di Tina Duminuco
“Ho fame papà…
“Sento freddo mamma…
“Ho paura, mamma… questo mare è cattivo…
“Ho perso il mio peluche mamma, è caduto nell’acqua… lo vado a prendere?…”
“Verrà qualcuno amore, tieniti forte e non avere paura..
Verrà qualcuno, verrà qualcuno, verrà qualcuno…
Verrà qualcuno, verrà qualcuno, verrà qualcuno…
verrà qualcuno, verrà qualcuno…
“Mamma la vedi all’orizzonte quella ombra bianca ? Si avvicina, sembra un uomo vestito di luce e
cammina sull’acqua … –
“ Non avere paura, forse ti porterà con sè dove non c’è più freddo e non avrai più fame… Ma forse
prima arriverà qualcuno su una barca, ti prenderà tra le braccia, raccoglierà il tuo peluche e ti
porterà sull’isola dei limoni. Io verrò con te amore e avremo una nuova vita.
-“Inshallah” –
“Raccoglieremo fiori di mandorlo nelle ventose giornate di marzo e li lasceremo volare nel vento.
Faremo ancora gli aquiloni e canteremo canzoni spensierate. ”
-“Inshallah” –
-“Inshallah”-
-“Inshallah”-
Era buio dentro il battello, c’era odore di nafta e sudore, di urina e di paura.
Il piccolo Alì si stringeva al corpo della madre, la testa sulla sua pancia morbida dove avrebbe
voluto tornare forse, e cercava di dormire ma non ci riusciva. I suoi occhi restavano aperti,
spalancati per cercare di vedere qualcuno, qualcosa che lo facesse sentire meglio. Forse fuori c’era
la luna, quella falce di luna sottile che vedeva dalla sua finestra prima di addormentarsi. Ma qui era
tutto chiuso, tutto nero e c’era il rumore del motore che riempiva quel buio completamente. C’era
un movimento continuo oscillante che gli dava la nausea. Non sentiva neppure la fame, ma la sete
si, quella lo tormentava da tempo. Aveva la gola secca e la lingua asciutta senza saliva. Ormai non
chiedeva più a sua madre-” Quando arriviamo?”- perché sapeva che gli avrebbe fatto una carezza
dicendogli di dormire. Ma lui non dormiva. Aspettava che si aprisse quel portellone che li aveva
chiusi dentro non sapeva più da quanto tempo.
Stavano li dentro tutti seduti sul pavimento ammonticchiati uno accanto all’altro, uno sopra
l’altro non sapevano più da quanto tempo. C’erano tanti bambini come lui, alcuni li conosceva altri
no. Molti erano con le mamme, altri erano soli. Si erano visti prima di salire, si erano sorrisi
avevano pure cercato di giocare, ma gli uomini cattivi li strattonavano, li spingevano su per la
scaletta gridando e poi giù dentro quella botola fredda e puzzolente, dentro la stiva di quel
peschereccio. Lui all’inizio non aveva paura, si stringeva alla mano di sua madre e saliva contento perché sapeva che questo viaggio li avrebbe portati lontano in quel paese dove si stava in pace, dove
lui poteva andare a scuola, dove avrebbe mangiato tutti i giorni.
A questo pensava quando si nascondeva dalle bombe, quando si nascondeva dai soldati, quando
scappava nella foresta, quando la sua scuola non c’era più. A questo pensava quando suo padre era
morto, quando sua madre l’avevano picchiata, quando il suo fratellino l’avevano portato via per
andare a combattere, quando non c’era più niente da mangiare…Chiedeva spesso :
“Ci sarà un posto dove possiamo andare mamma? ”
“ Ci sarà un posto anche per noi?”
Sua madre Shamira lo guardava e diceva:
”Si un giorno partiremo…Vedrai sarà bellissimo, faremo un viaggio su una grande nave e
arriveremo in una città bianca e pulita dove vivremo in pace per sempre.”
Ne parlavano i grandi tra loro, ne parlavano con certe persone che dicevano a bassa voce:
“Si può fare… però ci vogliono i soldi, ci vuole tempo, ve lo diciamo noi…”
E finalmente era arrivato quel giorno! Avevano trovato i soldi ed erano partiti insieme a tanti
altri in una notte silenziosa e tiepida, buia e senza luna. Ali si era voltato per l’ultima volta a
guardare il suo villaggio nascosto tra gli alberi, aveva chiuso gli occhi per non piangere. Aveva
portato con se un piccolo gioco di legno che suo padre aveva intagliato prima di morire: era il suo
talismano e lo portava in tasca, lo toccava sempre quando aveva paura.
Durante il viaggio era stato bravo: aveva portato il suo piccolo sacco, aveva fatto silenzio quando
c’era da fare silenzio, si era nascosto quando c’era da nascondersi, aveva camminato sempre senza
lamentarsi anche se gli facevano male i piedi. Erano passati molti giorni, avevano visto tanti uomini
che davano ordini, uomini sempre arrabbiati e lui non capiva perché. Sua madre gli diceva di stare
zitto, di avere pazienza. E finalmente erano arrivati al mare, quel mare nero dove li aspettava un
battello che a lui sembrava tanto grande… ma loro erano troppi, una folla enorme che spingeva per
salire. Lui così piccolo scompariva tra le gonne delle donne e con lo sguardo cercava gli altri
bambini che come lui si nascondevano .
