Nei giorni della missione Artemis. Il ritorno dell’uomo sulla Luna. Intervista (impossibile) con Neil Armostrong, Il primo uomo che il 21 luglio del 1969 mise piede sul nostro satellite

Lillo Ariosto
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Fra le diverse passioni che coltiviamo non ci poteva mancare quella degli orologi da polso. Comprendere il tempo, marcarlo e misurarlo ci ha affascinati sin dalla preadolescenza. Nel 1962, convincemmo papà a farci conoscere il linguaggio delle lancette dell’orologio, spingendolo a regalarci il nostro primo “Prinz” da 36 millimetri. Non andavamo ancora a scuola. Con il tempo e grazie al lavoro nella nostra professione abbiamo potuto godere di alcuni segnatempo e di molti cronografi. Uno fra questi, il primo orologio che – come da pubblicità del marchio dal logo greco – “E’ andato sulla Luna” , al polso dei primi astronauti che conquistarono il nostro satellite.

Dal primo orologio siamo passati al primo uomo sulla luna. Abbiamo voluto conoscere (nella fantasia virtuale) un aviatore navale, veterano della guerra di Corea, ingegnere aerospaziale, nonché comandate della missione Apollo 11, Neil Armstrong. Il primo uomo sulla Luna.

– Comandante Armstrong, la ringraziamo per averci accordato questa conversazione. Lei, il primo uomo sulla Luna, rappresenta il culmine del programma spaziale americano degli anni ‘60 del secolo scorso, gestito dalla NASA come ente civile. Molti dei suoi colleghi provenivano però dalle Forze Armate degli Stati Uniti d’America. Quale era il suo grado?

– E’ vero. Quasi tutti i primi astronauti provenivano dalle forze armate. Per la maggior parte giungevano dalla Marina, dall’Aeronautica, molti dai Marines. Le prime missioni della NASA erano, oggi lo si può dire, voli sperimentali ad altissime prestazioni ma soprattutto ad altissimo rischio. Veniva richiesta oltre che una grande esperienza e un’alta competenza scientifica, anche una forte predisposizione al sacrificio e un elevato grado di coraggio. Molti, pur entrando nel programma spaziale della NASA, che era un ente civile, restavano ufficiali attivi, come Buzz Aldrin che era un colonnello dell’Aeronautica.

– Quindi lei era un militare.

– Devo dirle che al momento della missione Apollo, nel 1969, ero un civile. Durante la guerra di Corea ero stato un pilota della Marina degli Stati Uniti. Nel 1960 avevo però già lasciato la riserva navale. Quando entrai nel corpo astronauti della NASA, nel 1962, lo feci come dipendente civile. Pur avendo una formazione militare mi consideravo prima di tutto un ingegnere e principalmente un pilota collaudatore. Il fatto che il primo uomo a toccare il suolo lunare fosse un civile fu un segnale importante che l’America volle dare al mondo. Il governo degli Stati Uniti del tempo voleva che la nostra fosse una missione di pace per tutta l’umanità e non un’operazione militare.

– Perché si è andati sulla Luna?

– Siamo andati sulla Luna nel 1969 principalmente per una combinazione di ragioni politiche, strategiche e scientifiche, tutte nate nel contesto della Guerra Fredda. Dopo i successi sovietici con lo Sputnik, il primo satellite artificiale in orbita attorno alla Terra e di Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio, avevamo bisogno di una vittoria simbolica per dimostrare la superiorità del nostro modello tecnologico e politico. Nel 1961 il Presidente John F. Kennedy aveva fissato l’obiettivo nazionale di portare un uomo sulla Luna e soprattutto di riportarlo sulla Terra sano e salvo entro la fine del decennio. L’allunaggio dell’Apollo 11 fu il compimento di questa promessa. E poi è innegabile che il programma Apollo servì a sviluppare tecnologie all’avanguardia nei campi dell’informatica, della propulsione e dei materiali, con ricadute fondamentali anche per la difesa nazionale e l’industria civile americana. 

– Lei, in primo uomo sula Luna, crede in Dio?

– Se devo rispondere basandomi sulla mia competenza scientifica dovrei dire di non essere mai stato un uomo di grandi proclamazioni religiose. A differenza di altri colleghi astronauti, come Buzz Aldrin, che prese la comunione sulla Luna o l’equipaggio dell’Apollo 8 che in orbita lunare lesse la Genesi, ho sempre mantenuto solo un credo tecnico e scientifico. Quello che mi sorprende è l’ordine dell’universo. Il mio spirito e la mia esperienza mi suggerisce al più la credenza in una Forza Superiore che ha stabilito le leggi della fisica, senza che però intervenga nelle vicende umane. Per me guardare la Terra dalla Luna è stato un atto di umiltà estrema. Lassù si contempla l’immensità del cosmo e le divisioni religiose umane appaiono piccolissime e irrilevanti.

