“La morte non può essere l’ultima parola sulla vita”. La Resurrezione di Pericle Fazzini: tra l’abisso atomico e il desiderio di vita

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di Edvige Presti

La Resurrezione è una scultura in bronzo e rame realizzata tra il 1970 e il 1975 da Pericle Fazzini, noto come lo “scultore del vento”, come è stato definito da Giuseppe Ungaretti. L’opera è custodita nell’Aula Paolo VI in Città del Vaticano (conosciuta anche come Aula Nervi). La scena è ambientata nell’Orto degli Ulivi, l’ultimo luogo di preghiera di Gesù; qui, un vento mistico lo solleva tra rami contorti, muovendogli i lunghi capelli e la barba. Il fondale evoca l’immagine di una Resurrezione che scaturisce dall’abisso di un cratere generato da un’esplosione atomica: un esplicito riferimento dell’artista alle tragedie di Hiroshima e Nagasaki.

Ciò che colpisce in quest’opera è l’inedito legame tra il Risorto e l’Orto del Getsemani. Solitamente, l’iconografia classica rappresenta Cristo mentre sorge dal sepolcro vuoto, levitando verso un cielo ormai lontano dalla dimensione umana. Fazzini, al contrario, sceglie di ambientare il miracolo proprio laddove Gesù ha dovuto affrontare l’estrema solitudine e il confronto diretto con la fine.

In quel luogo, i discepoli scivolano in un sonno profondo e persino Dio sembra rispondere con il silenzio all’accorato appello: “Allontana da me questo calice amaro”. È un’esperienza che l’essere umano sperimenta spesso: il silenzio divino nel momento del massimo dolore, quando ci si scontra con le piccole morti quotidiane o con l’addio definitivo. Nell’Orto degli Ulivi, il Figlio di Dio appare profondamente umano, tremante e sofferente come ogni mortale.

Ma è proprio il silenzio di Dio a rendere possibile un passaggio fondamentale: Gesù non è una vittima sacrificale passiva, ma sceglie di donare la sua vita per rimanere fedele al proprio “desiderio” più profondo. Egli non si limita a subire il destino, ma sconfigge una Legge mortifera che vorrebbe l’uomo piegato e rassegnato; vince perché libera la vita dai vincoli della pura necessità biologica, trasformandola in un atto di libertà. Gesù dona se stesso per testimoniare che esiste qualcosa di più forte della morte: la fedeltà a una vocazione che è, intrinsecamente, desiderio di vita.

“Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”. Questo paradosso evangelico suggerisce che, per vivere autenticamente, occorre talvolta sacrificare l’esistenza stessa in nome di una vocazione più alta. La storia recente ci offre esempi luminosi in tal senso: da Dietrich Bonhoeffer, che accettò il martirio per la sua causa, a Padre Massimiliano Kolbe, che offrì la propria vita per salvarne un’altra. Donarsi non significa consegnarsi alla morte, ma affermare la potenza della vita rimanendo integri fino all’ultimo.

Come scrive Massimo Recalcati, la morte non ha l’ultima parola perché resta sempre qualcosa di sovrabbondante e indistruttibile; ciò che rimane è generato paradossalmente proprio dall’annientamento: “Ogni esistenza porta in sé una trascendenza irriducibile”.

L’opera di Fazzini, legando la rinascita a una tragedia provocata dall’uomo come quella nucleare, suggerisce che esiste sempre una possibilità di redenzione. La “resurrezione” è, in fondo, una rinascita dalle ceneri della distruzione. L’artista esprime così il dolore per le ferite della storia, ma ribadisce una fiducia incrollabile nell’uomo e nella sua capacità di cambiare direzione, abbandonando la violenza per farsi guidare dall’amore. Perché, in definitiva, solo l’amore può liberare la vita dalla morsa della morte. Come ricorda Dietrich Bonhoeffer: “Solo l’amore crea”.

Edvige Presti

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