di Tina Duminuco
La Nebbia 1
Ipotesi
E’ una mattina di ottobre, mi sveglio al solito orario di quando andavo a lavorare.
Ormai la sveglia è incorporata nel mio stomaco.
Va bene… vado a mangiare!
Sbircio fuori alzando appena la tendina, dietro i vetri il cielo comincia a schiarirsi.
Non ci sono nuvole, allora sarà bella giornata. Preparo un tè profumato alla vaniglia, la marmellata di rose o di mele raccolte dal mio albero mi addolcisce la bocca.
La colazione è sempre stata un mio momento silenzioso e solitario perché quando andavo a lavorare gli altri dormivano ancora oppure… non facevano colazione.
Bene, sono pronta per uscire!
Quanto mi piace questa nuova libertà di camminare senza fretta, da sola o in compagnia di qualche amica, nell’aria fresca del mattino. Tutti i pensieri si dissolvono ad ogni respiro sotto i grandi alberi che scuotono le foglie facendo un rumore che sembra pioggia. Respiro a pieni polmoni mentre il sole comincia ad uscire sontuosamente bardato di nuvole rosa.
Oggi l’aria è più calda di ieri e mentre salgo su, tra i pini, nella strada che porta al monte Ottavio, la fatica si fa sentire un po, ma presto la salita ripida finisce e la strada si fa più dolce, snodandosi in docili pendii.
A sinistra in basso il museo della zolfara e i resti del forno Gill ricordano un passato di fatica e dolore, quando su questo monte non cresceva più un filo d’erba a causa dell’anidride solforosa che bruciava terre e polmoni. A destra degradano terre coltivate solo in parte perché molto ripide. Grandi pini mediterranei costeggiano la strada. In fondo alla vallata, mandorli, olivi e piccole case di campagna.
Ma oggi il paesaggio rivela una sorpresa: un grande lago ha preso il posto della terra.
Piccole isole emergono alla luce del sole.
Sutera, sul suo monte a “panettone” stamattina è una grande isola che si adagia sopra questo lago, sempre con il monte Cammarata dietro a guardarle le spalle.
I suoi abitanti, superato lo stupore, potrebbero forse scendere alla riva, prendere una barca (adatta allo scopo) e navigare fino a raggiungere il prossimo scoglio che si alza difronte. Potrebbero addirittura arrivare qui velocemente, volendo, senza dover fare tutte le curve e i tornanti delle strade di sempre.
Il lago è calmo, immobile, con candide spume modellate con cura, bello da vedere.
Lattiginoso, luminescente, leggermente velato di azzurro, dall’apparenza soffice e delicata.
Verrebbe voglia di assaggiarlo.
Sicuramente ci vorrà una barca leggera, di carta forse, per non affondare… ma se si affonda, sotto, si incontreranno i tetti del vicino Nadure che come Atlantide vive sommerso.
E i suoi abitanti, probabilmente, ancora dormono ignari sotto la morbida coltre di nebbia.
La nebbia 2
Il Viaggio
“ Paolì…chi fà dormi?” ….
“ No, sveglio sono da tanto tempo”- rispose Paolino
“ Che dici, usciamo? Ho voglia di sgranchirmi le gambe ”- riprese Onofrio
“Anche io. Queste Sante Casce sono belle, preziose, di argento… artistico quanto vuoi….ma sono piccole e scomode!”
“Hai ragione… e poi è tanto tempo che non ci vengono a prendere. Con questa storia della pandemia non sono venuti come ogni anno, tutti insieme con la banda in processione a farci quella bella festa !”.
Usciti fuori dal Santuario fecero un giro attorno alla grande piazza deserta.
“ Non mi ricordavo più di quanto era bello qui ! ” disse Paolino, appoggiandosi al Pastorale ( d’argento anch’esso).
Dall’alto del monte, che aveva preso il nome San Paolino proprio da lui, si vedeva un panorama magnifico. Lo sguardo spaziava su quel cielo limpido del primo mattino dove il sole non era ancora spuntato .
Ma con grande sorpresa Onofrio affacciandosi alla balaustra vide che al di sotto delle case abbarbicate una sopra l’altra, oltre quelle tegole di coccio antico, non c’erano le verdi terre che degradavano a perdita d’occhio fino al vallone delle Raffe, ma un unico immenso lago bianco che aveva trasformato la montagna in un’isola.