– Torniamo sulla Terra. Mi scusi la impertinenza ma visto il clamore che si sta dando alla missione Artemis e considerate le cautele e le sperimentazioni in vista del nuovo sbarco sul nostro satellite, le devo chiedere se davvero nel 1969 siamo andati sulla Luna?

Sì, lo sbarco sulla Luna del 1969 è un fatto storico confermato da una vasta gamma di prove scientifiche e materiali. Deve sapere intanto che nel corso delle missioni Apollo 11, 14 e 15 gli astronauti hanno installato dei retroriflettori sulla superficie lunare. La prova è data dal fatto che ancora oggi, gli osservatori spaziali in tutto il mondo inviano raggi laser verso questi specchi per misurare la distanza Terra-Luna con precisione millimetrica. Ci sono poi gli oltre 380 kg di rocce e polvere lunare portati sulla Terra dagli astronauti. Questi campioni presentano caratteristiche chimiche e fisiche che non possono essere replicate in laboratorio sulla Terra. Le sonde Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della NASA hanno scattato foto ad alta risoluzione dei siti di allunaggio, mostrando chiaramente la base dei moduli lunari, i rover e persino le tracce dei passi degli astronauti ancora visibili.

– Visto che diamo per certo che si è andati sulla Luna nel 1969. Che in quelle missioni si aveva la sensazione di un successo certo e indiscutibile nonostante i pochi mezzi tecnologici a disposizione. Oggi con una tecnologia di gran lunga superiore si parla del ritorno dell’uomo sulla Luna con una cautela che appare eccessiva. Come se lo spiega?

– Bisogna tornare in quegli anni. In realtà la percezione di “successo certo” nel 1969 era in gran parte frutto della propaganda della Guerra Fredda e di un’altissima propensione al rischio, cosa che oggi non è più accettabile. Negli anni ’60, la NASA assumeva una probabilità di fallimento molto alta. Ricordo che venivamo informati di una probabilità di insuccesso del 50%. Oggi, nell’era dei social media e della trasparenza totale, un incidente mortale comporterebbe la chiusura definitiva dei programmi spaziali. La sicurezza richiesta oggi è infinitamente superiore. Inoltre la portata della missione è diversa. Apollo 11 rimase sulla superficie solo 21 ore. Il programma Artemis, punta a costruire una base permanente, gestire radiazioni cosmiche per lunghi periodi e cercare acqua ghiacciata. È una sfida tecnologica molto più complessa di un semplice sbarco.

– Si ma il rischio oggi dovrebbe essere di gran lunga minore, stante le conoscenze e la tecnologia, anche con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, attuali.

– Diciamocelo senza tabù. Abbiamo perso l’infrastruttura industriale e la conoscenza pratica dell’epoca. Molti componenti dei razzi Saturn V erano costruiti quasi a mano. Oggi dobbiamo reinventare quei processi con standard digitali e automatizzati moderni. Il programma Apollo costava circa il 4% del PIL statunitense. Oggi la NASA riceve meno dello 0,5%. Ogni dollaro deve essere giustificato, portando a test infiniti prima di lanciare. Anche se i nostri smartphone sono più potenti dei computer dell’Apollo, lo spazio è un ambiente ostile che distrugge l’elettronica moderna, perché più sensibile alle radiazioni rispetto a quella meno raffinata del 1969. Certificare hardware moderni per lo spazio profondo richiede anni. E poi nel 1969 si correva per vincere una guerra politica. Oggi si procede con cautela per costruire un’economia e una presenza sostenibile nello spazio.

– L’America del primo sbarco sulla luna, quella del 1969, da cosa differisce da quella di oggi, l’America di Trump del 2026?

– L’America del 1969 e quella del 2026 rappresentano due ere profondamente diverse, separate non solo da oltre mezzo secolo, ma da un radicale mutamento del tessuto sociale, politico e tecnologico degli Stati Uniti. Se lo sbarco sulla Luna dell’Apollo 11 era il simbolo di una nazione unita e di una supremazia tecnologica indiscussa, l’America di oggi, sotto la presidenza di Donald Trump, si presenta come una nazione molto più frammentata e proiettata verso nuove sfide globali.

– In che senso?

