Dopo avere lasciato la scorsa settimana “the Iron Lady” /Margaret Thatcher, siamo rimasti a Londra per assolvere a un altro (nostro) rito “impossibile” che sin da ragazzi abbiamo immaginato e desiderato. Partecipare ad un’asta da Chriestie’s. Sostiamo tra vecchi quadri di Londra sul Tamigi, vasi cinesi Ming e una scultura dell’antica Grecia, depredata da Thomas Bruce VII Conte di Elgin, nei primi dell’Ottocento. Forse non è a tutti noto che l’illustre nobile, come ambasciatore inglese presso l’Impero Ottomano che occupava all’epoca la Grecia, aveva stipulato un “singolare” contratto che lo autorizzava alla rimozione di metope e marmi dal Partenone.
Abbandoniamo queste (tristi) riflessioni e ci accomodiamo sulla poltroncina rossa che ci è stata assegnata con il ticket di ingresso. Ci guardiamo intorno. Scorgiamo due file più in là uno omino in bombetta, cravatta regimental e garofano rosso all’occhiello. Ci appare familiare. Ci avviciniamo. Scopriamo non senza stupore che è Alberto Sordi. E’ qui reduce dalle riprese del suo film “Fumo di Londra”. Con il nostro gessato grigio, la cravatta azzurra sulla nostra camicia rosa facciamo il paio con il grande attore, quanto a recitare (per noi solo come gioco) il ruolo di due gentleman britannici. Senza pensarci molto, sfoderiamo la nostra audacia italica, esordendo con un…
– Good morning Mister Sordi. “Can we ask you some questions?
Buongiorno Signor Sordi. Possiamo rivolgerle qualche domanda?
L’Albertone nazionale ci guarda con il celebre sorriso (da scena) “snob-sognante”, in contrasto con la consapevole realtà di entrambi e con finto accento “italo-britannico” ci risponde con la celebre battuta del suo film…
-“Ittalìano”?
Naturalmente rispondiamo di si.
Lui cambia espressione e alla maniera di Nando Mericoni (“Un americano a Roma” n.d.r.) ci risponde in romanesco…
– E meno male. M’avevo stancato di sentire sto inglese “da impermeabile fracico”…
Poi, ritorna serio…
– Ma Lei vuole davvero farmi una intervista?
– Si lo sappiamo. Le sembra impossibile. Ma le nostre sono SOLO delle interviste “impossibili”
– D’accordo. Allora? Cosa vuole chiedermi?
– Siamo a Londra. Iniziamo con il suo debutto alla regia. Nel film “Fumo di Londra” (“Thank you very much”, il titolo in inglese). Il suo personaggio, Dante Fontana, è un misto tra l’italiano ingenuo e il furbacchione che si defila al momento del pericolo. Cosa ha voluto dire con questa sua opera prima alla regia?
– Mio caro amico Lei si trova qui, mi sembra, per il suo personale gusto di vivere “all’inglese” per qualche giorno della sua vacanza. Dante Fontana, un antiquario di Perugia, con i suoi amici fantastica sulla “loro” Inghilterra. Arriva a Londra e fa subito ingresso nei più caratteristici negozi di abbigliamento e accessori, conosciuti come segni distintivi britannici. Il protagonista però si scontra con una realtà diversa dai suoi sogni elevati e aristocratici. La Londra in cui si trova – nonostante la già anacronistica caccia alla volpe cui partecipa con la tradizionale giacca rossa, in una tenuta nobiliare – è fatta di giovani ribelli, musica beat e una modernità che non comprende. Vive sia la vecchia Inghilterra che la nuova, almeno per l’epoca in cui ho girato il film. Il suo ritorno segna la delusione per aver compreso il tramonto della sua idea di Inghilterra.

– Lei comprese, come per altri temi dei suoi film, che i tempi stavano cambiando.
