di me ha imbastito quella che mi è stata attribuita come eresia. Noi superiamo la distinzione delle tre “persone” divine, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, perché Dio si manifesta in ogni cosa e quindi non può che essere una Unità Assoluta e Immanente. Dio trascende l’universo in quanto ne è la causa prima, superiore e distinta rispetto alle singole cose create, agendo come una mente al di sopra di tutto. In Dio coincidono necessità e libertà, potenza e atto. Dio è ”totalmente infinito”. In ogni parte dell’Universo. Come può vedere non ho bestemmiato Dio, ne ho anzi ampliato la Potenza all’Infinito.

L’accusa che le si è rivolta è stata quella di andare contro gli insegnamenti della Chiesa.

– Ha detto bene. Contro gli insegnamenti della Chiesa. Non contro Dio. Il mio pensiero era di estremo pericolo per la Chiesa. E non per la fede. Il mio pensare metteva a rischio la Chiesa come istituzione organizzata gerarchicamente, caratterizzata da una struttura centralizzata guidata dal Papa e dalla Curia romana. Chi mi ha accusato non voleva difendere la grandiosità di Dio ma la imponenza mondana della Chiesa.

Maestro Voi avete parlato di “infinito” in un’epoca che vedeva l’universo chiuso da confini. Una concezione esistente da secoli e teorizzata addirittura da Aristotele.

– Dio si manifesta in tutto il creato che non può essere limitato solo al nostro mondo. Dio è infinito e potente, quindi non può non aver creato un mondo e un universo altrettanto infinito e pieno d’ogni forma di vita. Aristotele vedeva l’universo con gli occhi e la mente del suo tempo. Dio ci ha donato il pensiero ed esso, con gli altri pensieri di chi è stato prima di noi, si evolve per comprendere sempre di più la magnificenza di Dio. Nessun uomo e nessuna istituzione può arrestare questa facoltà, anzi questa libertà, che Dio ci ha donato.

Siete stato accusato, con l’idea estrema del panteismo che vede Dio in tutte le cose, di avere confuso il Creatore con il creato. In questa maniera siete andato contro gli insegnamenti della religione di cui la Chiesa e il suo massimo esponente, il Papa, sono custodi.

– Dio non è un sovrano seduto su un trono fuori dal mondo. Dio è immanente. Dio è in ogni cosa. E’ la vita che anima la materia. La materia non è una “bestemmia”. E’ sacra. E’ specchio della divinità. Io amo Dio infinitamente, e per questo amo la sua infinita natura. Non esiste una separazione netta. Dio è dentro la materia. Dio è dentro di noi. Il mio Dio è il Dio della natura, non il Dio dei dogmi feroci della Chiesa-Istituzione.

Ecco, siamo arrivati forse al nodo centrale della vostra disgrazia. Andare contro il dogma della Chiesa. Voi vi siete volutamente posto al di fuori della Chiesa e non avete voluto riconoscere l’autorità del Papa.

– Se la mia carne è bruciata al rogo non è stato per essere andato contro Dio. Io ho visto la sua trascendenza non esterna al mondo ma interna alla natura. La “Santa Asinità” come ebbi a definire la Chiesa, chiusa nella sua ignoranza, non voleva – nel mio tempo – vedere cosa la scienza, frutto dell’intelletto dono di Dio, iniziava a far vedere. Io andavo contro la Chiesa, così come le altre dottrine confessionali come il luteranesimo e il calvinismo, tutte basate su ignoranza e superstizione.

Ma la Chiesa, in quanto affermavate, vedeva una eccessiva esaltazione dell’uomo che in quanto creatura di Dio non può che esserne subordinato.

– Noi abbiamo sempre riconosciuto i limiti conoscitivi dell’uomo. Quello che invece abbiamo sempre rivendicato è stato il prevalere della forza dell’intelletto, ribadiamo dono di Dio, che dona all’uomo l’entusiasmo conoscitivo, capace di sostenere progressivi sforzi di comprensione del mondo. Semmai quello che la Chiesa e il Papa, in quel tempo, temevano era l’idea di progresso visto come espressione di spirito libero, slegato dalla concezione teologica tradizionale che voleva la centralità della Terra e dell’uomo nel piano della creazione divina.

Si ma così siete andato contro la religione di Roma. La vostra accusa di eresia e bestemmia era una conseguenza giuridica per la legge di quel tempo.

– Noi non siamo andati contro l’idea religiosa. I nostri contatti con gli eretici riguardavano solo questioni filosofiche, non religiose. Non c’era nulla contro la religione sostenere che l’universo fosse infinito e che esistessero infiniti mondi simili alla Terra, abitati da creature intelligenti. Erano semplici analisi filosofiche.

