Un elegante fantasma deluso dalla storia e dal suo tempo.
Amanti del vintage, spesso ci troviamo a visitare il mercato delle pulci di Piazza Marina a Palermo. A volte, in queste occasioni, percorriamo la via sotto le mura alberate delle “Captivae”, un tempo riservato alle vedove “prigioniere del dolore e del lutto” . In una di queste passeggiate, percorrendo il lato interno di Palazzo Butera, intravediamo una figura che ci appare conosciuta. La sua è una presenza discreta, elegante, aristocratica. Ha un’aria malinconica. Lo riconosciamo nei suoi lineamenti marcati, i baffi ben curati. Lo sguardo riflessivo, meditativo, intenso. Finemente distaccato, indossa un abito di fattura classica. Giacca e cravatta, immancabili orme di una signorilità d’altri tempi. Ha l’aria solitaria. Un gentiluomo siciliano colto, sornione, lontano dalla mondanità. Sappiamo del suo interesse per la letteratura. Della sua opera – Il Gattopardo – ne abbiamo fatto un libro di vita. Davanti a noi è Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Lo avviciniamo con timore riverenziale adeguato alla grande fama. Per lui desolatamente postuma.

– Principe buongiorno. Ci perdoni. Sappiamo di essere indiscreti ma abbiamo fatto del suo libro una bandiera di vita. Ci chiedevamo se poteva concederci un pò del suo tempo. Magari davanti a un caffè. Ameremmo conoscere qualche sua considerazione sul suo Gattopardo. Per noi sarebbe molto importante.
– Gentile Signore non amo le interviste. Amo prendere il caffè riservatamente. La ringrazio del suo invito.
– Principe ci scusi se siamo stati degli ordinari inopportuni.
– Non siete stato inopportuno. Solo non amo i clamori. Prima di mezzogiorno, comunque, sarò alla libreria del Cassaro. Mi interessa un testo russo in una antica, rara, edizione. Lì c’è un salottino ritirato. Se proprio vuole scambiare qualche opinione, potrà raggiungermi lì.
– Eccellenza la ringraziamo. Saremo lì per le 12.00. Se per Sua Signoria va bene.
– Non mi chiami Sua Signoria. I titoli non sono più in voga.
– La chiameremo Principe.
– Come da suo desiderio. A’ plus tard.
Rimaniamo sorpresi per il rendez-vous accordato. Non riusciamo a crederci. Fra meno di un’ora saremo con l’autore del Gattopardo. Uno dei più grandi manifesti letterari, conosciuto e tradotto in tutto il mondo.
Sin son fatte le 12.00. Qualche minuto di anticipo è d’bbligo. Facciamo ingresso in libreria. Oggi porta i segni di lavori di ammodernamento, anche se sono rimaste alcune tracce di un passato ancora pregevole. Un commesso, forse a conoscenza del nostro arrivo, ci conduce in una piccola saletta. Un divano in legno rivestito in velluto rosso appoggiato alla parete. Vi siede il Principe. Ci invita ad accomodarci su un altro sofà più piccolo, alla sua destra. Siamo emozionati. Ci guardiamo intorno. Il Principe ci anticipa.
– Lasci che abbia io la curiosità di fare la prima domanda.
Rimaniamo stupiti.
– Cosa la porta a varcare il tempo per venire qui a parlare con un vecchio nobile decaduto?
– Principe… il Gattopardo…..
– Il Gattopardo. Dovevo immaginarlo.
Di colpo reclina il capo in avanti. Quasi si accascia sul busto. Ci appare amareggiato, rattristato. Forse addolorato.
– Principe è il suo grande capolavoro. Fra le grandi opere della letteratura mondiale. Tradotto in quasi tutte le lingue. Fa parte delle maggiori antologie. Lo si legge da ragazzi, lo si studia a scuola, lo si rilegge in età adulta. Noi lo riprendiamo ogni estate, traendone sempre nuove riflessioni.
Ci guarda malinconico. Sorride a mezza bocca. Non riusciamo a capire se sia un sorriso lieto o piuttosto addolorato
– Già, Il Gattopardo. L’unica cosa che ho scritto.