– L’idea mi nacque osservando gli inglesi da vicino durante le riprese di un altro film a Londra, notando quanto gli italiani fossero affascinati da un mondo che in realtà stava cambiando radicalmente proprio in quegli anni. Il film cattura quel misto di entusiasmo vitale e malinconia tipico di chi cerca altrove un’identità che non sente propria, anticipando temi moderni come la voglia di evadere all’estero dei giovani d’oggi, vissuti però con gli occhi di un uomo adulto.
– Come vede l’Italia di oggi?
– L’Italia di oggi è figlia del tramonto di quella che è stata chiamata Prima Repubblica. Dopo di essa si è passati dalla civiltà dei consumi al consumismo più sfrenato, imposto dalla televisione commerciale che ha tolto agli italiani la capacità di godere delle piccole gioie. Oggi l’Italia è unita solo dal desiderio di avere tutto e subito e che ha sostituito la soddisfazione per le “piccole conquiste” quotidiane.
– E nel film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa”? Forse c’è un’Italia diversa?
– In quel capolavoro del 1968 di Ettore Scola interpretavo l’editore Fausto Di Salvio. Con quel film volevamo ridere (amaramente) del mal d’Africa della borghesia annoiata e della fuga dalle responsabilità. L’evasione dalla “civiltà”. Fausto, col pretesto di ritrovare il cognato Oreste Sabatini, creduto scomparso in Africa, scappa da una Roma frenetica, cercando nel Continente Nero una purezza che non gli appartiene. Il mio personaggio è cinico e paternalista. Guarda gli africani con superiorità, convinto che il denaro possa comprare tutto, anche la salvezza dell’anima.

La ricerca del cognato scomparso (Nino Manfredi/Oreste Sabatini-Titino) simboleggia la ricerca di una libertà assoluta. Ma quando lo ritroviamo trasformato in uno stregone di una tribù, scopriamo che anche lui è un “furbetto” che si è adattato per sopravvivere. La scena finale, con Titino che scappa dalla nave per tornare nella giungla, non è un atto di eroismo, ma l’ultima disperata fuga da una realtà italiana che non sopporta più.
– Allora, considerato il mutare dei tempi, cosa teme oggi degli italiani?
– La mediocrità dilagante. I vizi dell’italiano medio. Il servilismo, la furbizia spicciola, il trasformismo. Guasti che non sono spariti ma anzi si sono evoluti. I miei personaggi, dal vigile stupidamente zelante, al mercante d’armi, al magistrato “arresta-tutti”, al mafioso per forza, al tassista “amico di tutti” sono ancora estremamente attuali. Forse sono solo più “tecnologici”.
– Alcuni suoi personaggi, anche se non da lei tutti interpretati hanno trovato posto nella serie dei film “I Mostri”.
– L’attualità dei “Mostri” è la conferma visiva delle contraddizioni dell’italiano medio. Anche se non condivido questa classificazione. Toglierei il medio. La realtà odierna ha però superato i film. Certe dinamiche sociali che nei film vengono messe in ridicolo e, in fondo, alla berlina, oggi sono diventate la norma. La galleria di personaggi cinici e grotteschi all’epoca illustrati per sbeffeggiare l’Italia del boom economico e di quella degli anni Settanta, oggi mostrano l’Italia “normale” di oggi. Quei personaggi oggi presentano ancor meglio come la cattiveria e l’egoismo si nascondano dietro un sorriso o un titolo nobiliare, rendendo i “mostri” terribilmente simili alle persone comuni.
– Certo non si può dire cosi per il personaggio che interpretò nel film “Mafioso”.
– Nel film di Alberto Lattuada, nel 1962, interpreto Antonio Badalamenti, un perito siciliano perfettamente integrato nella Milano industriale che, tornando al paese natale per le vacanze, si ritrova risucchiato dai debiti d’onore e dalle logiche della mafia locale. La sua terra forse è ancora quella Sicilia nel film descritta come divisa tra il desiderio di modernità e un passato arcaico dominato da regole non scritte. Non volevo e non voglio giudicare niente e nessuno, ma nel film si voleva mostrare l’ineluttabilità di certi meccanismi culturali per chi ne è originario.
– E allora qual è il messaggio che quel film voleva dare?
