Superati – e di molto – la seconda metà dei nostri “Anni ’60”, in alcuni giorni veniamo assaliti più che dalla malinconia dalla curiosità di rivivere le nostre esperienze del passato. Alcune, senza saperlo, si sono rivelate fondamentali per il corso della nostra vita. Una di queste, avere avuto la nostra abitazione, nella preadolescenza, nello stesso edificio del nostro insegnate di scuola elementare e di avere frequentato le sue stanze, per motivi di gioco, dove era di casa il suo amico Leonardo Sciascia.
Per semplice curiosità risaliamo le scale della palazzina di via San Giovanni Bosco a Caltanissetta, sino a quel quarto piano. Naturalmente la targhetta dietro la porta reca un altro nome. Riscendiamo e per le scale, con grande stupore, incontriamo (per incanto) il grande Maestro. Ci guarda con i suoi occhi in apparenza semichiusi. La perenne sigaretta tra le dita. Un abito con giacca di colore usuale, una camicia bianca, le scarpe scure. Pare riconoscerci. Sappiamo che non può essere. Lo invitiamo, due piani sotto, nella nostra vecchia abitazione. Ci accomodiamo nel salotto buono, dove i nostri genitori ci proibivano di entrare. Offriamo un caffè, naturalmente “immaginario”. Accende un’altra sigaretta. Ci ritroviamo entrambi sul grande divano di velluto rosso con motivi floreali tanto in voga al tempo.
Iniziamo così la nostra intervista (più) “impossibile”.
– Maestro abbiamo avuto la fortuna, per noi dal 1964, di vederla a casa del nostro insegnante di scuola elementare, Stefano Vilardo, suo grande amico e con i cui figli eravamo compagni di gioco. Altre volte la notavamo nel salottino rientrato della Libreria di Salvatore Sciascia in corso Umberto.

Quali sono i suoi ricordi di Caltanissetta?
– Arrivai da Racalmuto a Caltanissetta quando avevo quattordici anni per frequentare l’Istituto Magistrale. Vi insegnava Vitaliano Brancati. Mio compagno di banco era Stefano Vilardo, l’amico di una vita. Negli anni in cui frequentai quelle aule entrai in contatto con figure per me determinanti per il corso della mia vita, come Giuseppe Granata, futuro Senatore nelle file del PCI e Luigi Monaco. Mi introdussero al pensiero critico antifascista, negli anni di massimo fulgore di quel Regime. Mi “nutrivo” di libri che prendevo in prestito dalla Biblioteca Comunale Scarabelli. Fu in quegli anni che scoprii autori come Manzoni, Diderot e Hugo, che avrebbero forgiato il mio pensiero “illuminista”.
– Come potrebbe descrivere la Caltanissetta di quegli anni?
– Vorrei riportare a un più onesto significato la definizione che in molti mi attribuiscono di Caltanissetta “Piccola Atene”. Caltanissetta negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso era una città di provincia che stava vivendo gli ultimi periodi dell’epoca d’oro dell’industria mineraria. Si poteva notare un certo benessere economico che rimaneva limitato per la gran parte a poche famiglie di possidenti o con trascorsi nobiliari che avevano già imboccato la via del tramonto. Quello che la distingueva era la presenza discreta, sin da prima della guerra, di personalità capaci di elaborare un pensiero alto, ponendo un confronto civile, quasi assente in altre realtà dell’Isola. In quegli anni i Caffè erano luoghi di pensiero e non solo di consumo. Le passeggiate sui due corsi della città servivano a contagiarci quella “educazione civile” che nasceva nel salottino cui lei ha fatto riferimento.
– Alcuni, almeno i primi, dei suoi grandi romanzi sono nati dall’osservazione dei meccanismi di potere e delle dinamiche sociali vissute, crediamo, a Caltanissetta. Ci siamo sempre chiesti chi poteva averle ispirato il personaggio dell’avvocato Rosello di “A ciascuno il suo”.
