L’Urna, storia di abbandono, rinnovamento e progetti falliti

Francesco Daniele Miceli
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Dopo il Mercoledì delle Ceneri, Caltanissetta torna lentamente a riconoscersi. Ieri c’è stato il primo Sabatino: quello dei Civili e dei galantuomini. Una messa nel Duomo, poi la processione del Santissimo Sacramento tra le navate. Non c’è folla, non c’è rumore. C’è l’incontro. Volti che si cercano e si trovano puntuali, come ogni anno. È il momento in cui la Quaresima prende forma, e la Settimana Santa inizia a farsi strada, ancora sottovoce.

Ci sono quelli dell’Associazione Giovedì Santo, che da decenni custodiscono e coordinano il cammino delle Vare. E ci sono i devoti della Sacra Urna, legati a una delle vare più belle e più cariche di silenzio. C’è la Cattedrale fatta di uomini e donne che qui si sentono a casa, e che giustamente considerano l’Urna un tesoro prezioso da custodire e tramandare. Proprio l’Urna, che contiene il corpo di Cristo, porta con sé una storia irregolare, fatta di tentativi, di progetti rimasti sulla carta e di oggetti perduti. Una storia che oggi, in coincidenza con il primo sabatino, vale la pena raccontare.

Nella puntata precedente di questa rubrica vi avevamo parlato degli Alesso, i due precursori che nel 1840 diedero vita alla prima processione. La prima “urna”, però, era ben lontana da quella che conosciamo oggi. Era un lenzuolo bianco, sul quale veniva adagiato il Cristo morto, custodito nella chiesa di San Sebastiano… dentro un’urna.

Perché allora non portare in processione quell’urna, già esistente? Non tanto per il peso — era tutta di legno — quanto perché era costruita a metà, pensata per stare appoggiata al muro. Dopo l’esperimento del lenzuolo, il Cristo morto andò in processione su un cataletto. Era lo stesso della Madonna Assunta, perché il 15 agosto non sfilava l’Assunta circondata dagli angeli del Biangardi, ma la Madonna dormiente. Quel lettino divenne così il mezzo per portare il Cristo morto: era in questo modo composta la tredicesima vara.

Nel 1850 il barone Luigi Lanzirotti e il dottor Giuseppe Livolsi promossero una sottoscrizione tra preti e civili per la costruzione di una vera urna. A realizzarla fu Giuseppe Dellaira, palermitano. L’Alesso costruì il Cristo morto e cinque putti: uno in cima e quattro agli angoli. A completare l’opera fu il doratore Giuseppe Miccichè, mentre i velluti furono forniti dai fratelli Di Benedetto. Ne nacque un’urna meravigliosa, solenne, amata.

Poi arrivarono i Biangardi.
Dal 1883 iniziarono a rinnovare profondamente la processione, sostituendo una dopo l’altra le vare: prima la Veronica, poi l’Orto, la Cattura e così via, fino ad aggiungere tre scene che prima non uscivano in processione — la Cena, Caifa e la Scinnenza. Un nuovo linguaggio, più narrativo, più teatrale.

Si arrivò così al 1887. Francesco e Vincenzo Biangardi stavano lavorando al progetto di una nuova Urna, più coerente con le altre vare. L’idea era chiara: guardie romane, donne piangenti, il Cristo disteso. Un sepolcro scavato nella roccia, come raccontano i Vangeli. Un’urna che non fosse solo contenitore, ma racconto.

Quella vara, però, non fu mai realizzata. Rimase su carta. Vincenzo morì e Francesco rimase solo. Solo, nel 1892, costruì l’Urna che oggi tutti conosciamo: un trionfo barocco, con l’angelo sospeso in volo. Bellissima, ma lontana da quel progetto del 1887.

E la vecchia urna?
Gli abitanti di Milocca, l’attuale Milena, la chiesero per portarla in processione. La risposta dei nisseni fu un netto rifiuto. I cinque angioletti, però, vennero donati alla Congregazione del Popolo e della Bambina, la stessa che accompagnava il Nazareno la domenica delle Palme: avrebbero così abbellito il carro di Gesù Nazareno.

Dell’urna antica non si seppe più nulla.
Dimenticata in uno sgabuzzino della Cattedrale. Perduta. Forse distrutta. Forse no.

Chissà. Forse giace ancora lì, sepolta tra quelle mura. Le bombe della Seconda guerra mondiale frantumarono i vetri dell’urna attuale, ma lasciarono intatto il gruppo scultoreo, che dalla sua costruzione non ha mai lasciato la Cattedrale. Un segno.

La Chiesa partecipa alla processione con il suo simulacro, l’Urna. Ma non è sola. Accanto ci sono gli altri proprietari delle Vare:  i fornai, i pastai, i macellai, gli ortolani. C’è il popolo intero. La celebrazione non resta chiusa nello spazio sacro: esce, va in strada, attraversa corsi e vicoli che appartengono al quotidiano.

Ed è qui che l’Urna, nella Spartenza, diventa protagonista. Quando la processione si scioglie e le altre vare abbandonano la piazza, l’Urna rientra in Cattedrale. Il sacro torna al suo posto. E, nello stesso istante, il mondo fuori smette di essere “sacro” e ritorna a essere quello di sempre.

Ma qualcosa resta.
Perché, per qualche ora, il quotidiano ha ospitato il Sacro. E il sacro ha accettato di camminare dove si vive davvero.

foto Antonio Caffo

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