– “Mafioso” è considerato uno dei primi film a mostrare il volto oscuro della criminalità organizzata senza però rinunciare ai toni della commedia. Un’operazione che ritenni necessaria per far riflettere gli italiani sul “male oscuro” del Paese. La Sicilia è una terra di passioni estreme e di grande dignità, dove però l’individuo rischia spesso di essere schiacciato da strutture di potere più grandi di lui.
– Lei è stato un grande anticipatore di temi che hanno avuto grande rilevanza nazionale. Ha anticipato “Mani pulite” ma ha anche denunciato le storture del sistema giudiziario italiano.
– Sì, ho interpretato nel film “Detenuto in attesa di giudizio”. Il protagonista Giuseppe Di Noi, il cognome non è casuale, è uno qualunque che si può trovare schiacciato da qualcosa di cui non conosce, né comprende la natura e il perché. Nel 1971 mi è valso l’Orso d’Argento a Berlino. Fu un’esperienza che mi scosse profondamente. Per la prima volta non facevo ridere, facevo piangere per la rabbia.

– Cosa pensa allora della giustizia o, come si dice oggi, del “Sistema Giustizia”?
– Penso alla giustizia come un incubo burocratico. Nel film ho denunciato la lentezza spaventosa dei tribunali e l’orrore delle carceri. Di questo ancora oggi nessuno sembra sentirsi responsabile. Giuseppe è un innocente stritolato da un ingranaggio cieco. Quel film voleva servire a dare una “svegliata” a un sistema che trattava le persone come semplici fascicoli.
– E oggi come vede quel film?
– Oggi, come allora, vedo un’Italia dove il cittadino onesto si sente spesso indifeso davanti alla legge. Il messaggio del film diceva: “La giustizia è come un treno che arriva sempre in ritardo, e quando arriva, spesso ha sbagliato stazione”. Viene descritta la mancanza di umanità. A volte la legge perde di vista la persona. Nel film il personaggio impazzisce non per la colpa, ma per l’assurdità del non sapere perché è chiuso lì dentro, in carcere. Nonostante le riforme, il “fumo” della burocrazia è ancora denso e la carcerazione preventiva, anche se ne è stato cambiato il nome, resta una ferita aperta della nostra democrazia. Il guaio è che il populismo e il giustizialismo dei suoi giorni offuscano la ragione. Non si pensa davvero a cosa un regime “preventivo” (anche se oggi attenuato da recenti riforme n.d.r.) comporti. Si è indotti a pensare “Tanto a me non capita, perché non faccio nulla di male”. Ci si pensa però solo quando, come al protagonista del film, succede a noi. Ma la legge è legge. “Dura lex, sed lex”.
– Ha anticipato Mani pulite con il film “Tutti dentro”.
– Sì, decisamente. Con “Tutti dentro” del 1984 ho avuto una sorta di premonizione, quasi dieci anni prima che scoppiasse il vero terremoto dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il mio personaggio, il giudice Annibale Salvemini, è un uomo che vuole ripulire il Paese a colpi di arresti e carcerazioni, sempre “preventive”, con un processo ancora da venire. E’ mosso da un’onestà quasi fanatica, un pò come i magistrati che si sarebbero visti in TV nel 1992. Naturalmente nel film viene descritto un sistema corrotto, in una Italia dove politici, imprenditori e faccendieri sono legati da un sistema di tangenti e favori. Nel film chiaramente il malaffare non appare come un’eccezione, ma la regola. La tesi del film è spietata. A forza di indagare tutti, il giudice finisce per indagare anche sé stesso, perché in un sistema così marcio nessuno può dirsi totalmente immune.

– Il rischio della gogna mediatica.
– Avevo già intuito il ruolo devastante che avrebbero avuto le telecamere e i giornali nel distruggere le persone prima ancora delle sentenze dei tribunali. Quando arrivò il 1992, molti critici scrissero che Alberto Sordi ci aveva avvertito con largo anticipo. Io però non ero un indovino. Sono stato solo uno che, osservando i vizi del potere a Roma, aveva capito che quella corda, prima o poi, si sarebbe spezzata.