– Non posso indicare un’unica persona reale, esistita a Caltanissetta, che mi abbia ispirato in modo diretto. Rosello rappresenta l’archetipo del notabile “indigeno” di quegli anni. Un potente locale che intreccia politica, affari e vita privata in un sistema di influenze impenetrabile. Un “Rosello in carne ed ossa” ufficialmente non è da me mai stato dichiarato e non posso o comunque voglio qui a lei indicarlo. Il personaggio riflette le dinamiche di potere e l’ipocrisia borghese che certamente notavo e osservavo tra il Caffè Romano, il Circolo dei Nobili e il Tribunale di Caltanissetta, tutti luoghi racchiusi in un percorso di poche centinaia di metri, dove si svolgeva la vita “segreta” della città.
– Quindi un avvocato del Foro?
– Rosello, nel romanzo, è un membro influente del Consiglio Provinciale e un “dominus” della vita pubblica locale. Fa parte del partito di governo. Intrattiene rapporti con i vertici della Curia. Ha uno zio prelato, apparentemente in disparte, ma che tesse le fila nel clero locale e non solo. Fa parte dei vertici di aziende pubbliche o è socio, più o meno occulto, di redditizie società private, da lui “protette” o “favorite” grazie al suo potere politico che esercita “sottotraccia”. E’ disposto a qualunque cosa per proteggere i propri interessi e la propria immagine. Non si fa scrupoli a ricorrere ad ambienti vicino alla manovalanza criminale, pur di rimanere al vertice della scala sociale. Come è noto andai via da Caltanissetta nel 1967. Semmai ci si dovrebbe chiedere se a Caltanissetta ci sono ancora degli “Avvocati Rosello”.
– E Laurana? Chi poteva impersonarlo a Caltanissetta?
– Il professor Laurana non era una singola persona fisica incontrata a Caltanissetta ma rappresentava l’incarnazione dell’intellettuale onesto e sprovveduto. Certamente i tratti del protagonista attingono profondamente dall’osservazione che feci della borghesia colta durante i miei anni nella cosiddetta “Piccola Atene”. Laurana, nel romanzo, si improvvisa detective. E’ un insegnante di lettere che indaga per pura curiosità intellettuale e senso della giustizia. Rappresenta chi possiede gli strumenti culturali per leggere la realtà (come decifrare il motto dell’Osservatore Romano: “Unicuique suum”), ma non possiede la malizia necessaria per sopravvivere in un sistema di potere corrotto. E’, come nella celebre battuta finale del film, “un cretino” per i notabili locali. Non per mancanza di intelligenza ma per l’incapacità di adeguarsi alle regole non scritte della società locale.
– Quindi se l’avvocato Rosello è un membro del partito di governo, all’epoca la Democrazia Cristiana, Laurana è un simpatizzante del partito di opposizione. Di sinistra quindi. Ma Lei è mai stato di Sinistra?
– Il mio essere di Sinistra può essere – al più – incluso nel mio essere “antifascista”, nel senso inteso unilateralmente dalla stessa Sinistra. Questa si è sempre ritenuta unica depositaria dell’antifascismo, cosa che così non è, né è stato. Tanti cattolici hanno pagato anche per il loro antifascismo, così come altri che non si sono affidati alla messianicità del Partito Comunista. Io non mi sono mai affidato ad alcun avvento di un mondo futuro e felice, attraverso l’opera di un mediatore, un “messia”. Il mio “messia” è stata sempre “la Ragione”. E questa, per varie ragioni, non può essere gradita alla Sinistra.
– In che senso?
– Leggere Voltaire mi ha impresso un’anima illuminista, dove la “Ragione” è essenziale. Considero la “Ragione” uno strumento di difesa civile. Se vuole un metodo di salvaguardia e di tutela da tutto quanto viene dominato dalla passione, compresa la “Ragion di Stato” e quindi il “Potere”. La “Ragione” ci impone un dovere: quello della lucidità. Vedo la “Ragione” come la capacità di guardare i fatti senza farsi accecare dalle ideologie, dalle fedi religiose o dai pregiudizi di e per appartenenza. La Ragione” è ciò che permette all’individuo di restare libero di fronte al Potere. Serve a illuminare i meccanismi oscuri del Potere, sia che esso prenda le forme del sopruso o della mafia, sia che assuma la veste delle istituzioni, o della giustizia o dalle menzogne ufficiali.