– Principe noi Le siamo infinitamente grati per questa sua grande opera. Luchino Visconti, uno dei più grandi autori della storia del cinema, ne ha tratto un capolavoro. Viene proiettato ancora oggi nella sua più recente versione restaurata.
– La ringrazio per quanto ci dice. Noi non abbiamo potuto vedere nulla di tutto questo.
– Si, in effetti, quando inviò il romanzo per una sua pubblicazione, Elio Vittorini, come consulente editoriale, lo rifiutò due volte. Prima nel ’56 per Mondadori, poi per Einaudi. Anche Longanesi rifiutò l’opera. Se non fosse stato per Giorgio Bassani che lo fece uscire, postumo, per Feltrinelli nel 1958….
– In quest’altra vita… abbiamo saputo. In molti hanno visto la bocciatura del Gattopardo come una volontà degli intellettuali organici al Partito Comunista Italiano, almeno quello che era tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, determinata da ragioni ideologiche. Garibaldi era stato l’emblema del “Blocco del Popolo” alle elezioni del 1948, le prime politiche dopo il Fascismo. Io lo presi a pretesto per raccontare della decadenza della mia classe sociale. Dovevo immaginarlo….
– Quindi per lei…
– In vita non amavamo le dispute politiche. Abbiamo scritto il Gattopardo sui tavolinetti del Caffè Mazara e del Bar del Teatro Massimo, tra una tazzina di caffè e moltissimi pacchetti di sigarette. Mescolavamo fumo e caffè per mettere sulla carta le righe con cui raccontavamo la nostra storia. La storia della mia famiglia, ricordando Giulio Fabrizio Tomasi, Principe di Lampedusa, vissuto durante il Risorgimento. Era il nostro bisnonno. Man mano che scrivevamo, forse è emersa la nostra riflessione malinconica sulla morte e sul tempo. Il Principe, Don Fabrizio Salina è un uomo lucido che contempla la fine della propria casata e la propria morte con distaccata rassegnazione.

– Molti hanno visto altro. Tanto altro.
Il Principe volge lo sguardo verso di noi. Ci risponde sempre con aria di distacco.
– Volevamo solo raccontare la fine di una civiltà. La nostra. Nel romanzo desideravamo descrivere una classe che non ha più la forza di agire ma solo quella di contemplare la propria fine. La nobiltà che ha esaurito il suo compito storico. Una classe destinata a essere sostituita da nuovi ceti sociali più dinamici, che nel vostro tempo gli storiografi hanno inventato essere “portatori delle istanze risorgimentali”. Nascondevano però solo mere rivendicazioni economiche, con il loro correlato di ascesa sociale e di rinegoziazione del “tutto” con il “nuovo” Potere Unitario.
– E quindi…
– Quando stavamo scrivendo il nostro racconto, la nobiltà per noi era (già) una splendida reliquia. Elegante, colta, solenne ma incapace di adattarsi a un mondo che non le apparteneva più. L’isolamento era, nello stesso tempo, “disperazione” e “perfezione”. Non poteva essere altrimenti. La nobiltà siciliana – ricordiamoci che nel romanzo parliamo della aristocrazia isolana e non italiana – sfoggia costantemente un senso di orgogliosa – ma sterile – superiorità (la moglie del Principe Salina né è un esempio) che sfocia nell’immobilismo, non avendo più funzione, avendo perduto il proprio raggio di azione oggi si direbbe. Solo Tancredi comprende questo e “si impossessa” del “campo nuovo”, quello della politica, il nuovo spazio “creato dagli eventi nuovi”, dove (ri)esercitare, in forma moderna, quella influenza che la nobiltà non è più capace di esercitare.
– Il “nuovo che avanza”….
– Non amiamo questa definizione in voga nel suo tempo. E’ volgare. Forse noi avremmo preferito… “il futuro indispensabile”.
– Il futuro indispensabile?