– Nel film “Finchè c’è guerra c’è speranza” anticipa anche i tristi giorni che stiamo vivendo. L’industria dellea armi e i suoi mercanti stanno facendo affari d’oro.
– In quel film del 1974 interpretavo Pietro Chiocca, un venditore di armi. Volevo dare uno schiaffo all’ipocrisia della borghesia italiana. Il benessere sporco in cui vive la famiglia di Chiocca. Ville di lusso, scuole private, giochi di società ai bordi della piscina, club esclusivi dove prendere il sole sul prato verde. Una borghesia agiata che finge di non sapere da dove arrivino quei soldi. Finché le bombe scoppiano lontano, nel film in Africa, oggi altrove, a loro non interessa. Il messaggio “Siamo tutti complici”. Quando i familiari scoprono la verità e sembrano inorriditi, Pietro mette le carte in tavola: “Volete rinunciare a tutto questo? Domani non prendo l’aereo per andare a vendere una partita di mitragliatori e bazooka”. Dopo un momento di silenzio, accettano il compromesso e il mattino dopo svegliano per tempo lo “sporco mercante di morte”, padre e marito.
– Nessuno è immune quindi?
– L’egoismo umano, pur di mantenere i propri privilegi, è capace di chiudere entrambi gli occhi davanti alle atrocità. Come diceva il titolo, che era un gioco di parole cinico, finché ci sono guerre (altrove), c’è speranza di arricchirsi (qui). Oggi, con quello che succede nel mondo, quel film è purtroppo ancora più attuale. È la fotografia di un’umanità che condanna la violenza a parole, ma la finanzia con il proprio stile di vita. Lo fanno anche alcuni politici che si definivano “pacifisti” e pure “garantisti” sino a quando non hanno conosciuto (non l’odore) il sapore dei soldi. Alcuni si sono fatti una “barca” di soldi.
– Un bilancio della sua vita da povero a ricco.
– Domanda impertinente. Però ha ragione. Sono partito che mangiavo pane e odori e sono arrivato a potermi permette anche il caviale… anche se ho sempre preferito gli spaghetti. Ho lavorato tanto. Ho fatto la gavetta vera. I doppiaggi, la radio, i teatrini di periferia. La ricchezza per me non è stata un colpo di fortuna. La ricchezza mi è servita per essere un uomo libero. Per poter dire di no a un film brutto, per poter produrre le storie che volevo io (come quelle che abbiamo citato prima) e per non dover chiedere favori a nessuno.
– E’ stato l’esempio dello scapolo d’oro. Non si è mai sposato. Un grande amore, Andreina Pagnani, e poi… la solitudine?
– Andreina era una donna eccezionale, devo ammetterlo. Ma io ho sposato il mio lavoro. Non volevo estranei in casa, stavo bene solo. La mia vera compagna è stata Roma.
– Un’ultima domanda. Sulla sua lapide al Verano si legge: “Sor Marchese, è l’ora”.
Cosa vorrebbe dire agli italiani che la guardano ancora oggi?”
– Direi quello che diceva il Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi non siete un …… “, beh, lo sapete. Purtroppo sembra che questa massima valga ancora. Vorrei però dire che senza l’ironia la vita è solo una gran fatica. Continuate a ridere di voi stessi. E’ l’unico modo per allontanare la triste realtà.

La voce del battitore, ad un tratto, si fa più forte. Siamo investiti da un tonante: “Going once, going twice, sold!” (Una volta, due volte, venduto” n.d.r.). Il suono del martelletto, il gavel, sul podio, sancisce la vendita del lotto per cui avevamo qualche pretesa e da cui la nostra intervista ci aveva distolto. Il prezzo finale di aggiudicazione è così alto che non ci lascia alcun rimpianto. Ci voltiamo per salutare il nostro Mister Fontana/Alberto Sordi ma lui non c’è. Di lui intravediamo solo una bombetta e un garofano rosso sulla sua poltroncina. Sorrdiamo.
“Good bye Mister Sordi. Thank you very much”.


