Moby Dick, il racconto di una leadership negativa, ossessionata dal “nemico” e dalla volontà di distruggerlo, che porta alla distruzione l’intero equipaggio della propria nave. Una metafora del potere, dal capolavoro di Melville, il “Moby Dick” portato sulla scena del teatro Rosso di san Secondo di Caltanissetta dalla compagnia guidata da Moni Ovadia per “La Bella Stagione” diretta da Alessandra Falci.
Un equipaggio multietnico, di etnie e di religioni diverse, proprio come il “melting pot” del popolo americano, con una guida carismatica, il Capitano Acab, misterioso e ammantato di un fascino sinistro, che galvanizza nella caccia ossessiva alla Balena bianca tutti i suoi uomini tranne uno (è la democrazia, per fortuna), ma li trascina con sé verso l’autodistruzione, come sempre avviene quando prevale l’istinto di morte sull’istinto di vita, condizione purtroppo molto attuale nel mondo di questi tempi.
Un impianto scenico potente e suggestivo con il mare e il cielo in tutte le loro variazioni ad invadere lo sfondo da un maxischermo in perenne movimento, e una compagnia di attori molto impegnati su un testo sceneggiato in modo forse troppo datato, che si sono sforzati di rendere nelle sue molte valenze di contemporaneità.
Moni Ovadia giganteggia sulla scena, ma non emoziona, spendendo la sua splendida voce su un piano retorico un po’ di maniera, tecnicamente ineccepibile ma poco coinvolgente per lo spettatore, monocorde nella sua ossessione distruttiva, anche se efficace nel disegnare un Capitano intriso di tentazioni misticheggianti e contraddittorie, che può evocare un commander in chief a stelle e strisce molto più attuale, purtroppo, alla costante ricerca di un nemico che dia senso alla sua leadership.
Comunque una pagina di grande teatro, approdato a Caltanissetta in prima regionale, allestimento scenografico suggestivo, vero protagonista della piece: un mare minaccioso pronto a fagocitarci, se soltanto ci lasciamo prendere dalla follia distruttiva del Capitano.