Negare la Trinità però non è una analisi filosofica. E’ una evidente questione religiosa.

– Noi abbiamo proposto, come teoria filosofica, una visione in cui Dio è “Anima del Mondo”, immanente nella natura – Natura est Deus in rebus – quindi diversa dalla separazione netta tra Creatore e creato, articolata in tre parti.

Ma allora perché siete stato condannato?

– Mi è stato contestato di avere letto e posseduto opere di Erasmo da Rotterdam e altri autori considerati eretici. Sono stato accusato anche di blasfemie e parole sprezzanti contro la religione cristiana e la Chiesa. Anche se in apparenza non fui processato direttamente per le mie idee scientifiche, la mia condanna avvenne perché le mie idee implicavano una visione del cosmo che smantellava la dottrina della creazione e della salvezza cristiana. E poi, mi lasci dire, quello che non solo la Chiesa temeva era, nel mio tempo, il libero pensare. Essere, come dite nei vostri giorni, “distonico”, diverso, non conforme al pensiero dominante e quindi agitatore, sovvertitore se non rivoluzionario dell’intero “establishment” come oggi voi amate dire. Un pericolo da sventare ad ogni costo.

Nel nostro tempo siete visto – da più parti – come un martire del libero pensiero, come figura ispiratrice del pensiero illuminista. Alcuni lo ritengono pure un riferimento del Risorgimento italiano.

– Il mio spirito ribelle era in difesa della libertà di pensiero che sfida i dogmi e le visioni tradizionali. Il mio non accettare i dogmi imposti, sfidando l’autorità dell’Inquisizione con audacia, convinto che il pensiero, in sé e non solo il mio, non potesse essere confinato terrorizzava la Chiesa e lo stesso Tribunale del Sant’Uffizio. Le mie parole da me pronunciate alla fine della lettura della mia condanna consacrano questo terrore in chi mi ha consegnato al rogo. “Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”.

Anche la Massoneria ha fatto di voi un’icona. Il vostro monumento è opera dello scultore massone Ettore Ferrari, che sarà in seguito Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

La Massoneria è nata in Inghilterra nel 1717, oltre un secolo dopo la mia esecuzione, converrà che non posso avere avuto nulla a che condividere con quelli che sono nel suo tempo chiamati “liberi muratori”. Ognuno è libero di ritenere e pensare quello che crede meglio per la sua parte.

Ma allora perché siete ancora oggi celebre?

– Forse a voi moderni io ma soprattutto la mia statua posta sul luogo del mio rogo rappresentiamo il simbolo della lotta per la libertà di pensiero contro l’oscurantismo dogmatico. Il vostro Giordano Bruno è visto come un martire del libero pensiero, che ha anteposto la ricerca della verità razionale ai dogmi imposti dalla fede e dall’autorità. Il luogo del rogo è forse il vessillo dell’idea che la verità non può essere imposta con la forza e che il pensiero non dovrebbe avere confini. In fondo l’idea di difesa della scienza e dell’infinito è una res laica e per questo appartenente a tutti. Il mio sguardo rivolto contro i possedimenti di Oltre Tevere rimane a monito della difesa da tutti i Giudici creati dall’uomo.

Il nostro sguardo, ascoltando quest’ultima risposta, cade su un’opera di Giordano Bruno Spaccio de la bestia trionfante. Sfogliamo qualche pagina e alcune righe ci catturano, quando Bruno scrive, riferendosi ai “grammatici” intesi come i teologi della Chiesa. “ …. mentre salutano con la pace, portano, ovunque entrano, il coltello della divisione ed il fuoco della dispersione. Un chiaro riferimento alle guerre civili e di religione imperversanti in quegli anni in Europa.

Mentre ci domandiamo se qualcosa è nei nostri giorni cambiato, ci accorgiamo di essere di nuovo soli. Il nostro sguardo, di colpo, si dirige al centro della Piazza. Giordano Bruno è di nuovo lì, sul suo monumento, con la sua figura eretta, solenne e incappucciata, che denota riflessione e fermezza. Le mani serrate sul libro a rappresentare la difesa delle proprie tesi. Le gocce di pioggia illuminate dal tiepido sole romano fanno balenare gli otto medaglioni, che adornano la base del monumento, raffiguranti altri eretici famosi, tra i quali Erasmo da Rotterdarm e Tommaso Campanella. Una scritta regna su tutto.

“A BRUNO – IL SECOLO DA LUI DIVINATO – QUI DOVE IL ROGO ARSE”. 

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