– Si. Indispensabile. Necessario. Tancredi Falconeri incarna quel futuro dove è indispensabile l’adattamento cinico “des temps nouveaux”. Realizza quello che sovente la natura stessa adopera quando si accorge che è necessario un rimedio, un qualcosa che unisca quello che è destinato alla estinzione a quello che verrà dopo. Per adattamento o se vuole per selezione naturale. Lo si può considerare un “trucco”, una trovata, uno stratagemma, una invenzione.
– Un trucco?
– Tancredi è l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo. La vecchia aristocrazia ha esaurito il suo compito. Tancredi si propone come “il trucco” necessario e soprattutto – per lui – utile a essere protagonista della transizione della nobiltà siciliana verso il nuovo Regno d’Italia. E opportunista. E’ trasformista. Tancredi passa dall’essere un garibaldino a volere diventare un ufficiale dell’esercito regio, dimostrando grande astuzia politica per salvaguardare il suo futuro.
– Ma è il nipote del Principe di Salina?
– Si è un discendente della stirpe. Ma è un pragmatico. A differenza del Principe vive il cambiamento con leggerezza, consapevole che il denaro e l’unione con la borghesia, Angelica Sedàra, sono indispensabili per la sopravvivenza della sua classe sociale. Tancredi è l’eleganza spavalda di un’epoca che finisce, vestendo però il suo sorriso sprezzante, senza la malinconia nostalgica dello zio.
– Quindi la borghesia. Quindi Sedàra. Il nuovo ricco “venuto dal basso”…
– Calogero Sedàra è l’antitesi – forse brutale – del Principe di Salina. E’ l’incarnazione della nuova borghesia emergente. Cinica, avida, rampante. Priva di tradizioni ma che si appresta a sostituire l’aristocrazia nel governo della Sicilia post-unitaria. E’ il “nuovo uomo”. Un, volgare, “self made man” isolano. Volgare come ce ne saranno tanti altri. Altrettanto feroce e bramoso come tanti suoi simili. L’uomo che si è fatto da sé con metodi spesso oscuri. È il simbolo di quella classe sociale che non possiede, anzi sconosce, se non addirittura rifiuta, lo stile” dei Gattopardi (l’abito inadatto, il frac troppo corto indossato per l’invito al ballo del Principe) ma possiede la forza pratica e il senso degli affari necessari nel nuovo tempo.
– Il Principe però anche se con disprezzo, in fondo, un pò lo ammira…
– Sedàra, per Don Fabrizio, è un misto di repulsione e distaccata osservazione clinica. Nonostante la sua immensa ricchezza, rimane un uomo goffo. Incapace di comprendere l’estetica o la cavalleria. Nello stesso tempo il Principe riconosce la sua utilità. Sedàra è il “male necessario” attraverso cui Tancredi (la nobiltà decaduta ma intelligente) può rigenerarsi economicamente. Il matrimonio tra Angelica Sedàra e Tancredi suggella questo patto. I soldi dei Sedàra in cambio del prestigio del nome dei Falconeri.
– In breve…..
– In breve, se il Principe è il leone che muore, Calogero Sedara è la iena che si nutre dei resti, consapevole che il futuro appartiene a chi, come lui e – per altro verso – il genero Tancredi, sa “cambiare per conservare” i propri interessi materiali. Oggi si chiamerebbe “Pactum sceleris”. Patto scellerato. Largamente adottato nel suo tempo.

– Nel nostro tempo? Forse un Berlusconi?
– Berlusconi – comprenderà – lo conosco poco. Berlusconi non ha dovuto sconfiggere una classe sociale come la aristocrazia, ribadisco, siciliana. Lui non ha avuto bisogno di “sostituirsi” a una classe sociale. Lui ha comprato ville e residenze nobiliari, contraendo accordi mediante normali rogiti notarili. Non aveva bisogno di “accostarsi” con riverenza, anche se con il denaro negli armadi, a una classe superiore.

– Ma allora?
– Lui, semmai, è stato costretto a sostituirsi a un ceto politico, già in parte da lui dipendente, che per mano altrui è stato condannato alla fine. Se vuole ha riscritto, in chiave moderna, la celebre frase di Tancredi “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Berlusconi ha incarnato l’applicazione moderna di questa massima ma non ha utilizzato il nuovo che stava arrivando. Lui il “nuovo” non lo ha subìto. Era già suo. Semmai lo ha (ri)plasmato “a sua immagine”. Ne ha cambiato – in itinere – il volto, attraverso la immensa forza mediatica della TV, sorprendendo quanti erano certi di potere approfittare dello sterminio politico che avevano agognato e forse concordato con la mano che stava estinguendo la Repubblica dei partiti.