– E oggi la “Ragione” che posto occupa?
– La “Ragione” oggi è diventata un’ospite sgradita. Oggi si ragiona molto poco. C’è una diffusa “mancanza di pensiero”. Richiamarsi all’Illuminismo non significa voler imporre sistemi perfetti, ma semplicemente usare lo strumento della ragione per analizzare la realtà invece di subirla. Senza “Ragione” restiamo prigionieri del nostro inconscio culturale e dei nostri alibi.

– Uno strumento per rendere l’individuo libero.
– L’individuo per essere libero deve usare la “Ragione”. Ma essa non può dare certezze né dare sicurezza. Coincide con il dubbio. Chi usa la “Ragione” non ha certezze incrollabili, ma continua a porsi domande. In opere come “Il contesto” o “L’affaire Moro”, la “Ragione” è l’unico argine contro il “sonno” della coscienza che genera mostri. Tuttavia pur essendo l’unico strumento valido per analizzare la realtà, la “Ragione” raramente riesce a sconfiggere l’ingiustizia, poiché spesso l’ingiustizia coincide con il Potere e il Potere è sempre più forte e meglio organizzato.
– Come vede il Potere oggi?
– Vedo il Potere non come una entità astratta ma come un congegno oppressivo e spesso indecifrabile. Il Potere tende intrinsecamente al male e alla conservazione di sé stesso. E’ qualcosa di molto complesso. Non sempre è individuabile, anzi è oscuro, inaccessibile, il più delle volte incomprensibile, poiché si presenta come un impasto. Un groviglio di interessi spesso torbido, dove politica, economia e religione si fondono appunto in un “impasto” che corrompe la verità.
– L’impostura dunque?
– L’’impostura è la falsificazione sistematica della realtà operata dal Potere per autolegittimarsi e mantenere il controllo. Non è un semplice inganno individuale, ma un meccanismo strutturale e collettivo. Nel “Consiglio d’Egitto” l’impostura appare come lo strumento del Potere. L’abate Vella inventa un falso codice arabo per riscrivere i diritti feudali in Sicilia. Diritti mantenuti dai baroni e dai potenti che da secoli falsificano la storia e i documenti per opprimere il popolo.
– La Storia quindi come finzione?
– La Storia ufficiale è spesso una menzogna costruita dai vincitori. La “Ragione” (nel mio caso rappresentata dalla letteratura) diventa una “contro-impostura”, necessaria a svelare i meccanismi del Potere e per ricercare una verità morale, anche quando i fatti storici sono stati cancellati o manipolati.
– Lei ha sempre sostenuto che il Potere si trova “Altrove”. Cosa intende?
– L’Altrove è il luogo reale dove risiedono i veri centri di ordine, di comando, opposto alla ribalta o se vuole al palcoscenico visibile delle istituzioni. È la sede del Potere effettivo che non coincide mai con quello formale fatto da parlamenti, ministri, leggi e decreti. Il Potere non è mai dove appare. In romanzi come “Il Contesto” o “Todo modo”, i personaggi che sembrano decidere sono in realtà pedine di un meccanismo superiore, situato “Altrove”, in logge, congregazioni, circoli, appartenenze di natura diversa e varia, a questa o quella classe, club, casta, a trame internazionali inaccessibili al cittadino comune.
L’Altrove può essere la Mafia?
– La mafia non è un semplice fenomeno di criminalità comune o un fatto di sangue, ma un sistema di potere e, soprattutto, un modo di essere. La mafia si nutre nello e dello Stato. La mafia è soprattutto un “Sistema” che non combatte lo Stato dall’esterno, ma vi si infiltra fino a diventarne parte integrante. È un “gioco di specchi” dove il potere legale e quello illegale si confondono per reciproco interesse.
E’ un “Altrove” che si colloca “altrove”.
– Ha detto che la Mafia si nutre nello e dello Stato. In che senso?