“Paolì… talìa che bello! Perché non scendiamo a farci una passeggiata?”
“Si, andiamo”- disse Paolino.
Tenendosi per mano, giacché dopotutto avevano una certa età, si incamminarono per la ripida discesa. Arrivati alla campana Onofrio, che era il più intraprendente (essendo stato in gioventù re di Persia), volle subito suonare, godendosi i rintocchi che si espandevano per tutta la valle.
“ Eh, eh, svegliatevi dormiglioni… “ gridava dall’alto e rideva contento.
Paolino avanzava solenne, come faceva sempre in processione, ma anche lui era contento come… una Pasqua.
Arrivati nella parte più bassa oltre le case si trovarono sulla riva del grande lago.
Luminescente, soffice, con onde dolcemente modellate sembrava fatto di latte come il biancomangiare. Restarono a guardare affascinati per un po.
“Che facciamo Nonò… torniamo indietro?”
“Ma no, attraversiamo !”
“Come? “
“Ci vuole una barca leggera… di carta forse andrebbe bene. Dopotutto siamo Santi, possiamo fare miracoli!”
“ Si “- disse Paolino, senza tentennamenti. “ Spostiamoci proprio là difronte dov’è il monte Ottavio e poi andiamo a trovare il carissimo Giuseppe, lo facciamo scendere dal suo piedistallo e lo portiamo con noi a fare una bella gita in barca… su questo splendido lago di nebbia!”
La nebbia 3
Atlantide
Crocetta si svegliò a fatica perché dalle persiane socchiuse entrava poca luce e notò che c’era uno strano silenzio, per essere mattina. Nessun uccello cantava ancora, niente, neanche il cinguettio di quei passeri mattinieri che hanno fame subito. Allora si girò dall’altra parte pensando di riaddormentarsi… ma la sua sveglia interna gli disse che non era più tempo di dormire.
Si alzò, si avvicinò alla finestra e… non c’era nulla. Tutto sparito, solo un chiarore lattiginoso, come dentro un bicchiere di orzata. Che strano, pensò, voglio andare a vedere fuori com’è! Si mise il cappotto sopra il pigiama e uscì. Alzò il cappuccio sulla testa perché si sentì subito bagnare i capelli. Continuava a non vedere niente. Allungando le mani come fosse cieca, brancicava dentro quella impalpabile umidità. Sembrava solida vista da lontano ma poteva passarci dentro.
“ Chissà che gusto ha? Latte di mandorla? Orzata, ? Anice? “
No… non sapeva di niente.
Allora le venne un’idea folle: cominciò ad agitare le braccia come fossero ali e… si… funzionava! Si stava alzando lentamente dentro quella nuvola densa e soffice. Lei, che non sapeva nuotare, adesso si muoveva liberamente e stava attraversando quello spazio ovattato, che diventava sempre più luminoso a mano a mano che saliva. Alzando gli occhi intravide una sagoma sulla sua testa che sembrava una barca. Si spostò per non urtarla. Continuò a salire e mise la testa fuori, respirando l’aria finalmente asciutta .
Si guardò attorno. Era circondata da un grande lago bianco e fluorescente, lattiginoso e calmo, dolcemente modellato di morbide spume.
Cercò di avvicinarsi alla terra che era alle sue spalle. Cime di ulivi, rami alti e nodosi e poi all’orizzonte, Monte San Paolino, adagiato comodamente sulle sue casette bianche.
Uscì, finalmente, riscaldandosi il viso al sole tiepido che splendeva alto adesso. Si mise a sedere su un grosso masso di gesso che luccicava qui e la, mentre cercava di riprendersi.
Poi girò lo sguardo sopra il lago che aveva coperto e sommerso il suo paese…e la vide chiaramente. Si, la barca scivolava leggera sulla superficie evanescente.
Era una grande barca di carta, come quelle che fanno i bambini strappando i fogli dei giornali. Dentro due sagome luminose, vestite con ampi mantelli, avanzavano solenni come in processione. E allora li riconobbe: erano Santo Onofrio e San Paolino, quelli delle Sante Casce, che normalmente abitavano nel santuario, lassù in alto. Li aveva sempre visti nei santini della loro la festa.