– Il clima sociale e politico è nettamente diverso. Nel 1969 vivevamo nella Guerra Fredda. Nonostante le forti tensioni interne, come le proteste per il Vietnam e le manifestazioni per i diritti civili, il programma Apollo era un collante patriottico in una sfida permanente ed esistenziale contro l’Unione Sovietica.

L’America attuale vive una profonda divisione interna. Il secondo mandato di Trump è caratterizzato da un approccio più aggressivo e mercantilista, con una messa in discussione delle istituzioni tradizionali. La missione Artemis-Orion aspira a far ritrovare quella spinta unitaria ma deve confrontarsi con uno scetticismo pubblico più marcato rispetto al passato. 

– Ma la tecnologia di oggi non dovrebbe mettere al riparo da tutto questo? Dove sta la differenza?

– Lo ripeto. Il programma Apollo aveva l’obiettivo di “arrivare per primi”, il programma Artemis punta alla sostenibilità a lungo termine. Si è passati dai sistemi analogici dell’Apollo ai cockpit digitali e alle navette riutilizzabili come quella della Orion. Nel 1969 la NASA gestiva tutto. Oggi è dipendente da giganti privati come SpaceX e Blue Origin per i moduli di allunaggio. L’equipaggio di Artemis 2 riflette i cambiamenti sociali degli USA, includendo per la prima volta una donna e una persona di colore in una missione lunare. Nel 1969 gli USA erano la superpotenza leader. Nel 2026, la sfida non è più solo con la Russia, ma soprattutto con la Cina, che ha obiettivi lunari ambiziosi e un controllo centralizzato che preoccupa Washington.

– Mi scusi se insisto. Lei ha ancora fiducia nella scienza?

– Per me che ero un ingegnere nel 1969 la parola della NASA e degli scienziati era sacra. Vivevo in un Paese proiettato verso il futuro con un ottimismo tecnologico razionale. Nell’America di oggi, dominata dai social media tutto viene messo in discussione, anche senza alcun fondamento scientifico e sulla base di sole considerazioni errate ed emozioni contingenti, se non su vere e proprie falsità. Noi eravamo una presenza discreta. Si evitavano i riflettori e si pesava ogni singola parola. L’America di oggi, caratterizzata dallo stile comunicativo di Trump fatto di iperboli, scontri diretti è l’opposto del nostro mondo di allora. Rimpiango la compostezza istituzionale e il valore del silenzio rispetto al rumore mediatico perenne. Con le conquiste tecnologiche odierne non posso rimpiangere la tecnologia rudimentale del 1969, ma rimpiango lo spirito di frontiera che univa un popolo, contrapposto a un’America attuale che, pur essendo tecnologicamente superiore, appare socialmente più frammentata e più incerta sulla propria identità.

– Cosa ricorda del momento in cui ha messo piede sulla Luna? Il primo essere umano fuori dal suolo terrestre.

– Ricordo un prima e un dopo. Il prima sono i momenti concitati della discesa, quando il computer di bordo, con meno potenza di un odierno microonde, era sovraccarico di allarmi e “aveva perso la testa”, se l’espressione può rendere meglio la situazione. In quel momento mi sono dovuto sostituire alla macchina e ho dovuto prendere il controllo manuale dei comandi per evitare l’allunaggio in un cratere pieno di massi, per come aveva deciso il computer. Atterrammo con soli 30 secondi di carburante rimanenti. Del dopo ricordo la profonda oscurità dello spazio, la visibilità delle stelle e la quiete assoluta sulla superficie lunare. Il momento più “silenzioso” che abbia mai vissuto.

– Ha mai creduto o temuto di trovare degli alieni sulla Luna?

– No. Non ha mai creduto o temuto di trovare alieni sulla Luna. La mia preparazione e la mia osservazione “sul campo” hanno confermato la mia visione della Luna come un mondo geologicamente morto e privo di vita.  E poi prima del lancio, alla NASA sapevamo, grazie alle precedenti missioni robotiche e alle osservazioni telescopiche, che la superficie lunare era un deserto arido senza acqua né atmosfera, rendendo impossibile la presenza di “piccoli uomini verdi” o civiltà visibili. Più che alieni intelligenti, alla NASA temevamo la presenza di microrganismi o patogeni lunari. Per questo motivo, al nostro ritorno, eravamo consapevoli di dovere essere tenuti in quarantena per due settimane come precauzione biologica. 

– Ritiene utile andare su Marte?