– La mafia è la degenerazione di certi tratti siciliani come l’individualismo, la sfiducia nelle leggi scritte, l’omertà. La mafia è una metafora universale del Potere che calpesta il diritto e la ragione. La mafia non è più un problema geografico limitato alla Sicilia ma è un modello di gestione del Potere che ha colonizzato l’intera Italia e l’Europa. La mafia prospera dove lo Stato fallisce nel garantire il diritto. In una Europa di tecnocrati, dove il diritto è solo il simulacro apparente che consacra i rapporti di forza – per lo più economica – la nuova mafia trova costante fonte di guadagno e di potere. La mafia – ovunque – è l’assenza dello Stato che non rispetta e non fa rispettare il diritto. Una assenza colmata da un ordine parassitario che si regge sul consenso, sul ricatto e sulla negazione della verità.
– E la Giustizia come si pone nei confronti di questa “mala pianta”?
Il tema della Giustizia è stato sempre un argomento che ha impregnato il suo pensiero e la sua opera. Lei lo ha affrontato nei suoi romanzi percorrendo tutte i volti della stessa. Dagli organi investigativi agli alti vertici della magistratura.
Cosa è che non le piace oggi della giustizia in Italia?
– In uno Stato che per secoli è stato dominato dai Tribunali della Santa Inquisizione il potere giudiziario non poteva non assumere l’aspetto inquisitorio. In Italia, il mondo giudiziario è stato spesso oggetto di appropriazione da parte di chi ha voluto mitigare o inasprire gli effetti appartenenti “all’accusare”, con il fine di proteggere il potere proprio o attaccare quello altrui.
– Quindi il potere giudiziario, per Lei, non è indipendente?
– In Italia il potere giudiziario, oggi, è impegnato a difendere sé stesso e quindi non può essere indipendente ma necessita di appoggiarsi ed essere appoggiato a una parte del potere politico. Questo come è facile comprendere comporta un prezzo attuale e uno futuro.
– Allora Lei è contro il potere giudiziario?
– Come vede il tono della sua domanda è anch’esso inquisitorio. Lei mi sta implicitamente rivolgendo una accusa. Il sospetto di essere “contro”, sfuggendo a ogni ipotesi di riflessione sulla risposta che le ho dato. In Italia, come ho fatto cenno in precedenza, si è persa la “Ragione”. Non c’è spazio per il pensiero che non sia avvolto dal pregiudizio, dal tabù, dalla presunzione di un qualcosa che non sia onesto, corretto, per bene.
– Cosa teme della Giustizia?
– Io non temo la Giustizia in sé. Temo la giustizia esercitata nel modo che ho detto prima. Ho definito, a volte, l’amministrazione della giustizia come “terrificante”, come quando in particolare – alcuni – magistrati si sentono depositari di una verità assoluta, trasformando l’azione giudiziaria in uno strumento di potere o in una “inquisizione” apparentemente laica ma che assume i tratti della passione “religiosa”.
– Maestro converrà che comunque, per fortuna, non siamo più ai tempi della Santa Inquisizione.
– Non lo siamo perché ci siamo dotati in astratto di un ordinamento giuridico che in apparenza vieta ciò che in pratica spesso succede. I controlli sull’azione della accusa (inquisitoria) vengono esercitati ex post, nel processo, quando però la pubblicità data dal corto circuito mediatico ha fornito una ribalta alla pubblica accusa. Una ribalta tale da somigliare alla proclamazione di una condanna ancora, in via eventuale, di là da venire ma che appaga gli occhi dell’opinione pubblica. Una condanna che non proviene dai collegi giudicanti, ma da un Ufficio che ha “preconfezionato” il colpevole, l’infame, la carogna. Quando – a volte – questo colpevole, infame, carogna viene, in forza della verifica del processo, assolto ormai è troppo tardi.
– Quindi?
– In una Italia dove persiste l’inefficienza dell’amministrazione giudiziaria, con alcuni appartenenti all’ordinamento giudiziario che ricercano il protagonismo politico o mediatico piuttosto che la verità dei fatti, l’individuo spesso rischia di essere schiacciato dalla forza soverchiante dello Stato.
– Ma in uno Stato dove la mafia, come abbiamo visto, esercita un potere che appare inestirpabile è necessario un forte potere giudiziario.