Si inchinò devotamente al loro passaggio e rimase lì, ferma a guardarli finché non li vide sparire all’orizzonte, inghiottiti dalla nebbia.
La nebbia 4
L’incontro
Scesi dalla barca, che pur essendo di carta aveva retto bene la traversata, Onofrio e Paolino risalirono rapidamente la collina e poi, giunti alla piazza grande rallentarono il passo per godersi lo spazio, ora che il sole aveva ripreso possesso di ogni angolo buio.
La piazza era comunque deserta. Tutti dormivano ancora da la serra a lu pinninu.
Meglio così.
Giunti alla piazzetta si trovarono davanti alla scalinata della chiesa, si fermarono a guardare la facciata giallo sabbia racchiusa tra due paraste più chiare, le due finestre nella parte centrale, i due campanili in alto a destra e sinistra culminanti in una insolita “ copertura” in tralicci di ferro che disegna un tetto piramidale.
Le quattro statue scolpite dentro le nicchie (su cui ancora dormivano affezionate colombe) si guardarono tra loro e poi sorrisero accoglienti…
“Salite, entrate, vi aspettavamo”.
Non c’era neanche bisogno di bussare al grande portone (anche per non svegliare il parroco)…passarono attraverso, come avevano imparato a fare da tempo,e si trovarono nella chiesa silenziosa.
L’unica grande navata era illuminata dalla luce del sole che entrava dalle finestre evidenziando il bianco delle pareti. L’azzurro e l’oro delle decorazioni sottolineavano la struttura senza appesantirla. Non era il barocco pesante e mistificatore, non la persuasione illusionistica o misticismo esasperato delle ricche chiese importanti. No, la bellezza semplice di un popolo umile, l’eleganza composta di una architettura povera e dignitosa che non ostenta… ma non si accontenta.
Avanzarono lentamente tra i banchi fino all’altare del “Santo Falegname”.
“ Peppì… dormi? “
Il Grande Vecchio si scosse meravigliato, si scostò per un attimo dal Bambino vestito di azzurro.
“Onofrio… Paolino.. che gioia vedervi qui, come mai questa sortita?”
Chinando il capo rispettosamente i due santi si avvicinarono.
“Volevamo sapere come stai ? E’ tanto tempo che non usciamo dalle nostre Casce d’argento”.
“Io sto bene… anche se qualche tarlo mi tormenta alle caviglie, la gente mi vuole bene come sempre…Anzi con questa pandemia che ha portato lutti e sofferenze, quest’anno mi sono stati particolarmente vicini con il cuore e con la mente, a chiedere aiuto e consolazione.”
“ Volevamo invitarti ad uscire con noi in questa giornata particolare e fare una gita insieme.”
“ Grazie miei Cari…ma non posso lasciare il Bambino… vedete la sua manina sempre tesa verso la mia?..il suo sguardo fiducioso? No, no, io devo restare qui accompagnarlo per le strade della vita, fino a quando non arriverà il suo momento di dolore.
Allora io non potrò più fare niente per salvarlo… ma fino ad allora io ci sarò. Come sanno fare solo i padri premurosi .”
A queste parole i due vecchi amici si inchinarono di nuovo, anche per nascondere la commozione e uscirono per tornare a casa.
Fuori il sole era ormai alto, la piazza si era animata con le bancarelle del mercato. Le signore si scambiavano le ultime notizie sul tempo, sempre troppo freddo o troppo caldo, sulle attività delle vicine di casa e sull’andamento della pandemia riferita dall’ultimo virologo di turno.
La nebbia si era sciolta al calore del sole e la valle aveva ripreso il suo spazio colorato di verde e di marrone.
Il parroco, attraversando la navata per andare ad aprire il portone, sbirciò distrattamente l’altare alla sua sinistra ed ebbe un attimo di smarrimento nel vedere la grande statua di San Giuseppe in un atteggiamento diverso dal solito. Si fermò ad osservare attentamente: forse era una sua impressione… ma il mantello era un po’ spostato e c’era qualcosa di nuovo nel suo viso, che era chiaramente girato verso il basso. Anche il bambino stringeva adesso la sua mano come se lo volesse tirare a se … e rideva.
Si rideva, rideva come non aveva mai fatto prima e i suoi occhi scintillavano di gioia come due stelle.
Tina Duminuco