“ State calmi“- gridavano gli uomini cattivi- “Prima le madri con i bambini…salite ed andate
nella stiva, presto, maledetti mocciosi, sbrigatevi!”.
Li spinsero dentro e chiusero il portellone. Poi fecero salire tutti gli altri, tanti altri. Quanti ce ne
potevano stare in piedi senza lasciare inutili spazi vuoti. Tutti tacevano, come la giudiziosa merce
quale erano… Certo erano privilegiati perché potevano stare sul ponte a respirare!
Si sistemarono uno accanto all’altro sostenendosi nel vento.
“Certo per avere un futuro migliore si può fare qualche sacrificio”- pensavano…
E partirono mentre il cielo era ancora scuro ed il mare calmo, andavano veloci nel vento che sapeva
di sale. Sarebbero arrivati in fretta alla terra promessa… Forse.
Intanto il piccolo Alì nel buio della stiva aveva chiuso gli occhi e, stringendo il suo
talismano, si era addormentato mentre sua madre gli accarezzava i capelli e gli cantava piano la
canzone che anche sua nonna aveva cantato a lei. Cantava anche per gli altri bambini che erano
attorno e anche loro smisero di piangere per un po’. Quasi tutti dimenticarono dove si trovavano,
chiusero gli occhi e qualcuno perfino sorrideva.
Il tempo,
il tempo,
il tempo si era fermato?
O scorreva ancora?
Il piccolo Ali, il piccolo Fahad, il piccolo Shajan dormivano e non sentivano più quel forte rumore,
solo il movimento delle onde che li cullava.
All’improvviso dentro i loro sogni entrò il terrore. Fu un precipitare di corpi e di oggetti.
Urla e mani che si aggrappano si stringono si spezzano. Paura e dolore sangue e disperazione.
Poi acqua fredda e gasolio in bocca nel naso negli occhi nei polmoni.
Silenzio
Silenzio
Silenzio
Il piccolo Alì apri gli occhi e vide che c’era luce. Una bella luce chiara che illuminava un
mare limpido e trasparente. C’erano pesci colorati e coralli alti come alberi.
Si alzò e non sentiva più dolore alla testa. Si mise a camminare senza fatica, saltellando sollevava la
bianca sabbia del fondale. Respirava bene dentro quel mare, respirava con la bocca e con il naso.
Accanto c’erano altri bambini e come lui si alzavano stupiti e si muovevano tra anemoni e stelle
marine con occhi spalancati. Camminavano nel silenzio senza parole ma si capivano con uno
sguardo. Si presero per mano e avanzarono incerti.
Erano tanti, ma tanti…
Si guardavano intorno e andavano avanti senza sapere dove. Ogni tanto incontravano qualcuno che
conoscevano e lo prendevano per mano.
Erano tanti, ma tanti…
Scendevano dall’alto lentamente, come grandi lenzuola colorate. C’erano uomini e donne giovani
con gli occhi ancora pieni di paura. Toccavano il fondo e poi piano piano si alzavano stupiti e
disorientati.
C’erano delle mamme che sorridevano vedendoli arrivare… e allora ogni bambino si mise a cercare
la sua e corse ad abbracciarla.
In lontananza si vedeva una città bianca con alte torri, cupole dorate e minareti, archi gotici e
rosoni. Una città splendente tra le alghe che fluttuavano morbide sfiorando appena le alte mura.
Sembrava costruita proprio per loro. Era come se li aspettasse da sempre. Le porte erano aperte e
dalle finestre uscivano nugoli di pesci che sembravano uccelli. C’erano grappoli di conchiglie di
madreperla che rifrangevano la luce di un sole remoto e misterioso che stava dentro la città non
fuori. I bambini si misero a correre, anzi a galleggiare, anzi a saltellare a grandi balzi, leggeri e
veloci. Cominciavano già a divertirsi.
Il piccolo Ali si fermò un attimo, prese la mano di sua madre e tirandola verso di se chiese a bassa
voce, per non farsi sentire dagli altri:
” Ma allora è questa la città dove stavamo andando? La città dove non avremo più fame, ne freddo,
ne sete? Dove nessuno ci caccerà via e potremo vivere in pace?
Shamira abbasso lo sguardo, ma in quel momento una grossa nuvola nera passava dentro
suoi occhi e le annebbiava la vista. Si fermò a pensare aspettando che tornasse chiaro …
Poi tirò un lungo sospiro, gli accarezzo la fronte ( dove si era già rimarginata una ferita ed era nata
una pelle liscia liscia proprio nuova) lo guardò negli occhi con dolcezza e rispose :
“Si amore mio!… E qui vivremo in pace per sempre”.
Tina Duminuco