– Sono stato un ingegnere e un pioniere e quindi la mia risposta non può che essere un SI convinto. Andare su Marte è il passo logico successivo per una specie che ha scelto di non fermarsi all’orizzonte visibile. Come dicevamo nel 1969, la Terra vista da fuori appare come una magnifica ma fragile sfera. Diventare una specie multi-planetaria è una polizza assicurativa contro catastrofi globali. Marte è il banco di prova più vicino e realistico. L’Apollo ha regalato al mondo il microchip e materiali rivoluzionari. La sfida di Marte sta spingendo l’intelligenza artificiale, la medicina rigenerativa e le tecnologie di riciclo totale delle risorse (acqua, aria, rifiuti) a livelli impensabili. Queste soluzioni serviranno a salvare la Terra prima ancora di colonizzare Marte. Se nel 1969 abbiamo dimostrato che l’uomo può lasciare il nido, nel 2026 dobbiamo dimostrare che può imparare a vivere altrove. 

– Una domanda… molto “terrestre”. Oggi con la guerra in Ucraina e la guerra in Iran, come vede il futuro?

– Il futuro appare come una sfida di equilibrio senza precedenti tra diplomazia e conflitto permanente, con il rischio di una escalation globale definitiva. Vedo un mondo che, pur essendo tecnologicamente connesso, fatica a trovare un linguaggio di pace comune. Per quanto riguarda l’Iran vedo una contraddizione di metodo.  Dopo l’offensiva congiunta di USA e Israele ci troviamo in una terra negoziale che non è facile comprendere. L’amministrazione Trump invoca un accordo ma allo stesso tempo minaccia una devastazione totale. Per quanto riguarda l’Ucraina mi sembra si profili l’ombra di “conflitto dimenticato”. Mentre gli occhi del mondo sono su Teheran, l’Ucraina vive una fase di logoramento estremo. C’è il forte timore che il sostegno a Kiev venga “oscurato” dalla crisi in Medio Oriente.

– Una sua visione sul Futuro?

Il futuro non è scritto, ma si gioca sulla capacità delle grandi potenze di superare il puro interesse nazionale. Rivedo la stessa tensione del 1969, ma senza quel sogno collettivo che ci portò sulla Luna. Oggi la guerra è asimmetrica e tecnologica, dove piccoli gruppi o droni possono cambiare il corso di un conflitto. Come uomo che ha visto la Terra dal silenzio dello spazio posso dire che da lassù i confini non esistono. Il futuro dipenderà da quanto in fretta l’umanità riuscirà a capire che siamo tutti passeggeri della stessa, piccola e fragile, navicella spaziale.

– Pensa che l’America potrà tornare come quella del 1969?

– Se guardiamo ai fatti, la risposta e NO, l’America non tornerà mai esattamente quella del 1969, ma può aspirare a qualcosa di diverso. Nel 1969, la tecnologia era una promessa pura. Ogni lancio era un miracolo. Oggi siamo “assuefatti” al progresso. Abbiamo la potenza di mille Apollo 11 nelle nostre tasche (gli smartphone), ma questa tecnologia ci ha frammentati. Non c’è più un unico televisore acceso in ogni casa che trasmette la stessa immagine. Oggi ognuno guarda la propria “verità” sul proprio schermo.

Nel 1969 il nemico era uno solo, l’URSS, e la sfida era chiara. Oggi l’America di Trump deve confrontarsi con un mondo multipolare. La Cina, le tensioni in Iran, il conflitto in Ucraina. Non è più una gara a chi arriva primo su un traguardo, ma una lotta quotidiana per mantenere un equilibrio in un mondo che sembra andare a pezzi. L’America del 1969 era una nazione che “costruiva”. Quella del 2026 è una nazione che “gestisce” o, peggio, “contesta”. Tuttavia, il programma Artemis, sta cercando di riaccendere quella scintilla. Vedere una donna e una persona di colore orbitare intorno alla Luna non è solo un progresso tecnico, è il segno che l’America, almeno, ha allargato il suo concetto di “umanità” rispetto ai miei tempi, quando eravamo tutti piloti collaudatori maschi e bianchi.

Quest’ultima frase ci conferma la profonda natura di uomo di pace del comandante Neil Armstrong. Siamo convinti della sua consapevolezza che quando mosse il suo primo passo sulla superficie lunare non stava solo compiendo una missione tecnica. L’ingegnere, pilota collaudatore e comandante dell’Apollo 11 con il suo coraggio straordinario e con la sua profonda calma stava diventando l’ambasciatore della Umanità nel cosmo. Vogliamo sperare che tali sentimenti possano trovare ancora oggi ingresso nella attuale, in apparenza, rovinosa era.

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