– La mafia non è affatto invincibile. Come ho spesso detto, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio ed avrà anche una fine. La mafia, le ripeto, si nutre ed esiste solo in rapporto col Potere, senza questo legame è semplice criminalità. La mafia è una organizzazione che non vive fuori dallo Stato, ma opera al suo interno, nutrendosi di complicità istituzionali e di corruzione. Oggi, questa visione si riflette nella cosiddetta “area grigia”, dove criminalità, economia legale e politica si intrecciano.
– E’ stato accusato di avere delegittimato coloro che contrastavano, con le loro azioni e con le loro Associazioni, la mafia.
– E’ sempre lo stesso spirito proveniente dalla nostra tradizione inquisitoria. Chi non si dichiara “CONTRO” è un pericoloso connivente, un corresponsabile, se non un compartecipe. Venni interrogato dal giudice istruttore Giovanni Falcone, di notte, presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, nei primi anni Ottanta. Negli atti della inchiesta su Sindona e la mafia, in alcune intercettazioni telefoniche spuntava il mio nome. Fui convocato come persona informata sui fatti. Essendo naturalmente lontano dai personaggi dell’inchiesta non sapevo nulla di quanto mi veniva chiesto.
– Cosa le si chiedeva?
– Per documentarmi su un mio libro incontrai diverse persone, tra cui l’avvocato Rodolfo Guzzi, che a quanto pare aveva legami – a me naturalmente sconosciuti – con Michele Sindona. Essendo per me qualcosa di routinario, consono alla attività preparatoria in prossimità della stesura di un libro, non avevo ricordo di alcuni dettagli di cui mi si chiedeva. Mi si prospettò un preteso mio comportamento omertoso, rischiando quasi un’accusa di favoreggiamento. E’ sempre il vizio che pervade il nostro sistema, dove l’anticipazione inquisitoria è la verità. Temetti di uscire in manette. Quella esperienza fu per me terribile.
– E quindi l’articolo sui professionisti dell’antimafia.
– Le due cose non erano e non sono collegate. Quel titolo non era mio. Il Corriere della Sera intestò così il mio articolo che settimanalmente inviavo al giornale. Venne pubblicato il 10 gennaio 1987. Svolgevo una critica sulla gestione del C.S.M. nelle nomine giudiziarie siciliane, in particolare quella di Paolo Borsellino a Marsala. Segnalai il pericolo che l’antimafia potesse diventare una scorciatoia per carriere e potere, slegata dal diritto. Il tempo ha dimostrato che – da alcuni – l’antimafia, è stata usata spregiudicatamente, trasformandola in un “mestiere” per acquisire consenso e posizioni, distorcendo il principio del diritto. Nella sua Caltanissetta qualcosa di simile sembra sia successo.

– Ci scusi se insistiamo ma la lotta alla mafia richiede un forte impegno dello Stato.
– Lo Stato deve lottare e contrastare e se è possibile estirpare questa mala pianta. Quello che volevo lasciare intendere nell’articolo era che lo Stato deve combattere la mafia con il diritto e non trasformarsi in un suo “doppione”. Non intendevo sminuire il valore dei magistrati, ma criticare il metodo meritocratico del C.S.M. L’articolo provocò un putiferio. Venni accusato di ostacolare la lotta alla mafia. Volevo solo invitare, come ho sempre fatto, alla ragione.
– Lei ha rilasciato a Marcelle Padovani una celebre intervista.
– Marcelle Padovani è la stessa giornalista che anni dopo curò con Giovanni Falcone il celebre libro “Cose di Cosa Nostra”. In quel colloquio ripercorsi i punti salienti della mia vita e del mio pensiero. Di quella intervista è rimata celebre la affermazione “La Sicilia come metafora”. Spiegai cosa significa essere siciliano, descrivendo l’Isola non solo come terra geografica ma come una condizione psicologica e culturale complessa. Parlai della Sicilia come luogo dove la ragione spesso soccombe.
– Oggi è ancora così?