– Un Tancredi per necessità quindi….
– Berlusconi non si è seduto al tavolo da gioco. Berlusconi ha riscritto le regole del gioco. Ne ha fatte nuove. Tutte sue. Nella politica come nell’economia. Sedàra agiva nel nuovo di cui aveva fiutato l’arrivo ma che non aveva “riscritto”. Berlusconi ha preso il potere, trasformando la società italiana in modo più profondo di quanto fece il passaggio dai Borbone ai Savoia.
– Chi è per lei, oggi, Angelica?
– Angelica è la bellezza che si fa merce. Il Principe Salina la guarda negli occhi, scorgendo quel “granello di volgarità” indelebile del sangue di suo nonno, “Peppe M’mmerda”. Oggi, Angelica sarebbe l’incarnazione del successo estetico e sociale che non chiede il permesso.
– Può essere paragonata a una velina?
– Il paragone non è forse del tutto appropriato. C’è una distinzione fondamentale che riguarda il potere. Se guardiamo ad Angelica attraverso la lente di Striscia la Notizia, possiamo vederla come l’archetipo della bellezza funzionale. Ecco perché in apparenza il paragone regge.

– Invece?
– Invece Angelica lo supera. Angelica incarna la bellezza come “lasciapassare”. Angelica rappresenta la bellezza che serve a interrompere la serietà dei discorsi dei “vecchi”. Mentre il Principe e i politici discutono del futuro della Sicilia, Angelica entra in stanza e il tempo si ferma. La sua funzione primaria è estetica. Deve abbagliare per distrarre.
– Si ma la velina?
La velina è il simbolo di una scalata sociale rapida. Dal nulla (la provincia, la borghesia di Don Calogero) al centro del palcoscenico (il palazzo nobiliare, la prima serata). Angelica usa il suo corpo e il suo fascino esattamente come uno strumento di marketing dinastico. Non ha bisogno di titoli nobiliari perché la sua bellezza è un titolo che non si può ereditare, si possiede e basta. La “volgarità” del nuovo che avanza. Quella risata un po’ troppo sonora, quel modo di mangiare “vorace” descrive l’energia vitale, cruda e priva di filtri, che la TV commerciale ha contrapposto alla noia della cultura accademica o aristocratica. La differenza con la velina è che Angelica è la “Proprietaria”. Non l’ornamento
– La proprietaria?
La velina è un ingranaggio di un sistema creato da altri (gli autori, il network). Angelica è la padrona del suo destino. Lei non è lì per decorare il bancone di un programma. Lei è lì per comprare il bancone. Il suo è un ruolo attivo. Sa che Tancredi ha bisogno di lei per non finire in miseria e usa questa consapevolezza con una freddezza che una “velina”, sgambettante, raramente possiede. In definitiva, se oggi fosse in TV, Angelica non farebbe la velina. Sarebbe la proprietaria della rete. Sarebbe lei che decide chi deve ballare sul bancone.
– E Concetta? La figlia del Principe, segretamente innamorata di Tancredi, immolata dal padre, in favore del trionfo del nipote Tancredi.
– Concetta è la vittima sacrificale della dignità aristocratica. La sua remissività non è debolezza. E’ l’effetto di un orgoglio paralizzante e di una educazione che ha soffocato i sentimenti sotto il peso del decoro. A differenza di Angelica, che è “sangue nuovo” e agisce con la voracità dei Sedàra, Concetta appartiene a una stirpe che sa solo aspettare. Per lei, l’amore è un culto segreto, non una conquista. La conseguenza è il destino di “muffa”. Una zitella destinata a essere custode di reliquie inutili e rancori polverosi. In fondo, Concetta è la vera sconfitta del romanzo.
– Principe ha parlato di muffa. E Bendicò?
