La rivolta dei colori

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di Emilio Duminuco

Adesso facciamo le ombre, disse il maestro di acquerello.

Useremo il blu cobalto. 

Sorrise lui, il cobalto! Il vanitoso cobalto, dalla sua postazione privilegiata, lì in alto, nella prima casella della tavolozza dei colori. Sapeva di essere il preferito del maestro. 

E con aria di commiserazione guardò verso la cassetta dei colori, dove il nero e il bianco giacevano chiusi nel loro tubetto intonso.

Che ti dicevo, disse mestamente il nero al tubetto di bianco che stava lì di fianco, dritto nella sua confezione mai usata. 

E sì, oramai è così, noi non serviamo più a niente, nemmeno per le ombre, che poi da che mondo e mondo le ombre si sono fatte con scale di grigi, quel bel grigio che nasce dalla nostra fusione.

Hai ragione, disse il bianco, con voce commossa.

Ricordi, continuò il nero, ricordi i bei tempi antichi quando le tele si preparavano con un bel fondo scuro, ricordi Caravaggio con i suoi fondi neri e quelle pennellate di bianco a generare la luce, ricordi i fiamminghi.

Hai ragione e vogliamo parlare dei fondi di biacca? Adesso questi ci vengono a dire che il bianco è il non colorato, ma come? 

E la natura che l’ha fatto a fare il titanio.

C’è stato perfino quel tizio che prendeva le tele grezze e le tagliava con la lametta e tutti a dire: che bravo, che artista originale.

E io allora? Disse il tubetto di verde vescica. Mi piacerebbe conoscere quel genio che mi ha dato questo nome, che tutti pensano che puzzo di pipì.

Qualcuno assentì, altri sorrisero.

A quel punto fu tutto un brusio di: hai ragione, disse il terra di Siena bruciata, l’ocra pallido, il grigio di payne, il bruno Van Dyck…

Ma scusate, interruppe il Blu cobalto, non è colpa mia se sono uno dei tre colori primari.

Poi rivolgendosi al rosso e al giallo continuò: su ragazzi, dite qualcosa anche voi a questi poveri meticci! 

Ha ragione il blu, disse altezzoso il secondo colore della tavolozza: io sono il rosso, il colore del fuoco e il colore del sangue, e questo vi basti!

E io sono il giallo, il colore del sole e senza di me non ci sarebbe la vita. 

Per un attimo tutti tacquero.

Poi dal fondo della tavolozza, dove giaceva un grumo di colori rinsecchiti, si udì una vocina: posso dire qualcosa anch’io?

Sentiamo disse il cobalto.

Grazie. 

È vero, signor blu, signor rosso e signor giallo, le leggi della fisica e della rifrazione ci dicono che è dalla vostra mescolanza che si possano ottenere i colori di cui siamo costituiti noi “meticci”, ma le stesse leggi ci dicono che dalla vorticosa rotazione dei colori si genera la luce e la scomparsa del colore. 

A quel punto alzando il tono disse: fratelli meticci, suvvia, è arrivato il momento di dare una lezione a questi presuntuosi. 

Scusa cosa dobbiamo fare, chiese il grigio topo opaco, che non spiccava per acume.

Devi cominciare a vibrare, disse il fucsia brillante che aveva capito tutto.

Come per magia la tavolozza cominciò a oscillare, prima lentamente, poi sempre più forte, e più vibrava e più i colori perdevano brillantezza, e più ruotava più i colori si attenuavano finché della tavolozza non rimase che un’ombra.

Poi apparve la vivida luce di un’alba di primavera. 

Qualcuno dice di aver sentito anche il cinguettio di un colibrì, ma di questo non se ne ha contezza.

È certo invece che il maestro non trovò più la sua tavolozza dei colori.

Emilio Duminuco 

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