– La Sicilia è una sorta di teatro dove si recita sempre lo stesso dramma, mutando solo i costumi. Ho detto che la Sicilia è una metafora e temo che la metafora resista. Si è passati dal dominio mafioso “manifestato” a quello, molto più sottile e pervasivo, in ogni campo delle istituzioni. Il male intrinseco al Potere di cui parlavo non è svanito, si è evoluto. I siciliani continuano a cercare la verità, ma spesso preferiscono l’alibi della malinconia all’esercizio della ragione.
– La sfiducia nelle idee.
– La mia frase sulla “sfiducia nelle idee” è rimasta famosa quando spiegai l’incapacità storica della Sicilia di credere che le idee possano cambiare il mondo, portando a un pessimismo che diventa, appunto, metafora universale. Questa affermazione mi venne dalla riflessione dalle mie esperienze politiche, tra cui l’esperienza come consigliere comunale a Palermo e il mio approccio critico verso le istituzioni.
– Cosa è che non funzionò in quella esperienza di Consigliere Comunale di Palermo nelle fila del Partito Comunista Italiano?
– Venni eletto come consigliere comunale a Palermo nelle liste del Partito Comunista Italiano come indipendente nel giugno del 1975, quando per la prima volta, in voti percentuali, il PCI superò la Democrazia Cristiana. Vissi il Consiglio Comunale come un luogo di inefficienza e di parole vuote. Ebbi lì conferma di una Palermo come un luogo dove il Potere si nutre di sé stesso senza risolvere i problemi dei cittadini. Sentivo che la mia presenza veniva usata come un “fiore all’occhiello” culturale, ma che le mie denunce concrete sulla gestione dei servizi e dell’urbanistica cadevano nel vuoto, anche con la complicità dei membri del mio partito. Decisi di dimettermi dopo meno di due anni, nel 1977.
– La frustrazione maturata a Palermo la portò ad aderire al Partito Radicale, dove venne eletto al Parlamento nel 1979, cercando uno spazio di libertà e di battaglia civile che nel PCI sentiva precluso.
– A Palermo avevo avuto l’amara conferma del mio “pessimismo della ragione”. Nel 1979 aderii al Partito Radicale, convinto da Marco Pannella che mi venne a trovare. Venni eletto come deputato al Parlamento nel 1979. Fu una fase di impegno civile rigoroso, vissuta con lo spirito di chi vede nella politica non una professione ma un dovere di verità. Nonostante non ne condividessi i metodi estremi e i digiuni, che mi sembravano una forma di misticismo “religiosamente laico”, riconobbi nei Radicali l’unico spazio per portare avanti battaglie di civiltà fuori dai blocchi ideologici.
– Cosa le consentì di fare quel mandato parlamentare?
– Mi consentì di fare una esperienza molto importante come membro della “Commissione Moro”. Fu il cuore della mia attività parlamentare. Ne uscì una relazione di minoranza in cui si denunciavano le opacità dello Stato e il rifiuto della trattativa, convinto che la verità fosse stata sacrificata sull’altare della “ragion di Stato”. Per me il Parlamento fu un osservatorio privilegiato. Conclusi il mandato nel 1983, tornando alla scrittura a tempo pieno, ma portando con me la conferma definitiva che il Potere, anche quello democratico, tende naturalmente a occultare la verità.

– Un’ultima domanda. Cosa pensa di questo nostro tempo, dove la verità sembra essere sostituita dagli algoritmi?
– Spero solo che la “Ragione” resti una prerogativa umana, e non venga “simulata”. Guardo agli algoritmi con la stessa diffidenza con cui guardavo alla burocrazia e ai palazzi del Potere. Li vedo come un sistema costruito per essere incomprensibile ai più. Un “complesso” che, come la giustizia in molti dei miei romanzi, non cerca la verità, ma produce risposte che nascondono la menzogna.

Una boccata di fumo più densa delle altre ci avvolge. Gli occhi istintivamente si chiudono. Un attimo dopo li riapriamo ma davanti a noi, dietro i vetri del balcone a due ante, scorgiamo solo la statuetta della Madonnina di Fatima, collocata nel giardinetto della palazzina edificata, al tempo, per i funzionari dello IACP. E’ ancora lì. Con le mani giunte e il capo leggermente chinato in avanti. E’ solo meno candida di come la ricordavamo.
Un po’ come tutti noi.


