La “Ladata” o “Lamintanza”

Francesco Daniele Miceli
6 Min Leggere

Uno dei tesori immateriali della città è proprio la Ladàta, o Lamintanza. Protagonista ancora oggi del momento più alto e sospeso dedicato al Signore della Città: un Cristo nero che avanza lento, nel suo fercolo a forma di corona, avvolto nel fumo denso dell’incenso, mentre le voci si alzano come un vento antico, scavato nella pietra e nella memoria. È il connubio perfetto per celebrare il funerale di un Dio — o, meglio, per rinnovarne il mistero.

Ma le lamintanze furono anima viva delle Vare, soprattutto in un tempo in cui le bande ancora non erano le protagoniste.

Oggi vi raccontiamo la loro storia.

La tradizione vuole che le strofe — chiamate dal popolo “parti” — siano nate dalla penna e dal cuore di Diego Nicolaci, un povero contadino condannato a morte per un delitto che la memoria non tramanda. Accanto a lui, una sorella poetessa, straziata dal dolore, consumata dalle preghiere alla Madonna. Ed è proprio in sogno che la Vergine le sarebbe apparsa, affidandole un compito: comporre un canto sulla Passione e Morte del Figlio, insegnarlo al fratello, farlo recitare sul patibolo. Nicolaci obbedì. E quando intonò quei versi davanti alla morte, il canto commosse il popolo e il sovrano: la grazia fu concessa.

È leggenda? Forse. Ma come ogni leggenda popolare custodisce una verità più profonda della cronaca: quella di una comunità che riconosce nel canto una forza capace di mutare il destino.

Il nome stesso racchiude il doppio volto di questa tradizione. Ladàta, dal latino laudare: lode, innalzamento, gloria. Lamentanza: pianto, luce che si consuma nel dolore della Passione. Lode e lamento insieme, perché nel rito cristiano la morte è già promessa di resurrezione.

La melodia è lenta, quasi priva di ritmo, distesa come una lunga ferita sonora. Una prima voce intona, vibrante, con la testa alta e gli occhi socchiusi; accanto, la contravoce, in terza, crea una dissonanza struggente; dietro, il coro d’accompagnamento sostiene poche note, tenute e cadenzali, come un respiro collettivo. Non servono molti uomini: bastano quattro, cinque voci. Eppure l’effetto è solenne, ipnotico. La città si ferma, ascolta, si riconosce.

Tramandata oralmente di padre in figlio, la Lamintanza ha attraversato paesi e province della Sicilia, mutando lievemente nei versi e nella cantilena, ma conservando intatto il nucleo narrativo: il racconto evangelico della Passione. Non appartiene a un solo luogo, ma in ogni luogo diventa identità. Ogni comunità vi riconosce la propria cadenza, il proprio accento, la propria storia.

Nel secondo volume della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, Giuseppe Pitrè dedica ampio spazio alla Ladàta o Lamentanza, riconoscendone il valore non solo devozionale, ma anche poetico ed etnografico. Pitrè non si limita a trascrivere un testo: osserva, confronta, misura le differenze, consapevole che ogni variazione è il segno di una tradizione viva. La Ladàta, così come egli la registra, appare già allora come un canto diffuso, condiviso da più comunità, con una struttura narrativa stabile e una cantilena che resiste al tempo. In quelle pagine, la voce del popolo entra definitivamente nella storia scritta.

Accanto allo sguardo del grande studioso, emerge poi la figura di Michele Polizzi, per tutti Micheli Pipa. Non un intellettuale, ma un testimone diretto. La sua voce, raccolta con cura e fedeltà, diventa fonte primaria, materia viva. In Micheli Pipa la Lamintanza non è oggetto di studio, ma pratica quotidiana, rito incarnato. Le sue versioni, corredate di note illustrative e varianti, mostrano quanto il canto fosse capace di adattarsi ai luoghi e alle sensibilità, pur restando fedele al racconto evangelico della Passione. È grazie a cantori come lui se la Ladàta ha continuato a respirare oltre i confini del secolo.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, altri nomi si aggiungono a questa silenziosa catena di custodi. Le Lamintanze vengono trascritte dalla viva voce di cantori provenienti da diversi centri della Sicilia centrale: Carmelo Vasuluci di Canicattì, Saverio Amico di Serradifalco, Pasquale Licciardo di Marianopoli, Giuseppe Cannitello di Vallelunga e Lucio Ricobene di Pietraperzia. Ognuno porta con sé una sfumatura, una cadenza, una scelta lessicale diversa, ma tutti partecipano allo stesso racconto corale.

Un tempo i ladanti venivano invitati, talvolta retribuiti con poche monete; più spesso cantavano per devozione, durante la Quaresima, la sera delle domeniche, e soprattutto nel Giovedì Santo. Era un appuntamento atteso, un rito che preparava al silenzio del Venerdì.

Oggi, mentre il Cristo nero avanza tra le fiaccole e il profumo acre dell’incenso, quelle stesse voci continuano a levigarsi nell’aria. Non sono semplicemente un accompagnamento musicale: sono la memoria che canta, la fede che si fa suono, il dolore che diventa arte.

E così, nel cuore della città, la Lamintanza non è solo un canto antico. È un ponte tra generazioni. È un funerale che ogni anno si rinnova. È la prova che i tesori più preziosi non sempre si conservano nei musei, ma talvolta nelle voci.

Un patrimonio immateriale che vive nella memoria degli uomini e che, grazie a queste trascrizioni, continua ancora oggi a parlare — e a cantare — alla città.

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