– Bendicò, l’amato alano del Principe di Salina, il suo compagno più fedele. Bendicò rappresenta l’affetto incondizionato e l’istinto che non si cura delle convenzioni sociali o dei cambiamenti politici che tormentano il Principe. Dopo la sua morte Bendicò viene imbalsamato. Nella celebre scena finale del romanzo, Concetta si sbarazza della carcassa ormai logora e piena di tarme. Mentre viene lanciato fuori dalla finestra, i suoi resti assumono per un istante la forma di un gattopardo prima di sfracellarsi e diventare un “mucchietto di polvere livida”. Questo è il momento che sancisce la fine definitiva non solo del cane, ma di tutta la casata dei Salina e di una intera epoca aristocratica, ormai ridotta a un involucro vuoto e privo di vita.

– Sciascia ha scritto di preferire al Gattopardo i Vicerè di De Roberto?
– Lei mi sorprende. Io non ho conosciuto Sciascia. Ne lui, né la sua opera. Quello che per voi è un grande autore, al tempo della mia dipartita non aveva avuto ancora il successo letterario per cui è a voi noto. Forse il Gattopardo, come ho avuto modo di spiegare, agli inizi non appariva molto di “sinistra”. Qualcuno ha parlato di “raffinato qualunquismo”. Molti hanno visto nei Vicerè di De Roberto un’analisi più cruda e naturalistica del potere, rispetto alla mia visione nostalgica e pessimistica.
Il mio romanzo è un’elegia funebre. Quello di Federico De Roberto è un’autopsia brutale.
– Quindi Chirurgia contro Poesia?
– De Roberto è stato un chirurgo che ha affondato il bisturi nel fango della stirpe degli Uzeda. Io ho preferito essere un poeta che osserva la polvere dorata posarsi sui mobili di Villa Salina. Lui descrive la ferocia della nobiltà. Io la sua stanchezza.
– Consalvo Uzeda… Tancredi Falconeri…
– Consalvo Uzeda è un Tancredi a cui è stato tolto il fascino e aggiunta una dose massiccia di cinismo elettorale. Entrambi capiscono che il nuovo mondo (l’Italia unita) è un teatro dove recitare per mantenere il potere, ma mentre Tancredi lo fa con una grazia ironica, Consalvo lo fa con una fame spietata.
La chirurgia, come lei la appella, richiama il sangue. Nei Viceré, il sangue – per l’endogamia perenne – è una maledizione che deforma i corpi e le menti.

– C’è qualcosa che accomuna le due opere?
– I Viceré è il resoconto di una rabbia, il mio è il resoconto di una rassegnazione. Ma in fondo, dicono la stessa cosa, cioè che la Sicilia è un luogo dove la storia passa, ma l’anima resta immobile. E poi, mi consenta, provo una profonda solidarietà per De Roberto. Anche lui, come me, fu vittima dell’incomprensione dei critici del suo tempo, che trovarono il suo pessimismo troppo indigesto. Ci accomuna l’amara consapevolezza che la verità sulla Sicilia non piace a nessuno, né ai vecchi né ai nuovi padroni.
– E’ arrabbiato di non avere visto il successo del Gattopardo?
– Arrabbiato è un termine troppo impetuoso, troppo poco aristocratico per un uomo che ha fatto del distacco la sua cifra stilistica. Direi piuttosto che provo una sottile, ironica. amarezza, mista a una modesta soddisfazione postuma. Forse, morire prima del successo mi ha evitato la parte più volgare della celebrità. Quella di dover diventare un “personaggio”. Un venditore di libri nei vari talk show televisivi. Ho preferito rimanere un fantasma elegante. Per un Salina/Lampedusa non c’era destino più appropriato.
Abbiamo abusato forse troppo della disponibilità del Principe. Con un cenno di elegante riverenza, in silenzio, ci guarda con i suoi occhi che sembrano spenti ma che invece sono lucidissimi. Si alza e si allontana, lasciando la libreria. Lo osserviamo stupiti della leggerezza con cui incede. Ad un tratto ricordiamo che abbiamo parlato, in fondo, con un fantasma.


