La processione dei contadini a Santa Caterina Villarmosa: fede, esclusione e riscatto popolare

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di Giuseppe Vallone

Nel contesto della religiosità popolare dell’entroterra siciliano, Santa Caterina Villarmosa conserva
una delle tradizioni più significative legate alla Settimana Santa: la processione notturna del Venerdì
Santo. Un rito che, al di là dell’aspetto devozionale, riflette in modo evidente la struttura sociale del
paese nei secoli passati.
Le origini della processione sono riconducibili al mondo contadino. In epoca precedente, tuttavia, la
gestione del rito era prerogativa esclusiva del ceto dominante, costituito non da famiglie nobili in
senso stretto, ma da una borghesia agraria locale: proprietari terrieri e famiglie economicamente
influenti che esercitavano un ruolo egemone all’interno della comunità.

L’urna del Cristo morto, conservata in un locale oggi adibito a Biblioteca comunale, veniva portata
in processione proprio da queste famiglie dominanti, le quali, attraverso la partecipazione al rito,
manifestavano non solo la propria devozione religiosa, ma anche il proprio prestigio sociale.
La popolazione contadina, pur profondamente religiosa, risultava inizialmente esclusa da tale
partecipazione attiva.

Secondo la tradizione orale locale, questa condizione generò tensioni che
sfociarono in un episodio significativo: un gruppo di contadini forzò l’ingresso del locale dove era
custodita l’urna, rivendicando il diritto di portarla in processione
. Tale gesto, oltre al valore
simbolico, rappresentò una frattura evidente rispetto all’ordine sociale vigente.

A seguito di questo episodio, la processione assunse una configurazione duplice. Si sviluppò, infatti,
una distinzione tra la processione notturna e quella pomeridiana del Venerdì Santo.
La processione notturna, che si svolge tra la notte del Giovedì Santo e l’alba del Venerdì Santo,
raggiunge il suo momento più significativo alle ore 4:30 del mattino del Venerdì Santo. Essa venne
affidata ai contadini, i quali, vestiti con abiti quotidiani, trasportavano i simulacri della Madre
Addolorata e del Cristo morto lungo le principali vie del paese,
tra cui via Dante (già via dei Santi) e via Vittorio Emanuele, fino alla chiesa del convento, luogo simbolicamente associato al Calvario.

La seconda processione, quella pomeridiana, rimaneva invece appannaggio della borghesia locale.
In essa, l’urna veniva condotta al “sepolcro” in un contesto più formale, con i partecipanti vestiti in
modo elegante, secondo una ritualità che continuava a riflettere le distinzioni sociali del tempo.

La processione notturna si caratterizzava per un’atmosfera profondamente raccolta e partecipata. Il
silenzio delle prime ore del mattino, denso di attesa e devozione, veniva rotto dai cosiddetti
“lamenti”, canti tradizionali di origine popolare
che accompagnavano il corteo e contribuivano a
creare un forte coinvolgimento emotivo e religioso.
Nel corso del tempo, il mutamento delle condizioni sociali e il progressivo superamento delle rigide
divisioni di classe portarono a una graduale convergenza tra le due processioni.
Pur mantenendo
alcune differenze formali, esse finirono per integrarsi in un unico sistema rituale condiviso
dall’intera comunità.
Ancora oggi permangono elementi che richiamano tale distinzione originaria: durante la
processione notturna i portatori indossano abiti quotidiani,
mentre nella processione pomeridiana
vestono in maniera più formale; inoltre, in quest’ultima è presente anche la rappresentanza
istituzionale del Comune, con il sindaco che indossa la fascia tricolore.

La processione di Santa Caterina Villarmosa rappresenta dunque non solo un momento di
devozione religiosa, ma anche una testimonianza storica delle dinamiche sociali del paese. In essa si riflette il passaggio da una società gerarchicamente strutturata a una comunità più coesa, nella quale
la partecipazione al rito diventa espressione condivisa di identità collettiva.

Giuseppe Vallone

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